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Sono un non credente, ma se prego e mi pento dei peccati Dio mi perdona?

© luxorphoto/SHUTTERST OCK
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Sì, uno può concepire un vero pentimento dei propri peccati anche a prescindere dall’esistenza di Dio e dalla morte redentrice di Cristo

Quesito

Caro Padre Angelo,
non sono credente, probabilmente non lo sono mai stato anche da bambino e solo all’età di 16 anni mi sono posto in maniera seria e critica nei confronti della religione fino ad allora vissuta in modo assolutamente superficiale. Strano a dirsi lo studio di San Tommaso e delle argomentazioni di grandi santi della Chiesa come San Bernardo e S. Agostino, mi hanno portato ad una progressiva perdita di fede, o almeno mi hanno stimolato a chiedermi se esistesse veramente un Dio. Trovo un’assoluta impossibilità a conciliare la mia mentalità razionale e pragmatica con l’idea di Dio, che trovo astratta e che non riesco a ricondurre ad alcun dato di esperienza. Negli anni, con l’affermarsi di una mentalità scientifica in me, critica e pronta a mettere tutto in discussione, sono arrivato alla definitiva convinzione che l’esistenza di Dio non sia supportata da alcun dato della sola ragione (e come potremmo infatti applicare il procedimento logico per dimostrare l’esistenza di un ente del tutto slegato dalla nostra realtà fisica, all’infuori della quale i principi logici che regolano la nostra realtà potrebbero risultare costantemente violati?). La componente fideistica della religione è assolutamente innegabile per me (nonostante spesso e volentieri qualcuno abbia cercato di convincermi del contrario) e, pur non essendo in alcun modo illogica e irrazionale per i motivi che ho sopra esplicitato, non è un qualcosa a cui per me semplice abbandonarsi. Ora, io non riesco proprio a credere nell’esistenza di un Creatore, riesco tuttavia a sperarci e a rivolgermi a Lui nella speranza che esista. La mia preghiera, il mio voler entrare forzatamente in comunione con Dio, essendo tuttavia incapacitato a credere a priori nella sua esistenza, pur sempre senza escluderla, potrebbe risultarGli tale e salvarmi dall’eventuale dannazione eterna? Può realizzarsi un vero pentimento per i propri peccati pur senza credere nel Signore quindi il dispiacere per il dolore a Lui provocato con la nostra condotta? Sarebbe abbastanza squallido esaurire la religione ad una dimensione solo ed esclusivamente morale, cosa che mi porterebbe ad escludere che, in mancanza di un vero e proprio amore per Dio, si possa accedere alla salvezza eterna. Mi scuso per rivolgere a lei, uomo di fede, una domanda spinosa e sconvolgente, le chiedo gentilmente di pregare affinché la mia ricerca continua di Dio, finora amaramente delusa, sia un giorno soddisfatta.
Le vorrei tanto assicurare le mie preghiere, ma credo che a Dio esse non risultino affatto gradite.
Grazie per la sua considerazione,
Daniele

 

* * *

Risposta del sacerdote

Caro Daniele,
1. concludi la tua missiva scrivendo: “Mi scuso per rivolgere a lei, uomo di fede, una domanda spinosa e sconvolgente…”.
Sono un uomo di fede o, per lo meno, cerco di esserlo. Ma voglio essere anche un uomo razionale, perché la ragione me l’ha data Dio e ne devo far uso.

2. Nel rapporto con Dio vi sono tutti e due questi elementi.
La ragione dà solidità alla fede perché ad esempio mi garantisce l’esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima e poi mi fa capire la ragionevolezza di quanto viene rivelato.
La fede invece mi dice di Dio quello che la ragione da sola non può conoscere.

3. La nostra ragione può comprendere le realtà di ordine naturale, perché le sono proporzionate.
Quanto invece è di ordine soprannaturale da sola non può comprenderlo, a meno che Dio non le si riveli e le dia una capacità interiore di ordine soprannaturale per poterlo accogliere.
Questa capacità interiore di ordine soprannaturale per poterlo accogliere in gergo teologico si chiama habitus fidei.
È la facoltà o potenza soprannaturale della fede.

4. Detto questo come premessa, passo a confutare alcune tue affermazioni.
Mi dici “che l’esistenza di Dio non è supportata da alcun dato della sola ragione”.
È un’asserzione che non corrisponde ai fatti perché molti, o quasi tutti, giungono all’esistenza del Creatore con le risorse della ragione.
Il filosofo pagano Aristotele parlavano di motore immobile, che è all’inizio di tutto.
È un’affermazione grandiosa perché aveva capito che all’inizio di tutto vi è un datore dell’esistenza a tante realtà che non hanno in se stesse la fonte dell’esistenza. Perché se l’avessero in se stesse, sarebbero da sempre e per sempre (tra queste realtà ci siamo anche noi, tu e io).
E aveva anche capito che questo Creatore, creando, non è passato dalla potenza all’atto, non si è perfezionato, perché il passare dalla potenza all’atto è segno che non si possiede la pienezza dell’essere.
Se noi passiamo dalla potenza all’atto è solo in virtù di Colui che è Atto che di istante in istante, senza che ce ne accorgiamo conserva e alimenta la nostra esistenza.
Questo vale per tutti: per gli esseri inorganici e per gli esseri organici di qualunque tipo (vegetali, animali e razionali).

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