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L’incorporeità della bellezza cambia il nostro sguardo sulle cose

© iko / SHUTTERSTOCK
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Nell’arte una erronea concezione della luce e della corporeità può condurre, in primo luogo, verso l’astrattismo, l’informale e il deforme

Ebbene, queste modalità linguistiche che non vogliono e non possono conoscere la realtà corporea, si rivelano incapaci di cogliere la dimensione creaturale della realtà e, soprattutto, si rivelano costitutivamente inadeguate alla trasmissione di misteri che sono “incarnati”. Di contro però, una erronea concezione della luce e della corporeità può condurre anche verso l’iperrealismo, che risulta essere anch’esso incapace di cogliere il senso unitario della realtà, in quanto ossessionato dall’analisi del particolare, tanto da non saper neanche vedere la sintesi unitaria della realtà. La duplice dimensione storica ed eterna, umana e divina di Gesù Cristo risulta in questi termini indicibile nella sua unitarietà. 

Sembra, dunque, che una corretta considerazione della luce e della corporeità naturale, conduca verso una dimensione realistica ma non ossessivamente iperrealistica, sintetica ma non astratta, ovvero a un realismo moderato, a un realismo antropologico, cioè a quella medietà virtuosa in cui tutte le strade umane trovano la propria vera virtù, tanto da poter accogliere i doni soprannaturali e teologali propri dell’arte realmente sacra.

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