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Crisi: in Grecia 25 mila licenziamenti nella Pa entro l’anno

© LOUISA GOULIAMAKI / AFP
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In attesa degli effetti dell’amara cura imposta da Ue e creditori, il calvario ellenico arriva a una stazione dolorosissima. Allarme anche per l’Italia?


Entro l’anno 25 mila dipendenti pubblici ellenici verranno licenziati o cassaintegrati. È il provvedimento più duro che il Parlamento ellenico ha approvato, con una maggioranza risicatissima di soli 3 voti, in un ampio pacchetto di riforme proposte dal Governo per poter “ottenere una nuova tranche di prestiti dalla troika” (Ue, Fondo monetario internazionale e Banca centrale europea) per circa 7 miliardi euro. Bruxelles però “non ha escluso che alla fine del programma di aiuti che si concluderà nel 2014 possa restare un buco finanziario tra i 2,8 e i 4,6 miliardi di euro” (Il Sole 24 Ore, 18 luglio). È l’ennesima stazione del calvario greco, dalle conseguenze sociali sicuramente dolorosissime ma ancora imprevedibili.



Non sono valse a nulla settimane di proteste e lo sciopero generale del 16 luglio, con “migliaia di dipendenti pubblici, insegnanti, poliziotti”, categorie queste ultime che saranno particolarmente colpite dal provvedimento. Il leader della sinistra radicale Alexis Tsipras ha parlato di “sacrificio umano” definendo il progetto un “disastro” (Rassegna.it, 18 luglio). Tra i palliativi previsti – oltre alla riduzione dell’Iva dal 23 al 13% su ristoranti e prodotti di ristorazione (il turismo in Grecia è praticamente l’unica voce economica in positivo) – “aumentato fino al doppio (a 12.000 euro anziché a 6.000 come inizialmente previsto), il limite di reddito annuo per essere escluso dal provvedimento di taglio, per quel dipendente con a carico un figlio disabile o un coniuge” (Il Fatto Quotidiano, 18 luglio).



Troika e creditori internazionali non guardano in faccia nessuno: sono giunte pressioni affinché siano tagliati anche gli stipendi dei circa 9.500 sacerdoti greco-ortodossi che costano ad Atene ogni anno circa 200 milioni di euro. E la chiesa cattolica? “La gente è disperata ed esasperata” aveva detto ai microfoni di Radio Vaticana (13 luglio), l’arcivescovo cattolico di Atene mons. Nikolaos Foskolos. “Noi, come Chiesa cattolica, non abbiamo voce in capitolo. Siamo pochi” però chiediamo all’Unione europea di “vedere attraverso un occhio più umano la situazione in Grecia. Ci sono gli sbagli fatti dai nostri politici, ma adesso è la grande maggioranza del popolo a trovarsi in difficoltà”.

Qualcuno si chiede se poi licenzieranno davvero tutte queste persone. Scrive Marco Pedersini su Panorama (18 luglio) che “in un Paese che non riesce a privatizzare niente (l'asta per il gas è andata deserta, quella per il monopolio delle scommesse continua a slittare), diminuire i dipendenti pubblici sembra più un diversivo che una soluzione. Soprattutto se c'è il trucco”; ossia un’attesa tattica fino a che la “Merkel non sarà riconfermata” per poi “rimangiarsi il licenziamento di massa di agenti di polizia e professori”. Ipotesi da verificare.


Ma in Italia potrebbe succedere la stessa cosa? Il dubbio, un po’ angoscioso, serpeggia soprattutto nella Rete, apprese le novità greche. Scrive Arnaldo Ferrari Nasi su Libero (18 luglio) che “il lavoro pubblico, in Italia, incide circa il 13,5% del lavoro tutto” e  che “allo Stato costa grosso modo all’anno 170 miliardi di euro” dato che “si allinea a quello della media europea”.  Ma “c’è un ma. Siccome il numero medio di componenti la famiglia italiana è circa di 2,4” significa che “all’incirca in una famiglia su tre c’è un lavoratore pubblico”. Inoltre “il lavoro pubblico rappresenta circa l’8% del debito italiano” il cui ammontare proprio di recente ha guadagnato, si fa per dire, il secondo posto in Europa proprio dietro alla Grecia.


Gli altri indicatori economici e sociali italiani non sarebbero però altrettanto drammatici e su questo ancora confidiamo. Resta agli atti però che già lo scorso anno l’allora ministro della Funzione pubblica, Patroni Griffi aveva individuato oltre 4 mila esuberi nella Pubblica amministrazione. Un numero però che sarebbe salito. Il neoministro D’Alia ha infatti di recente negato che siano all’orizzonte dei licenziamenti ma ha parlato di “circa 7 mila persone in più che devono essere ricollocate” (Ansa, 8 luglio).

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