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Internet: libertà non vuol dire diffamare

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Come per tutte le cose, regolare aiuta a preservare la libertà, anche nel web

di Ruben Razzante

Il tema della disciplina giuridica della Rete e della possibile estensione a internet delle norme pensate per i media tradizionali continua ad essere al centro del dibattito tra gli utenti-navigatori e tra i giuristi. Occorre una regolamentazione flessibile che assicuri la tutela dei diritti della personalità dei soggetti coinvolti nelle informazioni che circolano, senza menomare la libertà d'espressione.

 
Le questioni sul tappeto sono diverse, e tutte collegate tra loro: l'obbligo di registrazione per i siti internet e per i blog; il dovere di rettificare le notizie inesatte che vengono pubblicate on line; le responsabilità per la diffamazione commessa attraverso la Rete.
 
A questi punti cerca di dare una risposta una proposta di legge approvata in Commissione giustizia alla Camera e che va contestualizzata nella discussione più generale sulla riforma del reato di diffamazione a mezzo stampa. In commissione è passato un testo figlio delle “larghe intese” (relatori Enrico Costa, Pdl e Walter Verini, Pd) che equipara solo in parte la Rete ai media tradizionali, obbligando alla rettifica, oggi prevista solo per la carta stampata, anche le testate giornalistiche web regolarmente registrate e con un direttore responsabile. Restano esenti da quest'obbligo i blog, concepiti come diari in rete e curati da un blogger assolutamente non assimilabile ad un direttore di una testata giornalistica.
 
Questa disciplina, che ora dovrà essere discussa a Montecitorio all'interno del testo di legge sulla diffamazione, ha già ottenuto il gradimento dei due maggiori partiti, ma anche di Scelta civica e Lega, mentre Sel si è astenuta e il Movimento Cinque Stelle, che vorrebbe una Rete esonerata da ogni vincolo, ha votato contro.
 
Il testo Costa-Verini può considerarsi una buona base di partenza, anche perché accredita implicitamente la corretta interpretazione fin qui data alla legge 7 marzo 2001, n.62 sui prodotti editoriali. Inizialmente quella legge fu accolta da molti addetti ai lavori come una legge di equiparazione tra internet e carta stampata e fu vista come un bavaglio ai siti web, che insorsero con una singolare protesta in Rete. Poi fu chiarita la reale portata di quella norma, che non assimilava forzatamente e inopportunamente mezzi di informazione in realtà troppo diversi tra loro, ma semplicemente obbligava alla registrazione solo i siti internet aggiornati periodicamente, con un logo identificativo del prodotto editoriale, con una redazione giornalistica fatta di giornalisti professionisti o pubblicisti, una struttura economico-imprenditoriale e che aspirassero ai contributi pubblici previsti per i prodotti editoriali proprio in base a quella legge.
 
Il testo passato in Commissione giustizia dà per scontato che la norma sulla rettifica debba essere applicata solo a quei siti regolarmente registrati e con un direttore responsabile che possa essere imputabile per responsabilità oggettiva e omesso controllo, oltre che per fatto proprio.
 
In fase di confronto tra le forze politiche è invece stato cancellato l'emendamento Chiarelli, dal nome del proponente, che prevedeva il carcere e l'oscuramento dei siti web fino a tre anni, in caso di mancata rettifica o mancato pagamento della multa. E' tramontata l'ipotesi del carcere per diffamazione a mezzo stampa, mentre la sanzione passa da 5 a 10.000 euro e il risarcimento al diffamato resta senza tetto, perché un tetto sarebbe anticostituzionale.
 
La versione del testo che ha le maggiori probabilità di essere approvata prevede anche le rettifiche in riedizione per i libri e una particolare severità per le cosiddette “macchine del fango” sia attraverso i media tradizionali che attraverso la Rete:
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