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Egitto, i cristiani nel mirino degli islamisti: bruciati 30 edifici religiosi

© Mohammed ABED / AFP
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Dopo il bagno di sangue per le strade del Cairo contro i presidi dei manifestanti pro Morsi, la furia cieca si abbatte anche su un ospedale gestito da suore

A dispetto dello stato di emergenza e del coprifuoco, dopo il mercoledì di sangue provocato dalla decisione dell’Esercito di usare il pugno di ferro per sgomberare i sit-in dei sostenitori dell'ex presidente Mohammed Morsi, migliaia di islamisti egiziani hanno cercato di raggiungere piazza Ramses, in quello che è stato ribattezzato dai Fratelli Musulmani come il “Giorno dell'ira” .

Secondo quanto riferito dall'agenzia AsiaNews del 16 agosto: “Vi sono stati scontri e colpi sparati dai due fronti. Finora si calcola che fra dimostranti e poliziotti diverse decine di persone sono state uccise: almeno 10 al Cairo, otto a Damietta, quattro ad Ismailia. L'esercito egiziano ha ricevuto l'ordine di sparare se venivano attaccate sedi del governo o edifici pubblici. Tutte le uccisioni sono avvenute quando i dimostranti hanno cercato di attaccare alcune stazioni di polizia”.

Il bilancio ufficiale dall'inizio degli scontri di due giorni fa parla di 525 morti e 3.500 feriti. Questa esplosione di violenza è servita a mettere ancora più in evidenza i segnali di un odio anti-cristiano rimasto sempre un po' sottotraccia in questi ultimi anni, alimentato spesso da gruppi salafiti. E infatti la cronaca di questi giorni parla di attacchi indiscriminati da parte dei Fratelli Musulmani contro abitazioni, scuole, monasteri e negozi gestiti dai cristiani, da Suez a Minya, da Sohag ad Assiut. Come spiegato da padre Rafic Greiche, portavoce della Chiesa cattolica in Egitto, in una intervista a “Il Sussidiario” (16 agosto), a Suez gli islamisti sono giunti a bruciare un ospedale di proprietà delle suore nel quale erano ricoverati in larga parte dei pazienti musulmani poveri.

In particolare padre Greiche ha riferito che “tra mercoledì e ieri sono avvenuti attacchi contro trenta chiese, di cui dieci parrocchie o monasteri cattolici e 20 ortodossi o protestanti. Più di 25 cristiani sono rimasti uccisi e oltre 600 sono stati feriti. Due chiese sono state completamente distrutte. Si tratta del convento delle suore di Suez, Al Raai Al Saleh, e di quello dei francescani a Beni Suef. In alcuni casi gli edifici delle chiese sono stati bruciati, e i cristiani le cui case o negozi si trovano vicino ai luoghi di culto sono stati minacciati, feriti o uccisi”.

“È assurdo. Gli islamisti stanno sfogando su di noi la loro rabbia, ma i cristiani non sono stati gli unici a manifestare. Almeno trentatrè milioni di egiziani hanno chiesto le dimissioni di Morsi”, aveva detto indignato in una conversazione avuta con “Aiuto alla Chiesa che Soffre” lunedì 12 agosto, il vescovo copto cattolico di Assiut, monsignor Kyrillos William Samaan. , aveva colto un gesto di solidarietà e speranza nella scelta di tanti musulmani di schierarsi al fianco dei copti: “Questo è il vero Egitto: cristiani e musulmani uniti”.
 
Poco dopo la deposizione dell’ex presidente Mohamed Morsi, avvenuta il 3 luglio scorso, in molte città del Paese i cristiani sono divenuti bersaglio di attacchi da parte dei fondamentalisti, fomentati dalle dichiarazioni di alcuni leader dei movimenti islamici. Il primo a parlare apertamente è stato Muhammad Badī, guida suprema dei Fratelli Musulmani, che aveva incolpato il papa copto ortodosso Tawadros II, di aver incoraggiato la partecipazione dei suoi fedeli alle proteste del 30 giugno e di essere apparso in Tv il 3 luglio insieme all'imam di al-Azhar a sostegno del golpe ordito dai militari. Poi Ayman al-Zawahiri, leader di al-Qaeda, aveva accusato i cristiani di aver cospirato, assieme all’esercito e ad alcuni membri dell’ancien regime, contro l’ex presidente.

Giorgio Bernardelli su “La nuova Bussola Quotidiana” (16 agosto) commenta che non ci si può bere “la favola secondo cui tutto sarebbe iniziato così. Come se i Fratelli Musulmani non avessero alcuna responsabilità nella creazione di quel clima apertamente ostile nei confronti dell'Egitto non islamista che ha portato al muro contro muro. E Washington non avesse nulla da rimproverarsi”.

A suo dire, “il bagno di sangue di oggi è infatti figlio di un'escalation iniziata nel novembre 2012, quando Morsi – forte della mediazione nella guerra tra Israele e Hamas – impose con un colpo di mano una Costituzione dall'impronta fortemente islamista. Già allora l'Egitto liberale era sceso in piazza e già allora c'erano state giornate di fortissima tensione con morti e feriti, con gli islamisti che andavano ad attaccare i presidi davanti al palazzo presidenziale. I Fratelli Musulmani non avevano comunque accettato di rinegoziare quel testo e già allora avevano cominciato a giocare la carta delle divisioni settarie”.

Adesso però il segnale preoccupante, secondo il “Corriere della Sera” del 15 agosto, è la scelta dei Fratelli Musulmani di farsi fautori per la prima volta di attacchi diretti a cristiani e ai loro luoghi di culto tanto da far pensare a “un primo passo verso la radicalizzazione di parte del movimento”. E, “i cristiani, come accade dalla Nigeria al Pakistan, rappresentano purtroppo un facile bersaglio, di impatto mediatico, in chiave anti-occidentale”.

Sempre nell'intervista ad “Aiuto alla Chiesa che Soffre”, monsignor Kyrillos William Samaanfa ha notato come sia migliorata la situazione dei cristiani dopo la fine dei 15 mesi di presidenza di Mohammed Morsi e del governo dei Fratelli Musulmani: “Finalmente ci sentiamo di nuovo a casa ma abbiamo ancora bisogno che tutti gli egiziani alzino la voce in nostra difesa. Altrimenti toccherà a noi pagare il prezzo della democratizzazione”.

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