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Un messaggio dal Kenya, aspettando il papa nella favela

Davide Maggiore - pubblicato il 23/07/13

Da Korogocho a Varginha, nel segno della speranza: la vita può risorgere anche in uno slum

Il papa nella favela di Varginha, durante la GMG? È un gesto “di speranza, un segno grandissimo di attenzione”. Riflette l’impegno della Chiesa missionaria che oggi “è, nelle baraccopoli di tutto il mondo, una delle pochissime presenze” che trasmettono questo messaggio. A dirlo è padre Stefano Giudici, comboniano, che vive nello slum di Korogocho, a Nairobi, Kenya. Quasi novemila chilometri separano Rio de Janeiro dalla città africana, ma quest’ultima è uno degli esempi più emblematici di quelle periferie “geografiche ed esistenziali” su cui il vescovo di Roma ha voluto di nuovo concentrare l’attenzione.

Oltre il 50% della popolazione di Nairobi (stimata intorno ai 4 milioni) abita in una baraccopoli; in città si trova anche il più grande slum dell’intera Africa, Kibera. Questi luoghi non vanno guardati, però, come il pozzo senza fondo in cui cadono i disperati. Perché, al contrario, possono arrivare ad essere la scena di una rinascita non solo individuale, ma dell’intera comunità. È anche questo il senso dell’iniziativa che, dal 2006, i comboniani e gli operatori sociali di Korogocho portano avanti a Kibiko, a una quarantina di chilometri dalla città: la casa ‘Napenda Kuishi’ – ci piace vivere – per bambini di strada e per chi affronta la dipendenza da alcool e droghe.

Dietro all’altare della piccola chiesa del centro, c’è una parete dipinta: da un lato le baracche, in mezzo un fiume e, al di là, Gesù che tende la mano alle persone in arrivo. “Passare da Korogocho a Kibiko è come essere portati dalla terra al cielo. Per sopportare la vita a Korogocho devi alzarti la mattina e bere changa’a [un superalcolico] o fumare ganja, la marijuana. Arrivare qui, invece, è un nuovo inizio”, dice anche Michael. Ha 27 anni, è stato un tossicodipendente per nove; lo scorso anno ha iniziato il programma di riabilitazione e da tre mesi è a Kibiko. Qui, sotto la guida di esperti, attraverso il counselling individuale, la terapia di gruppo e altre attività, si prepara a tornare ad una vita normale. Insieme a lui ci sono altri sette giovani, e una ventina di bambini di strada.

Quando gli adulti arrivano qui – spiega Christine, una delle operatrici del centro – sono persone rimaste senza amici, respinte, spesso con problemi di salute, tanto che in alcuni casi devono essere portati all’ospedale ogni giorno”. Molti, finiti in baraccopoli nella speranza di procurarsi alcool e droghe a buon mercato, hanno perso i contatti con i parenti. È il caso di Peter, un ragazzo oltre la trentina, che comincia a parlare con me scherzando: “Quando tornerò a casa farò vita da scapolo!”. Poi, però, ammette: “Ho una famiglia e so dove sono, ma è come se fossero lontani”. Era un agricoltore, aveva un campo, ma per colpa dell’alcool ha abbandonato anche quello, oltre ai familiari.

Per questo, riprende Christine, è importante lavorare con le famiglie attraverso “la terapia familiare e le visite ai parenti nel centro, per ricreare una relazione”. Ma ad essere coinvolta, ad un livello diverso, è l’intera comunità. “Non si tratta semplicemente di far uscire qualcuno dalla baraccopoli, ma di trasformarla dall’interno”, chiarisce infatti padre Stefano. “Qui sta il collegamento con l’evangelizzazione: diamo delle opportunità alle persone, spingendole anche a mettere i loro talenti al servizio del cammino della comunità”, prosegue il sacerdote. Anche Michael, pensando al futuro, dice: “In questo sono cambiato: devo usare il mio tempo per spiegare che le droghe non fanno bene, per aiutare chi ha bisogno”.

La realtà della baraccopoli, dunque, può essere modificata, ma per farlo bisogna entrarvi in contatto. Di qui un altro auspicio di padre Stefano per la visita del papa a Varginha: “Spero che spinga molti ad accorgersi di queste realtà emarginate e abbandonate, ad aprire gli occhi, le orecchie e il cuore”. “È uno stimolo per la Chiesa stessa” ad interrogarsi sulle cause di questo fenomeno, e “soprattutto per il mondo esterno, laico, politico” perché prenda in considerazione queste situazioni, continua il comboniano. E conclude: “Spero che diventi un gesto, in un certo senso, di provocazione”.

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