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Caso Berlusconi: il Paese appeso alle sorti del Cavaliere?

Ettore Ferrari

Lucandrea Massaro - pubblicato il 22/08/13

Chiudere una stagione politica o applicare la legge ripristinando lo Stato di Diritto, questa la questione in ballo


Il caso del signor Berlusconi non è mai stato un caso esclusivamente giudiziario. Il caso Berlusconi, in Italia è un fatto politico, con conseguenze politiche ieri come oggi, anche se – allo stato presente – l'intensità della vicenda è aumentata vertiginosamente. Berlusconi lo ricordiamo è stato condannato, con sentenza definitiva, alla detenzione e all'interdizione dai pubblici uffici per quattro anni a causa di un reato di frode fiscale a danno di Mediaset (e dei suoi piccoli risparmiatori) e dell'Erario italiano. Ma il cittadino Berlusconi è anche – o forse soprattutto – il capo di un partito politico che oggi siede al Governo ed esprime la vicepresidenza con Angelino Alfano. E che ritiene la sentenza della Cassazione un attacco alla sua libertà personale e un vulnus alla democrazia. Ma può essere così? Può il destino di una persona che ha avuto tutti i mezzi economici e non solo per difendersi dalle accuse, condizionare quello di un paese intero facendolo attendere che qualcuno trovi una situazione che salvi “capra e cavoli”?

Da un lato c'è chi risponde che – tutto sommato – la misura è colma. Il Paese ha subito per troppo tempo questa anomalia di un capo politico sottoposto a diverse indagini e che ha usato il suo potere e la sua influenza per difendersi dal processo e non nel processo, negando così la nozione fondamentale dello Stato di Diritto: “La legge è uguale per tutti”. Un discorso che – almeno in parte – coinvolge il mondo cattolico, che a lungo ha (direttamente dalla gerarchia) benedetto un partito (il PDL) che ha sì difeso alcune istanze sui diritti non negoziabili, ma ha anche partecipato all'impoverimento culturale, etico e sociale italiano. (Riforma, 23 agosto)

A questo punto di vista della piccola chiesa Valdese italiana, fanno eco alcuni laici, che paventano un ulteriore indebolimento non tanto e non solo delle Istituzioni, quanto del senso comune, di valori come “onestà” e “responsabilità”, come – con veemenza – suggerisce il direttore di Repubblica, Ezio Mauro in suo editoriale (Repubblica, 21 agosto)

A tutto questo però va aggiunto il punto di vista di chi è si parte in causa, ma ragiona su una prospettiva complessiva, quella degli ultimi venti anni che hanno caratterizzato la vita politica italiana, quella vissuta tra berlusconismo e antiberlusconismo, un clima da guerra civile. Da un lato un pezzo di elettorato che ha visto riconoscersi una rappresentanza politica dopo anni di emarginazione, che magari esige quella “agibilità politica” che il fondatore del centrodestra italiano chiede per poter garantire quella rappresentanza. (Tempi, 22 Agosto) 

Dall'altra un pezzo di Italia che ha combattuto l'uso privato delle istituzioni, la questione del conflitto di interessi, una non sempre all'altezza credibilità internazionale e che ora dice a se stessa e agli altri “Ora c'è una sentenza, essa va rispettata, trovatevi un altro leader”. Una questione importante anche da un punto di vista democratico: il consenso non genera impunità, ma solo responsabilità maggiori nei confronti della collettività. A questa spaccatura, a questa lacerazione, va trovata una soluzione. Come fu nel dopoguerra, suggerisce qualcuno.

Ribadisce questa ipotesi, quella di un provvedimento di amnista e indulto generalizzato – ma disegnato per soggetti specifici – come fece il leader comunista Togliatti per chiudere la guerra civile: proprio ad un provvedimento “salva-comunisti” si rifà il PDL (paradossi della storia…), e chi – come il ministro Mario Mauro di Scelta Civica – vuole trovare una mediazione politica: “Una soluzione politica è quella che io propongo: amnistia e indulto. Come nel dopoguerra, con l’amnistia Togliatti. Ricordo poi il caso del partigiano comunista pluri-omicida Francesco  Moranino, per il quale ci fu bisogno di una seconda amnistia, nel 1968, e divenne anche parlamentare” perché – prosegue – “Senza entrare nel merito giuridico [della legge Severino, ndr] , serve una soluzione politica generale, non giuridica e ad personam. Una strada illusoria coltivata troppe volte dal Pdl” (Avvenire, 22 agosto)

Lo stesso Alfano, ospite del Meeting di Rimini spiega la posizione del PDL e chiede all'alleato di Governo, il PD, di non trasformare il Senato nell'occasione per eliminare politicamente Berlusconi: “Noi chiediamo che la vicenda della decadenza in Giunta al Senato venga trattata come se riguardasse uno dei senatori, perché vogliamo che il Partito democratico approfondisca la questione giuridica nel merito e che non pronunzi una sentenza politica sull’avversario storico”. E su questo il PD risponde semplicemente che sarà applicata la legge e cerca di togliere dal piatto l'eventualità di una caduta dell'Esecutivo. Nel dibattito di oggi al Meeting però si è parlato anche di immigrazione e Alfano ha detto che “ben vengano i richiami della Ue in tema di immigrazione, ma non può imporci tanto e darci troppo poco”. Un modo per mettere la questione giustizia tout court sul tavolo? Sulle carceri infine ha parlato il ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, affermando che il decreto del governo che interviene sul sovraffollamento nei penitenziari “non svuota un bel niente, ha solo alleggerito la pressione". (Radio Vaticana, 22 agosto)

In mezzo a tutto questo c'è il governo guidato da Enrico Letta, stretto tra i desiderata del PDL e quelli del suo partito, il PD, almeno sulla carta inconciliabili. E naturalmente il Paese che da un lato aspetta le riforme – anche quella della Giustizia – e i provvedimenti economici per dare sollievo a famiglie ed imprese, dall'altro aspetta di capire qualcosa sulla qualità della propria democrazia.

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