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In che senso il Vaticano II fu il Concilio della fede?

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Mirko Testa - pubblicato il 01/08/13

Nell'enciclica “Lumen Fidei” papa Francesco ricorda il richiamo alla ragionevolezza della fede evidenziato dai padri conciliari

La “Lumen Fidei”, la prima enciclica firmata da papa Francesco, contiene un richiamo diretto al Concilio Vaticano II, definito il “Concilio sulla fede”. Infatti il Vaticano II ha affrontato innanzitutto la questione della natura della fede come atto libero di adesione a Dio che si rivela in suo Figlio (Dignitatis Humanae 10), rivelazione che va accolta con obbedienza, nell'ascolto e nella sequela (Dei Verbum 5; Ad Gentes 15).

Allo stesso tempo, però, la fede è un dono che i fedeli ricevono e devono trasmettere ad altri (Ad Gentes 41). Ma l'uomo redento da Cristo non può aderire a Dio se il Padre non lo attrae a sé (Dignitatis Humanae 10). Infatti, per credere è necessaria la grazia preveniente da Dio e l'aiuto dello Spirito, il quale interviene a perfezionare continuamente la fede (Dei Verbum, 5).

Il Vaticano II ha parlato della fede in rapporto ai sacramenti. L'Eucaristia è il “sacramento della fede” per eccellenza (Gaudium et Spes 38); anche gli altri sacramenti la suppongono, perché gli uomini devono essere chiamati alla fede, prima che possano accostarsi alla liturgia (Sacrosanctum Concilium 9), ma anche la nutrono, la irrobustiscono e la esprimono (Sacrosanctum Concilium 59; Lumen Gentium 14). La fede, per esempio, è fondamento e anima nella formazione alla vita sacerdotale (Optatam Totius 14) e nella vita dei presbiteri, sull'esempio di Abramo che nutrì fede piena e totale in Dio andando contro ogni speranza umana (Presbyterorum Ordinis 18, 22).

I documenti conciliari illustrano il nesso fondamentale che deve saldare insieme gerarchia della Chiesa e fede. La Chiesa è infallibile nel definire la dottrina della fede (Lumen Gentium 25); il capo del collegio dei vescovi è investito di questa infallibilità, quando come pastore supremo dei fedeli, conferma nella fede i suoi fratelli (Lumen Gentium 25). Dal suo unico deposito il Magistero attinge tutto ciò che propone come materia di fede (Dei Verbum 10), perché i due pilastri su cui si fonda la Chiesa sono la Scrittura e la Tradizione (Dei Verbum, 21).

I vescovi sono invitati a confermare gli uomini nella fede viva (Christus Dominus 12, 14) e incarnare una ancora maggiore sollecitudine in quelle regioni in cui è più messa a repentaglio (Christus Dominus 6); essi sono i giudici della fede e della morale (Lumen Gentium 25; Christus Dominus 2) e devono farsi carico in primo luogo dell'unità e della crescita della fede (Lumen Gentium 23, 25).

Quanto affermato dal Concilio ecumenico, vale anche per i Sinodi e i Concili particolari: devono incrementare la fede (Christus Dominus 36). Poi i sacerdoti, innanzitutto i parrocchiani sono chiamati a radicarsi nella fede (Christus Dominus 30), in quanto educatori del popolo nella fede (Presbyterorum Ordinis 6) e devono aver cura di chi ha smarrito la fede (Presbyterorum Ordinis 9).

Il Concilio ha toccato anche il rapporto tra fede e teologia, raccomandando che nei seminari, la teologia venga insegnata alla luce della fede (Optatam Totius 16); invitando a distinguere tra le verità della fede e la loro enunciazione teologica (Gaudium et Spes 15, 27); a tener conto anche della analogia della fede per interpretare la Scrittura (Dei Verbum 12). In definitiva, la teologia deve scrutare il mistero di Cristo alla luce della fede (Dei Verbum, 24).

L'importanza che il Concilio ha attribuito alla fede dei fedeli, si desume innanzitutto dall'ammonizione a questi come ai presuli a perseverare concordi nell'insegnamento apostolico (Dei Verbum 10); ad avanzare tutti nella via della fede viva (Lumen Gentium 41); accesa e nutrita dal Vangelo (Presbyterorum Ordinis 4) e alimentata con la Parola di Dio (ivi) e con la vita liturgica (Sacrosanctum Concilium 33).

