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Come e chi può cambiare la Costituzione?


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L’Italia ha bisogno di riforme, anche nell’assetto istituzionale. Un appello contro il nuovo progetto di riforma costituzionale del governo riaccende un dibattito antico


Prima il duro ostruzionismo parlamentare del M5S su tutti i provvedimenti in calendario, ora anche una petizione lanciata da Il Fatto Quotidiano che avrebbe già raccolto oltre 100 mila firme: tutti a difesa della Costituzione e dell’articolo 138, in particolare. Nell’occhio del ciclone – o dell’anticiclone, visto il clima romano di questi giorni pre-ferie agostane – è il “Comitato parlamentare per le riforme costituzionali ed elettorali” (aggettivo, il secondo, che non era presente nel testo iniziale), di fatto la versione aggiornata della famigerata Bicamerale.



Nel disegno di legge costituzionale governativo presentato al Senato a firma Letta-Quagliariello-Franceschini, il Comitato “composto di venti senatori e venti deputati, nominati dai Presidenti delle Camere, d'intesa tra loro” sarebbe chiamato a esaminare “i progetti di legge di revisione costituzionale degli articoli di cui ai titoli I, II, III e V della parte II della Costituzione, nonché, in materia elettorale, esclusivamente i conseguenti progetti di legge ordinaria concernenti i sistemi di elezione delle due Camere”; in pratica, a predisporre per l’Assemblea (sede referente) i testi per la modifica di una settantina di articoli della Carta, quelli che riguardano il Parlamento, il Presidente della Repubblica, il Governo e Regioni, Province e Comuni, con l’esclusione del Titolo IV (sulla Magistratura) e del Titolo VI (sulle Garanzie costituzionali); oltre alla modifica “conseguente” del famigerato Porcellum.

L’impegno del Governo è concludere tutto in 18 mesi. 

L’appello contro quella che viene definita “la riforma della P2” lanciato da Il Fatto Quotidiano (26 luglio) punta a raccogliere le 500 mila firme eventualmente necessarie per un referendum previste proprio dall’art. 138 sub iudice. I firmatari, che temono un’azione tesa a “stravolgere in senso presidenzialista la nostra forma di governo”, chiedono a coloro che hanno “il potere di decidere” che “l’iter di discussione segua tempi rispettosi del dettato costituzionale”, e “di restituire al Parlamento e ai parlamentari il ruolo loro spettante nel processo di revisione della nostra Carta costituzionale”; e infine “che i cittadini possano liberamente esprimere il loro voto su progetti di revisione chiari, ben definiti e omogenei”.

Nel frattempo, barattandolo con un allentamento dell’ostruzionismo sul cosiddetto decreto “del Fare”, il M5S e le altre forze politiche contrarie al ddl hanno ottenuto un rinvio della discussione in aula a settembre. “Non mi sembra che la cosa cambi molto” ha detto il costituzionalista Stefano Ceccanti, già senatore del Pd nella precedente legislatura, ai microfoni di Alessandro Guarasci (Radio Vaticana, 27 luglio).

“C’è stata una battaglia sulla procedura, ma in realtà la battaglia sulla procedura nasconde una battaglia sui contenuti”; come sul bicameralismo perfetto e sulle competenze di questo e quel pezzo di apparato pubblico, perché per esempio “c’è una grande incertezza su chi fa che cosa tra lo Stato e le Regioni” e che dunque è “illusorio pensare di scaricare tutto solo sulla riforma della legge elettorale”. Sotto un profilo politico è sostanzialmente in linea il parere di Maria Stella Gelmini (Pdl), che riassume la posizione di insieme della maggioranza per cui “la legge elettorale è una priorità, ma non è sganciata dal tema delle riforme costituzionali” (Repubblica, 29 luglio).



Oltre alla contingenza delle questioni considerate più urgenti – il presidenzialismo, per alcuni, e la riforma della legge elettorale, da altri – il tema vero e ricorrente, in cui trovare un equilibrio è difficile, è quello della modificabilità della Carta. Per alcuni è assolutamente intoccabile: come se “cambiare alcune parti della Costituzione” equivalesse “alla fine del mondo”, scriveva Ernesto Galli Della Loggia, a seguito della sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale il decreto di abolizione della Province (Corriere della Sera, 7 luglio). All’estremo opposto coloro che considerano i principi fondamentali e le regole di garanzia democratica solo un fastidioso ingombro; proprio il genere di sensibilità per cui i padri costituenti, usciti dall’esperienza del fascismo e della guerra, avevano predisposto l’attuale, complesso, sistema di garanzie.

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