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Probabile intervento militare in Siria: ma la politica ha fatto abbastanza?


© Aris MESSINIS / AFP

Simone Sereni - pubblicato il 28/08/13

L’escalation della guerra civile nel Paese mediorientale ripropone il dilemma sulle condizioni dell’ingerenza umanitaria. Cosa dice il Magistero della Chiesa?



Gli Stati Uniti, con il consenso di alcuni altri Paesi di area Nato, sarebbero pronti a sferrare prestissimo un “breve” attacco alla Siria in rappresaglia per l'uso di armi chimiche con l’intento di “mandare un messaggio” al regime di Damasco. Le dichiarazioni diplomatiche sembrano rincorrere le indiscrezioni e gli allarmi dei media, e non viceversa; e arriva anche la posizione del nostro governo che per bocca del ministro degli Esteri Bonino, ha affermato che 
“l'Italia non prenderà parte a soluzioni militari al di fuori di un mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu”. Pur confermando che “si rafforza l'ipotesi che siano state le forze armate siriane a far uso di armi chimiche” si ribadisce che “bisogna andare nella direzione di una soluzione politica” (Ansa, 27 agosto).


Il Papa, durante il suo ultimo Angelus (26 agosto), e non per la prima volta, ha fatto cenno alla crisi siriana, una “guerra tra fratelli” che continua a seguire “con grande sofferenza e preoccupazione”. Francesco, facendo riferimento alle “terribili immagini di questi giorni”, ha chiesto ancora che “si fermi il rumore delle armi” perché “non è lo scontro che offre prospettive di speranza per risolvere i problemi, ma è la capacità di incontro e di dialogo”. Contrarie e preoccupate dall’ipotesi dell’intervento militare, tanto più se unilaterale, tante voci del mondo cattolico italiano, quasi a far risuonare il fondato allarme del vescovo di Aleppo, mons. Antoine Audo, secondo cui “se ci fosse un intervento militare, questo vorrebbe dire una guerra mondiale” e che si aspetta piuttosto “una forza internazionale che aiuti a dialogare e non a fare la guerra” (Radio Vaticana, 26 agosto).



Il Catechismo della chiesa cattolica (art. 2309) giustifica solo l’intervento militare di legittima difesa, la cosiddetta dottrina della “guerra giusta”, sebbene poi comunque “la valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune”. Ferma restando la complessità di conflitti sempre più “intestini”, piuttosto che tra due o più Paesi, due riferimenti chiave nel magistero restano, partendo dagli anni più recenti, i tanti interventi di Giovanni Paolo II e la Pacem in terris di Giovanni XXIII.

Secondo il giurista Dimitris Liakopoulos (Zenit, 12 marzo 2008) “Giovanni Paolo II ha dato una linea morale ed un avvallo etico al diritto d’ingerenza a fini umanitari” quando “tutte le vie diplomatiche e gli sforzi della politica si sono esauriti senza successo”.  L’apertura alla extrema ratio della “ingerenza umanitaria” la possiamo trovare in più interventi di papa Wojtyla. Per esempio, nel discorso alla Conferenza Fao del novembre 1993, Giovanni Paolo II riconobbe che “all'interno della comunità internazionale sta quindi maturando l'idea che l'azione umanitaria, lontano dall'essere un diritto dei più forti, debba essere ispirata dalla convinzione che l'intervento, o persino l'ingerenza quando le situazioni obiettive lo richiedono, è una risposta all'obbligo morale di soccorrere individui, popoli o gruppi etnici”.

La Pacem in terris di papa Roncalli, di cui l’11 aprile scorso si è celebrato il 50esimo anniversario, offre ancora oggi un orizzonte teologico e profetico da sondare pienamente. Scritta in un momento chiave della storia del Novecento, quando più imminente sembrava la possibilità di un conflitto planetario con le armi atomiche, nella Pacem in terris Giovanni XXIII giunge ad affermare: «Riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia». Secondo mons. Mario Toso, segretario del pontificio Consiglio della giustizia e della pace “le affermazioni di Giovanni XXIII rappresentarono di fatto uno spartiacque per la dottrina sociale. Esse sospinsero con chiarezza ad abbandonare la teoria della «guerra giusta»” (Avvenire, 11 aprile). Tanto che, secondo mons. Vincenzo Pelvi, ordinario militare per l’Italia, anche “nella realtà militare sta maturando la convinzione che la pace esige di tagliare il nodo alla radice, dichiarando inaccettabile anche la “guerra giusta”, perché la violenza armata è irrazionale” (Famiglia cristiana, 11 aprile).

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