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Camminare, uscire… per strappare la radice dell’intolleranza

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Peter Brutsch

padre Renato Zilio - pubblicato il 16/07/13

E' condividere una storia comune con l'altro, è non cedere al ripiegamento, alla solitudine dei discepoli di Emmaus

Camminare, spostarsi, uscire dal proprio spazio: a partire da Abramo sei chiamato anche tu, come ogni uomo, a camminare. Dimenticare questo dinamismo è la radice dell'intolleranza; non è una semplice pausa nel nostro avanzare, ma il fissarsi ciascuno sulla propria posizione. Camminare, dunque; ma in quale direzione?

Due uomini andavano verso Emmaus, per rinchiudersi definitivamente nella loro intolleranza, nel loro rifiuto di sperare nella tragica storia che avevano vissuto, in altri discepoli sperduti, nel Maestro che aveva promesso di tornare dopo la sua morte.

Tristi come la nostalgica luce dell'imbrunire, i loro passi scandivano ripiegamento, solitudine e chiusura. Camminare è essere raggiunti da un compagno di viaggio sconosciuto e farsi racconto di un'esperienza senza via d'uscita. La parola sarà, allora, una lunga traversata del Mar Rosso, il mare delle proprie illusioni. E di là, sull'altra riva, guardare indietro il proprio passaggio come una storia di salvezza vissuta insieme. La morte non sarà che un primo passo per andare più lontano.

Camminare con l'altro è esporsi al suo sguardo. E' risentire il suo ascolto arrestarsi su di te, per indicarti ciò che in te ansiosamente attende di aprirsi, come sul finire dell'inverno le gemme gonfie e tenere di una betulla…Sottolineare in te la speranza e l'attesa, invisibile a te stesso. E' l'arte di rialzarti da terra, di farti camminare nel senso della vita. Per ricordarti che ogni uomo è anche risurrezione: invitato a uscire come il Maestro dalla solitudine e dalla morte che stava affrontando.

Camminare con uno straniero sarà rileggere di nuovo con lui la tua storia, intravedere un avvenire differente. E spezzare con lui la parola, lo sguardo e la strada. Al contrario, rinunciare a una storia comune con l'altro, a un'ospitalità reciproca, sarà rinchiudersi in casa propria per nutrirsi di intolleranza.

Spezzare è un segno di morte, ma quando insieme, a tavola, spezziamo per l'altro del pane, è anche il segno più vivo di vita. Così è spezzare il coraggio, la propria storia, la speranza, la fiducia per distribuirle e alimentare gli altri, nutrendoli in modo diverso. La morte e la vita si tengono legate tra loro fortemente, come le vele di un battello strette insieme all'albero maestro per spingerci avanti nel mare. E annunciare agli altri la gioia di essere usciti, finalmente, da noi stessi e dal nostro porto. Perché la speranza, come a Emmaus, ci chiamerà a prendere il largo.

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