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I Fratelli Musulmani uccidono cristiani nel silenzio dei media

KHALED DESOUKI

Quotidiano Meeting - pubblicato il 20/08/13

Un prete è stato decapitato dagli islamisti e il suo corpo è stato gettato in strada come monito. La denuncia al Meeting di Rimini di Wael Farouq

di Luca Maggi

«La sofferenza dei cristiani ha una lunga storia, ma ora ha raggiunto l’apice». A parlare è Wael Farouq, vice presidente del Meeting Cairo e docente presso l’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, da sempre osservatore attento del proprio Paese. Il professore musulmano e di lingua araba chiarisce subito la propria posizione: «Io non sono a favore dell’esercito, ma sono contro il terrorismo, perché non è possibile che i Fratelli Musulmani uccidano sistematicamente i cristiani nel silenzio e nella malafede di molti organi d’informazione». La persecuzione dei cristiani colpisce persone con un nome e con un volto, per questo Farouq mette in chiaro che «io non combatto una battaglia per i cristiani e non parlo neanche di cristiani in astratto, ma parto da un rapporto di amicizia con persone che vivono la fede cristiana e vengono ammazzate per la propria appartenenza religiosa. Vengono uccisi in casa o nelle chiese». Difficile per l’intellettuale egiziano trattenere la commozione mentre racconta il dramma del Paese, mentre descrive le violenze che i cristiani hanno sopportato, tra l’incudine dell’esercito e il martello dei Fratelli Musulmani.

Storie terribili e sconosciute. Come quella di un prete «che non era coinvolto nelle proteste, è stato decapitato dagli islamisti e il suo corpo è stato posto in mezzo alla strada, come avvertimento per tutti i fedeli». Il tono della voce si alza e Farouq spiega perché: «Morsi ha messo i presupposti della crisi che oggi viene condannata: se l’Europa avesse affrontato subito le violazioni dei diritti civili in atto nel mio Paese, forse centinaia di persone sarebbero ancora vive». Oggi, sotto gli occhi di tutti i media, l’Egitto ha sussulti di vera e propria guerra civile. Abdul Fatah Khalil Al-Sisi ha destituito il presidente Morsi e ha preso il controllo del Paese, peraltro appoggiato da milioni di egiziani. Pochi media occidentali avevano registrato che il suo predecessore, Morsi, in un anno di presidenza aveva cercato di prendere tutto il potere nelle proprie mani, tradendo la speranza di democrazia e libertà che la rivoluzione aveva suscitato. In una dichiarazione-appello promossa tra gli altri anche dal professor Farouq si legge il drammatico svolgersi degli eventi tra l’elezione di Morsi (24 giugno 2012) e la sua destituzione (3 luglio 2013). E si mette in evidenza, ad esempio, che dopo pochi mesi dalla sua elezione, il 22 novembre 2012, Morsi ha emanato un decreto con cui ha sottratto le proprie decisioni al controllo giudiziario.

E mentre molti cittadini egiziani sono scesi in piazza per protestare senza essere ascoltati, è iniziato l’assedio dei sostenitori di Morsi alla Corte Costituzionale. «Nella notte del 30 novembre» si legge nella dichiarazione «la Costituente a maggioranza islamista ha approvato la bozza della nuova carta costituzionale: 234 articoli, che rafforzavano il ruolo della sharia e restringevano i diritti civili di donne e minoranze religiose». Così la costituzione è stata sottoposta a referendum in due settimane, senza che potesse essere discussa o anche solo compresa da molti (il 40% degli egiziani è analfabeta). Al referendum del 15 e 22 dicembre ha partecipato solo il 32,1% degli aventi diritto, in mancanza di supervisione giudiziaria a causa del largo boicottaggio dei giudici. E mentre la bozza è stata approvata, le persecuzioni dei tribunali e la manipolazione di molti canali televisivi islamisti si sono intensificate. La risposta ai gravi attacchi ai diritti e alla dignità dei cittadini è giunta all’inizio di maggio dal movimento Tamarrod, che ha organizzato una raccolta di firme per chiedere elezioni anticipate. Il risultato è stato sorprendente: 22 milioni di sottoscrizioni, 9 milioni in più dei voti che hanno eletto Morsi.

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