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Nelson Mandela, un uomo che ha fatto la storia

RODGER BOSCH

Gariwo - pubblicato il 23/07/13

Nonostante il compleanno festeggiato in ospedale, le condizioni di Madiba sembrano migliorate. Lo storico Marcello Flores lo racconta

Dalla lotta, anche armata, per la democrazia e la libertà all'impegno per la riconciliazionein Sudafrica, Marcello Flores, storico e professore all'Università di Siena,raccontaNelson Mandela e ci spiega in cosa risiede l'"unicità" di un uomo che ha fatto la Storia.

Cosa passerà alla Storia di Nelson Mandela?

Mandela sarà ricordato come uno dei grandissimi protagonisti del ventesimo secolo, soprattutto come la personalità che è stata capace di portare alla democrazia il Sudafrica in un momento in cui tutti temevano che l’apartheid sarebbe finito con un bagno di sangue.

L’esempio di questa figura straordinaria è destinato a rimanere un unicum o c’è qualcuno oggi che può essere paragonato a Mandela, che è in grado di raccoglierne l’eredità?

Al momento è difficile pensare a qualcuno come lui. Però bisogna anche tenere presente che Mandela – il quale è stato un campione dei diritti umani e della nonviolenza – andò in galera perché voleva la lotta armata. Aveva la capacità di scegliere a seconda del momento storico i suoi obiettivi nella battaglia per la libertà e la democrazia; e negli anni ’90, una volta uscito dalla prigione, capì che la Storia ormai aveva cambiato il suo corso e che con la fine della Guerra Fredda la violenza non avrebbe più potuto essere una via percorribile. Questo è l’insegnamento più importante, quello che credo debba rimanere ed essere acquisito da chiunque si ispiri a lui.

Mandela è stato l’ideatore in Sudafrica della Commissione per la Verità e la Riconciliazione (Truth and Reconciliation Commission – TRC). Cosa ha rappresentato questo tribunale speciale?

È stata la scelta per poter fare i conti con il passato coinvolgendo l’intera società senza limitarsi soltanto a un discorso di giustizia tradizionale. Nonostante il rischio che alcuni criminali potessero ottenere l’amnistia, per circa due anni tutto il Paese è stato coinvolto prima nella ricostruzione della verità, dei fatti così come si erano svolti. Quindi, è stato possibile mettere tutti di fronte a qualcosa che non poteva essere negato e insieme, attraverso l’elaborazione di quella tragedia, pensare a come ricostruire il futuro del Paese. Una cosa mi preme sottolineare: Mandela ha preteso che nella relazione finale della TRC fossero elencati anche i crimini commessi dai combattenti per la libertà nella lotta contro l’apartheid. Credo sia stata un’esperienza assolutamente unica nella storia.

L’esperienza della TRC è esportabile in altri contesti o è legata a Mandela, alle sue qualità umane e politiche?

Certamente è irripetibile perché Mandela e Desmond Tutu, che insieme a lui l’ha messa in piedi, erano due personalità che difficilmente si trovano insieme. Però credo che l’ispirazione di fondo della TRC può essere presa e utilizzata in diverse situazioni, anche in altri Paesi. Bisognerebbe che tutti pensassero di poterlo fare invece di ritenerla un’esperienza conclusa e lontana.

Che Sudafrica lascia Nelson Mandela?

Mandela lascia un Paese in cui le divisioni sociali adesso coinvolgono anche i neri, cosa che prima non avveniva. Lascia un Paese in cui purtroppo si è costruita una narrazione e una memoria della lotta contro l’apartheid un po’ a senso unico, mitizzata, in cui non si accettano le problematiche che sempre ci sono in tutte le guerre di liberazione, nei momenti di transizione alla democrazia. Credo sarebbe importante una maggiore attenzione alla riconciliazione, forse il tema che nel tempo è rimasto in secondo piano, dimenticato. Questo ha sicuramente fatto soffrire Mandela.

E proprio riguardo alla narrazione, si è appena concluso a Siena un importante convegno internazionale sulla rappresentazione e interpretazione dei genocidi. Cosa è emerso?

La grande novità è stata l’attenzione ai genocidi e alle forme di violenza che in futuro potrebbero sfociare in genocidi in ogni parte del mondo. Grande attenzione è stata rivolta all’Africa, all’Asia, ai contesti attuali ed è stata ribadita la necessità di coinvolgere maggiormente tutti i Paesi nel sostegno alle Nazioni Unite, così come ha ricordato il responsabile per la prevenzione dei genocidi dell’Onu, Adama Dieng, che ha inaugurato il nostro convegno con un bellissimo discorso.

A proposito di fare i conti con il passato, lei ha tenuto un intervento sui crimini di guerra in Italia, sulla “mancata Norimberga italiana”…

Il titolo riprendeva il contenuto di alcuni libri dedicati a questo tema. Probabilmente in Italia non ci sarebbe potuta essere una Norimberga. Purtroppo però, fatta eccezione per un gruppo ristretto di studiosi, non sono ancora stati fatti i conti con i crimini commessi dall’Italia, soprattutto nei primi anni della guerra, quando era alleata della Germania. Addirittura si potrebbe risalire all’occupazione dell’Etiopia e passare per quella dell’Albania, della Grecia, della Jugoslavia. In molti casi gli italiani hanno commesso azioni su cui purtroppo è mancato non solo il giudizio penale dei tribunali italiani e dei tribunali internazionali, ma anche una elaborazione consapevole nella nostra coscienza collettiva. È vero poi che nei due anni successivi della Resistenza gli italiani si sono riscattati e sono stati spesso vittime della stragi naziste, ma non dobbiamo dimenticare quello che noi abbiamo fatto ad altri popoli.

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