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Utero in affitto: l’essere umano degradato a merce?

© DR
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Donne e bambini al centro di un nuovo tipo di traffico di persone

Intervistata dalla Radio Vaticana,
Assuntina Morresi, membro del Comitato Nazionale di Bioetica, spiega qual’è il centro di una lunga inchiesta portata avanti dal quotidiano della conferenza episcopale italiana, Avvenire, sul fenomeno – dilagante – del cosiddetto “utero in affitto”, vale a dire della maternità surrogata. “E’ molto difficile trovare una donna benestante, ricca, disposta a portare avanti una gravidanza conto terzi, a pagamento. E’ chiaro che nella maggior parte dei casi questo è un mercato vero e proprio, perché solo per soldi si può fare una cosa del genere, e verso donne povere. Vengono, infatti, commissionate gravidanze soprattutto a donne che non sono neanche consapevoli dei propri diritti. E’ difficile, infatti, che una donna consapevole dei propri diritti sia disposta a dare via a estranei, per soldi, un bambino appena partorito, dopo averlo portato in pancia nove mesi, spesso senza neanche sapere se sia maschio o femmina: scende il latte e il bambino non c’è! Tutto quello che significa una gravidanza, insomma, viene ridotto ad una produzione conto terzi” (Radio Vaticana, 20 agosto)
 
Un fenomeno in forte aumento (
2007 al 2010 si è decuplicato), e che coinvolge soprattutto i paesi emergenti come l’India (principale paese dove vanno le coppie per procreare), l’est Europa o la Thailandia. 
 
Per il professor
Stefano Semplici, che dal 2011 è il
presidente del Comitato internazionale di bioetica dell’Unesco le principali questioni da tenere presente da un punto di vista etico sono due: “Il primo nasce dalla difficoltà di "neutralizzare" il vissuto dei nove mesi della gestazione”, è umanamente complesso chiedere un totale distacco privo di elementi affettivi, dopo aver sentito la vita crescere nel proprio grembo. Oltre questo il delicatissimo intrecciarsi tra corpo e dignità umana, un tema che “non a caso è stato tutelato in importanti documenti internazionali da norme che escludono tassativamente ogni possibile mercificazione del corpo o di sue parti. La Convenzione di Oviedo (il trattato europeo sui diritti umani e la biomedicina) e la Carta di Nizza (la carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea) su questo punto si corrispondono alla lettera. La maternità surrogata a pagamento ricade o no sotto il divieto di fare del corpo umano o di sue parti una fonte di lucro?” (Avvenire, 19 agosto). Il fatto che la situazione non sia stata ancora affrontata pienamente rende la situazione complessivamente esplosiva. Dove sono i diritti della donna? E dove quelli del bambino?  
 
Uno dei risvolti sociali dell’avvento di questa pratica è – tra l’altro – il declino delle adozioni internazionali, finora l’unico modo per coppie etero (o omosessuali nei paesi che lo permettono) di ottenere un figlio quando le condizioni fisiche non lo permettevano. Oggi con i costi sempre più bassi e l’offerta sempre più ampia di donne che sono disposte – dall’Asia al Sud America – a portare avanti le gravidanze per pochi soldi (complessivamente 15-20 mila euro, ma i prezzi possono variare sensibilmente), la possibilità che i bambini in orfanotrofio trovino chi si vuole occupare di loro scema lentamente (Avvenire, 14 agosto).
 
Gli effetti sulla società di questo mercato sono ancora tutte da valutare, ma è indubbio che il rischio di mercificazione degli esseri umani è alto.
 
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