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Silvio Cattarina e la salvezza che arriva dal perdono

Quotidiano Meeting - pubblicato il 23/08/13

A Pesaro ha fondato la comunità L’Imprevisto per minorenni provenienti dal mondo della droga. Il suo metodo? Chiamarli a qualcosa di più grande

di Niccolò De Carolis

«Essere o non essere, questo è il dilemma». Lo diceva l’Amleto quattrocento anni fa, lo ridicono oggi al Meeting i ragazzi della comunità di recupero L’Imprevisto di Pesaro. In un percorso durato quattro anni hanno messo in scena il capolavoro shakespeariano, e alla mostra “Che opera d’arte è l’uomo!” allestita in A1 raccontano quello che hanno scoperto. La frase più famosa della storia del teatro ridiventa carne attraverso ventenni che dal nulla della disperazione e della droga sono tornati a esistere. «“Maledetto destino, essere nato perché quadri ancora”. Il dramma che Amleto esprime nel I atto è anche il mio – racconta Antonio, 21 anni, da tre e mezzo all’Imprevisto –. Sono arrivato a un punto della vita in cui ero solo arrabbiato e deluso. Ne avevo combinate di tutti i colori, assumevo ogni tipo di sostanze e attorno a me era rimasta soltanto terra bruciata, non avevo più niente. In un momento di lucidità ho detto sì e sono entrato nella comunità di Silvio (Cattarina, presidente dell’Imprevisto; ndr)».

Riccardo ha venticinque anni e viene da Forlì, essendo da più tempo a Pesaro ha vissuto l’esperienza dell’Amleto dall’inizio alla fine: «Mettiamo in chiaro una cosa, a me del teatro in sé non me ne frega niente, io lo faccio per un rapporto, per chi c’è lì con me. Recitare è utile perché ti smaschera, è un paradosso ma è così. Viene fuori tutto, mi mette davanti ai miei limiti e ai miei imbarazzi, si capisce se fingo o ci sono veramente». La sua citazione preferita appartiene al terzo atto, quando il re Claudio cade in ginocchio per implorare Dio: «“Non c’è forse nella preghiera questa doppia forza, che ci trattiene prima di cadere, e ci perdona dopo? Leverò dunque lo sguardo in alto”».  

«L’unica via di salvezza è il perdono – spiega Riccardo –, io l’ho dovuto fare innanzitutto con me stesso. Non riuscivo ad accettare il fatto di aver provocato tanto dolore ai miei genitori». Se gli chiedi da dove è nato il cambiamento che ora gli permette di dire “io” con coscienza non usa giri di parole: è «un’amicizia». Ora la sua vita si appoggia su un rapporto: «L’accoglienza è la prima cosa che ho trovato, sono stato trattato da persona e non da tossico. Ma non basta aver trovato degli amici, bisogna essere sempre aperti. Secondo me poi l’amicizia la si fa in tre: perché c’è un Altro che ci fa incontrare. Questo spero di capirlo sempre più chiaramente perché è un bisogno mio».

All’entrata della mostra, già da ieri, un cartello recita: “Visite guidate complete fino alla fine del Meeting”. Una quindicina di ragazzi della comunità sta presentando i pannelli a migliaia di visitatori. Molti di loro sono per la prima volta al Meeting e poco abituati a parlare in pubblico: «Il primo giorno ero preoccupato perché non sapevo cosa mi aspettava – continua Antonio –. Io sono un tipo di poche parole e qui bisogna parlare per un’ora di seguito. Dal secondo giorno però mi sono accorto che è un’occasione per mettere in luce alcuni momenti fondamentali della mia vita. È diventato un piacere spiegare la mostra, perché se sono qui è merito di questi fatti».

“Essere o non essere”. Forse solo ora, dopo quello che hanno visto all’Imprevisto, questi ragazzi hanno la possibilità di scegliere. E l’opzione diventa sempre più decisiva, più drammatica: «Le fatiche ci sono ancora tutti i giorni – dice Riccardo –. La comunità è l’inizio, è dove cominci a lavorare, non dove finisci». «Ho scoperto chi è Antonio – prosegue il suo amico – e ora so che voglio essere Antonio: una persona semplice, ma soprattutto con un grande desiderio di essere felice, che è la cosa che mi ha sempre turbato nella vita».

Di giovani così all’Imprevisto ne sono passati tanti, Silvio Cattarina insieme agli educatori li ha abbracciati, li ha cresciuti e poi restituiti alla vita. Ogni storia, un’emergenza. Unica e irripetibile. Niente sembra c’entrare di più con il Meeting di quest’anno: «La più grande emergenza è quella educativa e all’interno di essa quella giovanile», spiega Cattarina. Una crisi che colpisce i ragazzi ma che ha origine in chi li educa: «In Italia non c’è più chi chiama a un vero impegno i giovani, che è dare la vita per una grande cosa. A me interessano queste emergenze perché lo spettacolo più grande è vedere dei giovani che da una situazione di apatia, ribellione, rassegnazione, ritrovano entusiasmo grazie a un ideale». Molti dei ragazzi che arrivano a Pesaro vanno a scuola, hanno una famiglia e anche qualche amico, eppure vivono una grande solitudine: «Sei solo non quando mancano persone che ti danno affetto – conclude Silvio –, ma quando manca qualcuno che ti dica che sulla terra c’è una grande Presenza. Qualcuno che ti ha sempre atteso e voluto».

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