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L’Afghanistan non si è ancora liberato dei talebani

Carolyn Cole

Quotidiano Meeting - pubblicato il 22/08/13

Musulmano, capitano dell’esercito fuggito dal fondamentalismo di Kabul, lotta per far conoscere la verità: «Deve cambiare la mentalità della nostra gente»

di Francesco Brignoli

«Il mondo non sa che cosa succeda veramente in Afghanistan oggi. Non lo sa e deve saperlo. È ora di dire basta ai mujaheddin, che usano il nome dell’Islam per arricchirsi e tenere sottomesso il popolo». Ahmad Farhad Bitani si infiamma spesso mentre racconta la sua storia. Quello che più colpisce sono gli occhi, spesso accesi di rabbia e sdegno, per quello che ha potuto vedere nei suoi 27 anni di vita. Ahmad non è un afghano qualunque: figlio di un generale di corpo d’armata che ha combattuto i talebani, studia all’Accademia militare di Modena e diviene capitano dell’esercito afghano.

Tornato in patria lavora come segretario militare, ma nel 2011 viene ferito in un attentato. Fugge quindi in Italia dove ottiene l’ asilo politico. Il suo messaggio non è però di odio, né di vendetta: «Ho lasciato l’esercito: non serve fare la guerra con le armi per cambiare il mio Paese, dobbiamo cambiare la mentalità della gente. Sto scrivendo un libro sulla mia vita per smascherare chi detiene il potere». In visita in Fiera, il Quotidiano Meeting l’ha incontrato nel giorno in cui il ministro della Difesa, Mario Mauro, ha partecipato all’incontro sulle missioni di pace all’estero dei nostri soldati.

Ahmad, leggendo i giornali sembrerebbe che dalla caduta dei talebani nel suo Paese si respiri un’aria più democratica.

«È quello che vi raccontano: l’Afghanistan non è libero. L’attuale governo Karzai è composto da talebani e dagli altri mujaheddin che li avevano combattuti. Tutta gente che ha fatto e continua a fare milioni con la mafia internazionale, mentre il 95% del popolo fa la fame. E questo usando l’Islam a loro fine. Sa che cosa succede se un mujaheddin vede un afghano bere alcol?».

No, che cosa succede?

«Viene frustato! Mentre loro e i loro figli bevono, sono corrotti, vanno in vacanza in alberghi di lusso in Arabia Saudita. I miliardi degli aiuti internazionali non vanno al popolo. Anche mio padre era mujaheddin, abbiamo un sacco di soldi, e io stesso quando sono venuto in Italia ero un fondamentalista: non salutavo le persone perché per me erano degli infedeli».

Poi che cosa è successo?

«Varie occasioni mi hanno cambiato. Ricordo un giorno, qui in Italia, ero in treno e vedo un ragazzo che capisco essere del mio Paese. Lo saluto nella mia lingua ma lui fa ripetutamente finta di non capire. Poi gli suona il telefono e lo sento parlare afghano. “Perché mi hai mentito?” gli chiedo. Lui scoppia a piangere dicendo: “Mi vergogno di essere afghano”. E mi racconta di aver visto sua sorella violentata da un figlio di mujaheddin, e poi uccisa. Nessun tribunale accettava la denuncia ed era scappato. Ho detto: “Che schifo di popolo siamo!”».

Di che cosa ha bisogno il suo Paese?

«Credo che il mio libro possa fare un favore alla mia gente più di tutti i soldi che avete mandato. Neanche le armi hanno mai risolto niente in Afghanistan. Bisogna convincere il popolo, cambiarne la mentalità entrando nelle sue difficoltà. Italiani, francesi, tedeschi sbagliano metodo. I turchi sono gli unici che aiutano veramente: costruiscono scuole, incontrano la gente. Bisogna fare così».

La sua famiglia, i suoi amici, che cosa dicono della sua posizione?

«Mio padre è arrabbiato, i miei vecchi amici dicono che sono matto e che sono diventato cristiano, ma io mi arrabbio: “No, io sono musulmano, ma non sono un mujaheddin che usa il nome dell’Islam!”. Io prima non riuscivo a  guardarmi allo specchio, ora nel mio cuore sto bene: questo mondo non è nostro, e quando andiamo via dobbiamo rispondere a qualcuno».

La fede la aiuta nel sostenere la sua battaglia?

«Ho visto in questi anni che quando la gente mi chiude una porta, Dio me ne apre sempre un’altra alle spalle. È Dio che mi ha salvato dall’attentato, è Dio che mi fa scrivere ora, è il volere di Dio che mi ha portato al Meeting».

Che cosa la colpisce di questi giorni a Rimini?

«Mi ha impressionato vedere le sale strapiene durante gli incontri: esiste gente a cui interessa la verità. Ci sono migliaia di persone co-me me. Spero che l’anno prossimo potrò essere io a presentare il mio libro al Meeting».

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