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Bruno Pizzul e quegli oratori che formavano giovani campioni

© Carlotta Coppo
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L'indimenticabile telecronista della nazionale di calcio parla del suo rapporto con la fede e invita a riscoprire la valenza pedagogica dei campetti delle parrocchie

Friulano, padre di tre figli e nonno di 11 nipoti, Bruno Pizzul, la voce dall’inconfondibile timbro caldo che ha fatto palpitare, gioire, soffrire milioni di sportivi nel seguire le gesta, i goal ma anche le disfatte degli azzurri dal 1986 al 2002, lancia un appello a riscoprire “la valenza pedagogica degli oratori”.

In una intervista concessa al settimanale “A Sua Immagine”, Pizzul ricorda che “alcuni grandi campioni hanno iniziato proprio dando i primi calci al pallone all’ombra della parrocchia o di qualche campanile. Ambienti in cui non mancava mai il momento ludico del gioco ma anche l’attenzione a un’educazione di carattere civile e religioso”.

L’indiscusso the voice della nazionale di calcio italiana ha quindi sottolineato che i club degli oratori sono un “capitale sociale di vitale importanza” da salvaguardare e rivalutare come luogo per strappare i ragazzi alla strada e prepararli al salto nel mondo nell’agonismo, mentre oggi “i bambini che si approcciano al calcio vengono fin da subito inglobati dentro il sistema autoritario delle scuole calcio che li trattano come fossero già piccoli professionisti. Questo toglie il gusto di giocare con la complicazione dei genitori che iscrivono i figli come investimento a futura memoria, costringendoli a diventare per forza campioncini”.

Autore del volume “Credere nello sport”, il noto telecronista ricorda le storie dei campioni che lo hanno colpito maggiormente e si sofferma su Fabio Capello, che conosce fin da ragazzino: “Mi raccontò come riuscì, grazie anche ad assistenti spirituali della squadra, a far recitare ai suoi giocatori il Padre nostro. Una preghiera universale, ben accettata anche da chi professa un’altra religione. E poi l’impegno concreto alla solidarietà di Damiano Tommasi: Si è recato nella ex Jugoslavia per edificare scuole”.

Leggendo un passo del Vangelo da lui molto amato sempre nell’ottica del rapporto fede e sport, Pizzul ha spiegato che il discorso della montagna potrebbe sembrare “quasi in contraddizione con lo spirito dello sport che predica la vittoria” ma “in realtà insegna a rivalutare la cultura della sconfitta che non significa giocare per perdere, ma mettere in conto che un altro più bravo di te possa batterti. Un pizzico di ‘Beati quelli che’ nel mondo dello sport non guasterebbe”.

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