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Il Monastero di Mar Musa fondato da Padre Dall’Oglio: cos’è e da dove nasce l’esperienza del padre italiano rapito in Siria

La Perfetta Letizia - pubblicato il 09/08/13

Intervista della Perfetta Letizia a suor Houda Fadoul del Monastero di San Mosè l’Abissino di Deir Mar Musa al-Habashi

di Patrizio Ricci


Quando un prete parla di Gesù non va sulle prime pagine dei giornali. Paradossalmente, i media sono attenti ai preti ma solo quando ‘non parlano da preti’ ed esprimono opinioni personali. Per questo padre Dall’Oglio è stato spesso alla ribalta quando ha perorato le ragioni della rivolta. Ora però che gli jadisti l’hanno sequestrato, come avrebbe preferito si parlasse di lui? Noi preferiamo parlarne dando spazio alla sua opera: un amico di Damasco ci ha aiutato a contattare i confratelli di padre Dall’Oglio in Siria presso il monastero di San Mosè l’Abissino. Abbiamo chiesto ai monaci di raccontarci di quell’esperienza di comunione ecumenica e di dialogo interreligioso che in realtà è l’unico punto di riferimento credibile per il dialogo e la pace. Suor Houda ha risposto alle nostre domande.

D – Ci può brevemente dire perché siete presenti in Siria e da cosa è nata questa esperienza?

R – Era una curiosità per padre Paolo, quando è entrato nella Compagnia di Gesù, interessarsi dell’Islam e della lingua araba. Per il dialogo era necessario per lui cercare di capire meglio l’islam come religione. Ha cominciato questa esperienza dopo che ha fatto gli esercizi spirituali in questo monastero nell’’82. In quell’occasione ha capito che c’è l’esigenza di andare avanti in questo dialogo con l’Islam. Allora lui è andato a Beirut ed ha studiato la lingua araba, dopodiché è tornato qui nell’’84 ed ha cominciato quest’esperienza con padre Jack Mourad. Insieme hanno iniziato a organizzare i ‘campi’ per ragazzi in cui fare esperienza di preghiera e di lavoro. Era il punto centrale: pregare insieme e lavorare insieme. 

Noi nella nostra vocazione abbiamo tre punti centrali. Il primo è la preghiera, perché vogliamo creare una possibilità di meditazione, mettersi in relazione spirituale con Dio. Il secondo è l’ospitalità: come Abramo ha ricevuto Dio vicino a Mambre (Genesi cap. 18), noi apriamo la porta del monastero per tutti, a tutta la gente che viene da tutto il mondo, appartenente a tutte le religioni. Il terzo punto è il lavoro insieme: per tutto il tempo della permanenza noi cerchiamo di lavorare insieme, proprio con il lavoro manuale. Lavoriamo con questi gruppi che passano qui, preghiamo insieme, cerchiamo di vivere insieme un’esperienza spirituale speciale. Viviamo tutto queste cose avendo come orizzonte il dialogo con l’Islam. Si può capire meglio con un esempio: i nostri operai che lavorano per costruire il monastero, per i lavori di restauro, sono musulmani e cristiani. Vengono al monastero lunedì mattina e vanno via sabato pomeriggio. Noi viviamo insieme tutta la settimana, mangiamo insieme e tutti hanno il loro tempo per pregare. Possiamo dire che viviamo il dialogo ogni giorno con i nostri operai. In questo periodo di Ramadan i nostri ragazzi cristiani hanno partecipato al digiuno con loro e poi hanno fatto insieme l’iftar (ndr: il pasto serale consumato dai musulmani per interrompere il loro digiuno quotidiano durante il mese islamico del Ramadan). Quello che accade per noi assume un significato di speranza: è la prova che a cominciare dal monastero possiamo ancora vivere questo dialogo. E’ vero che è un monastero piccolo, una comunità piccola ma ci dà una luce: dentro tutta questa confusione quanto accade qui è segno che è ancora possibile. 
D – A quale congregazione appartengono i monaci che vivono nel monastero?

R – Siamo cattolici e ortodossi, siamo donne e uomini. Ci sono ortodossi, greco-ortodossi, siriaci. Così noi viviamo l’unità della chiesa in questa piccola realtà ma preghiamo per l’unità universale della chiesa. Siamo dentro la Chiesa Cattolica con la presenza di tante tradizioni diverse: maronita, latina e greco-cattolica. 
D – Mi ha impressionato vedere le immagini del monastero, arroccato tra i monti a 1200 metri di altezza, rinato in un deserto dai resti di un’antica fortezza romana. Come può avvenire che proprio in un posto così inospitale possa avvenire un’esperienza di fraternità tra l’islam e cristianesimo?