La professione integrale della fede costituisce un vincolo di piena appartenenza alla Chiesa (Lumen Gentium 14); una professione non integrale della fede significa una appartenenza imperfetta alla Chiesa (Lumen Gentium 15): Tutti, gerarchia e fedeli, sono uguali nella Chiesa in ragione dell'unica fede (Lumen Gentium 32). Il Concilio ha confermato che la fede  necessaria alla salvezza (Lumen Gentium 14, 24; Apostolicam Actuositatem 6; Presbyterorum Ordinis 4); che è un dovere per il cristiano di professarla e diffonderla (Lumen Gentium 11, 17, 35) e proprio per questa ragione, i cristiani devono comportarsi sapientemente nei confronti di coloro che non hanno la fede; e con pazienza verso coloro che sono in errore circa la fede (Dignitatis Humanae 14). Infatti, la comunità cristiana è strumento prezioso per agevolare il cammino a chi non crede (Presbyterorum Ordinis 6). I fedeli laici sono araldi e testimoni della fede (Lumen Gentium 31, 35; Apostolicam Actuositatem 13,29). La fede, infatti, muove il popolo cristiano (Gaudium et Spes 11, 42). Esso è dotato di un infallibile sensus fidei (Lumen Gentium 12). Con la vita di fede i fedeli partecipano all'ufficio profetico (Lumen Gentium 12), ossia proclamano la verità di Cristo dinanzi al mondo: questo è il senso della profezia. La profezia risiede specialmente nella fede testimoniata dai martiri (Gaudium et Spes 21).

Il Vaticano II ha anche esaltato la comunione che scaturisce dalla fede: La Chiesa è comunità di fede (Lumen Gentium 8; Dei Verbum 10); tutti i fedeli della Chiesa cattolica condividono la stessa fede (Orientalium Ecclesiarum 2). Accanto alla comunione c'è l'unità della fede: questa non è in contrasto con la varietà delle Chiese particolari  (Lumen Gentium, 23), perché l'unità della fede è conservata dallo Spirito Santo e dal primato del papa (Lumen Gentium, 18). Il Concilio ha dato impulso all'ecumenismo fondato sulla fede. Infatti, il dialogo ecumenico è necessario per conoscere la fede reciproca (Unitatis Redintegratio 9); per riconoscersi nella fede in Cristo e nella Trinità (Lumen Gentium, 15; Orientalium Ecclesiarum 1, 12, 20, 23; Gaudium et Spes 92) che deve caratterizzare quanti si dichiarano cristiani; le Chiese d'Oriente e d'Occidente, pur seguendo una via diversa, erano però unite dalla fraterna comunione della fede (Unitatis Redintegratio 13).

Il Concilio ha ribadito che la fede dipende dalla predicazione. Gli apostoli ebbero fede nella potenza del Vangelo (Dignitatis Humanae  2) e per suscitarla lo predicarono (Dei Verbum 15 e 18); è un dovere predicare la fede (Sacrosanctum Concilium 15) In special modo i religiosi devono essere animati da fede integra e diffondere in tutto il mondo il Vangelo di Cristo (Perfectae Caritatis 25). La testimonianza della fede non è in contrasto ma va insieme al dialogo con le religioni non cristiane  (Nostra Aetate  2). Il Vaticano II, inoltre, ricorda che nessuno può esser costretto ad abbracciare la fede contro la sua volontà (Dignitatis Humanae 10), perché Cristo sostenne la fede dei suoi uditori con i miracoli ma non con la costrizione (Dignitatis Humanae 11), riaffermando che chi però non crede è condannato (ivi, Apostolicam Actuositatem 5) per questo è di vitale importanza l'attività missionaria (Apostolicam Actuositatem 5, 7, 13).

L'educazione cristiana deve far sì che i battezzati prendano maggior coscienza del dono della fede (Gaudium et Spes 2), in special modo le università cattoliche devono formare giovani capaci di testimoniare la fede dinanzi al mondo (Gaudium et Spes 10). I genitori sono esortati a vigilare sulla stampa contraria alla fede (Inter Mirifica 10); gli insegnanti devono stare attenti affinché le varie conoscenze che gli alunni acquisiscono a scuola siano illuminate dalla fede (Gaudium et Spes 8).

Il Concilio non ha mancato di annotare che l'eccessiva esaltazione dell'uomo finisce per svuotare la fede in Dio (Gaudium et Spes 19); mentre il riconoscimento di Dio non si oppone alla dignità dell'uomo. Perciò, una fede viva e matura costituisce una testimonianza contro l'ateismo (Gaudium et Spes 21). Per concludere, prendendo a prestito quanto disse papa Paolo VI a due anni dalla fine dell’Assise conciliare: “se il Concilio non tratta espressamente della fede, ne parla ad ogni pagina, ne riconosce il carattere vitale e soprannaturale, la suppone integra e forte, e costruisce su di essa le sue dottrine”.

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