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Paolo Dall'Oglio: ansia per la sorte del gesuita scomparso in Siria

Chiara Santomiero | Lug 30, 2013

Da due giorni non si hanno notizie del sacerdote molto attivo nella ricerca di una soluzione pacifica del conflitto siriano

Continuano a rincorrersi le voci su padre Paolo Dall'Oglio, il gesuita che sarebbe stato rapito ieri a Raqqa, città nell'est della Siria. Dall'Oglio ha trascorso 30 anni in Siria e vi ha fondato una comunità ecumenica mista che promuove il dialogo islamico-cristiano insediata nel sito ristrutturato del monastero cattolico siriaco di Mar Musa, costruito nell'XI secolo attorno a un romitorio occupato nel VI secolo da San Mosè l'Etiope. Espulso lo scorso anno dal paese mediorientale per le sue posizioni dichiaratamente contro il regime di Assad, si è speso attivamente in decine di incontri in Italia e in Europa per  sensibilizzare sul dramma siriano e per aiutare a ricercare una soluzione pacifica del conflitto. Ancora lo scorso 24 luglio aveva inviato una lettera-appello a Papa Bergoglio perché intervenisse per fermare la strage che sta massacrando la popolazione e spingendo centinaia di migliaia di profughi verso i paesi confinanti.


Secondo fonti dell'Agenzia Reuters, responsabili del sequestro sarebbero miliziani dello Stato islamico dell'Iraq e del Levante, organizzazione affiliata ad Al Qaida e legata ad organizzazioni jihadiste in Siria che si battono contro il regime.

«Non sarebbe la prima volta – ricorda l'Ansa (29 luglio) – che religiosi cristiani finiscono ostaggi dei miliziani ribelli nel nord della Siria. Il 22 aprile scorso vicino ad Aleppo erano stati rapiti due vescovi ortodossi mentre facevano ritorno in quella città provenienti dalla frontiera turca, al rientro da una missione di cui non si è saputo nulla. Si tratta del siriaco Yohanna Ibrahim e del greco ortodosso Boulos Yazij, che secondo fonti della chiesa greca ortodossa di Aleppo sarebbero stati prelevati da jihadisti ceceni. Una delle tante nazionalità a cui appartengono i miliziani fondamentalisti affluiti in Siria per unirsi a quella che per loro è una 'guerra santa' contro il presidente Bashar al Assad. Da allora nessuna notizia sulla loro sorte è stata resa pubblica».

Ma mentre ci potrebbe essere una ragione che spiega il sequestro dei due prelati cioè «il sostegno, neppure troppo velato, che le chiese ortodosse continuano a dare al regime di Assad, temendo che se esso dovesse cadere si insedierebbe a Damasco un regime fondamentalista islamico sunnita», secondo l'Ansa è invece  difficile capire le motivazioni che potrebbero avere spinto degli oppositori al sequestro di padre Paolo.

La stessa perplessità l'ha espressa ad Asia News (30 luglio) il nunzio a Damasco mons. Mario Zenari. « “Mi sorprende – afferma il nunzio – che a lui sia successo questo. In quelle zone lui è conosciuto, e gode di un certo rispetto nelle zone dei ribelli”». Il nunzio ha invitato alla prudenza « “Qui in Siria girano spesso notizie che poi si sono rivelate false o imprecise, come quella sui tre frati decapitati, che non erano frati; o quella sull'avvenuta liberazione dei due vescovi ortodossi, dimostratasi falsa”». Situazioni difficili da verificare perché nel Paese regna il caos: « “All'inizio la situazione era abbastanza chiara, ma ora è  molto complicata e il conflitto si è intrecciato a non finire. Quello che è da sottolineare è la sofferenza della povera gente, i diritti umani violati, ma capire le intenzioni di tutti, come si muovono, chi ci sta dietro, chi ha più ragione e chi più torto, dove si sta andando. È un compito immane e intanto il Paese va a rotoli e non si vede la fine del tunnel”».

Nessuna conferma né dal Ministero degli esteri italiano che ha in corso delle verifiche né dal Vaticano: «Non siamo in grado di dire che si tratti di un rapimento – ha detto a Reuters padre Ciro Benedettini, vice portavoce della sala stampa vaticana -. Per il momento non riusciamo a metterci in contatto con lui».

Uno spiraglio potrebbe venire da un amico del gesuita secondo il quale “sicuramente è accaduto qualcosa ma non è certo che si tratti di un rapimento". La Repubblica (30 luglio) riferisce che «Secondo quanto dichiara ad Aiuto alla Chiesa che Soffre, la fonte – che per motivi di sicurezza preferisce rimanere anonima – padre Dall'Oglio doveva incontrarsi con alcuni membri del gruppo affiliato ad al-Qaeda per negoziare la liberazione di un membro di un gruppo dell'opposizione, amico del religioso italiano. “Il silenzio di padre Paolo potrebbe essere legato ai tempi e alle modalità della contrattazione e non ad un sequestro. In ogni caso la situazione non è ancora chiara”, continua la fonte. Al gesuita, che si troverebbe in Siria da venerdì scorso, potrebbe dunque non essere concesso avere contatti con l'esterno durante la mediazione per la liberazione dell'ostaggio. A conferma di questa ipotesi Dall'Oglio quando è arrivato a Raqqa aveva parlato sulla sua pagina Facebook di una “missione” chiedendo “ai cari amici” un “augurio per la sua riuscita”, ribadendo che “la Rivoluzione non è un auspicio di buona sorte, ma un impegno”».

Anche un ricercatore che vive in Siria ieri notte ha postato su twitter: «Father Paolo is safe and sound and I was with him 5 mins ago! #Syria #Raqqa» (Padre Paolo sta bene e al sicuro ed ero con lui 5 minuti fa) e alla domanda se potesse provare quanto asserito, Bantha ha risposto che lo stesso padre Paolo avrebbe spiegato tutto su Facebook.

Un appello per la liberazione immediata del gesuita è stato lanciato dal Jesuit Social Network, dall’Associazione Centro Astalli, la ong Magis e la rivista Popoli: «P. Paolo Dall’Oglio sj – scrivono – si è sempre battuto per la pace in prima persona. È sempre stato dalla parte della popolazione civile e delle vittime incolpevoli di ogni forma di  violenza. Tenerlo prigioniero e fargli del male equivarrebbe a danneggiare gravemente il lavoro di pace e riconciliazione che da anni porta avanti divenendo per molti simbolo del dialogo interreligioso con il mondo islamico».

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