R – Da sempre i monasteri sono stati un’occasione di silenzio e di ascesi e sono per i monaci l’occasione di ricevere i pellegrini, sia cristiani, sia mussulmani. E’ una tradizione molto, molto vecchia nei monasteri quella dell’ospitalità. Non è una cosa nuova che le persone passano di qui, è accaduto da sempre. E’ vero che il nostro monastero è molto antico. E’ una torre romana del II secolo ma San Mosè l’Abissino ha cominciato la sua vita monastica qui nel VI secolo con una comunità piccola. In seguito, la sua esperienza è stata ripresa da altri monaci; si viveva prima nelle grotte, non c’era la chiesa dentro. Nel 1051 è stata costruita una chiesa con affreschi bellissimi che ancora si possono vedere. Così è cominciata questa vita comunitaria. 
D – Come si svolge la giornata a Mar Musa? 

R – La mattina cominciamo con la preghiera alle sette mezza. Dentro la preghiera facciamo un po’ di salmi, leggiamo l’Antico Testamento, facciamo un po’ di letture di Padri della Chiesa . Dopo, facciamo colazione tutti insieme e al termine ognuno ha il suo lavoro manuale per tutta la mattina. Alle due e mezzo c’è il pranzo, che consumiamo in compagnia con i nostri operai. Il pomeriggio è un tempo personale per leggere, per dormire, per camminare, per meditare. Prima di tutto facciamo attenzione a passare il tempo con i nostri ospiti perché siamo coscienti che vengono da noi con una domanda di significato e l’esigenza di farci tante domande. Alle sette e mezzo c’è un’oretta di meditazione in Chiesa che concludiamo con una messa comunitaria. La giornata finisce per tutti con la cena. 

Cerchiamo di vivere tutti i momenti della vita quotidiana con i nostri ospiti in modo che essi possano capire come si può vivere una esperienza spirituale nella normalità della vita. Attraverso il quotidiano, il lavoro (e non solamente ciò che è considerato ‘tipicamente spirituale’) c’è la possibilità favorevole di discutere, fare domande e trovare delle risposte. 
D – Come vivete in questo periodo drammatico per il paese? Com’è cambiata la vostra vita? Come vi ponete di fronte a tutto quello che sta succedendo?

R – Noi abbiamo deciso di stare qui per essere un punto di speranza, per creare un motivo per i nostri ragazzi, per il nostro popolo, per dire che ancora la Parola di Dio funziona molto bene. La preghiera ha una grande importanza per andare avanti. Siamo una comunità, un piccolo gruppo, ma con i nostri operai, con i nostri amici, con i nostri vicini che passano ogni tanto per passare momenti con noi continuiamo a pregare e sentiamo solidarietà. Attualmente non abbiamo più ospiti e perciò abbiamo più tempo per portare avanti il lavoro di restauro del monastero. Abbiamo sfruttato questo tempo per pulire bene gli ambienti e per preparare per dopo. Abbiamo la speranza che sicuramente arriverà un momento in cui ritornerà per tutti l’occasione di venire in Siria e fare questa esperienza. 
D – Di fronte al frastuono mediatico dettato dagli ultimi fatti di cronaca, era necessario ricordare che paradossalmente l’esperienza da cui proviene dall’Oglio non nasce da un’utopia ma da questo gruppo di persone che ha creduto alla pretesa cristiana che solo Gesù Cristo presente salva il mondo, perché con Lui si sperimenta realmente un’umanità nuova da subito. 

R – La cosa più importante per il suo personaggio, per la sua persona è che padre Dall’Oglio è la nostra guida spirituale. La preghiera e il dialogo e tutto quello che sto dicendo è ciò che lui ci ha insegnato. Noi cerchiamo di tenere questi punti centrali come finalità per la sua missione, per la sua teologia. Questo è il punto più importante che lui ci ha insegnato. Noi continuiamo questa via. Queste cose sono per noi fondamentali più che il suo personaggio. 

Anche a nome della Perfetta Letizia, la ringrazio per quello che ci ha detto e le assicuro che siete nel nostro cuore e nelle nostre preghiere.
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