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Sempre più i videogiochi ossessionano e fanno male

© DR
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La dipendenza da videogiochi è, senza dubbio, la più diffusa tra i bambini e gli adolescenti

di Paola de Rosa

“Improvvisamente sembra che il nostro pianeta sia caduto nelle grinfie degli alieni. Nei pub, nei bar, nelle stazioni di servizio sulle autostrade, nei chioschi di kebab, nei negozi di dischi, negli aeroporti del Texas, negli atri degli hotel bengalesi, nelle case chiuse svedesi, nelle discoteche parigine, agli angoli delle strade del Greenwich Village, nelle gelaterie, nelle sale d’attesa dei dentisti, nelle boutique unisex — e in tutte le sale giochi del globo terrestre, dove si aggirano pallide creature consumate dal vizio e tiratardi simili a pipistrelli — si può assistere allo spettacolo sfavillante di mille incontri ravvicinati, di mille guerre stellari” . Così, Martin Amis, celebre scrittore inglese, descrive nel testo su Repubblica del 2 giugno scorso, il preoccupante fenomeno della dipendenza da videogiochi, divenuto ormai “un’ossessione di portata mondiale”.

Un’ossessione che non ha risparmiato neanche lui, che ha sperimentato in prima persona le pesanti ricadute, in primis, sulla salute: “crisi e tracolli nervosi, periodi di astinenza e disintossicazione, fasi di abbuffate pazzesche”. La dipendenza da videogiochi è, senza dubbio, la dipendenza più diffusa tra i bambini e gli adolescenti. È un legame morboso che si stabilisce a poco a poco, a seguito di una graduale degenerazione nell’utilizzo di uno strumento ludico che, di per sé, non è “geneticamente” nocivo.

Il gioco è un elemento fondamentale per un sano sviluppo dell’individuo, soprattutto durante l’infanzia. “È attraverso il gioco – afferma il dottor Gaspare Costa, specialista in psicoterapia cognitivo-comportamentale – che il bambino inizia ad apprendere regole e ruoli che rappresentano un elemento indispensabile nel processo di identificazione e socializzazione del fanciullo”. Esistono, tuttavia, alcune differenze fondamentali tra i giochi tradizionali e i giochi elettronici, che si traducono anche in una diversa predisposizione all’apprendimento e alle relazioni sociali. In primis, i giochi tradizionali incentivano l’attività di gruppo, mentre i videogiochi si consumano in solitudine. I giochi di ruolo tradizionali risultano importanti strumenti per sviluppare una buona capacità di inserimento sociale, così come di immedesimazione con i bisogni, le difficoltà e le possibilità dell’altro. Nei videogiochi, per contro, l’identificazione avviene il più delle volte con personaggi virtuali, dotati spesso di poteri magici, che rischiano di portare all’emulazione di azioni pericolose. Esiste, poi, una differenza connessa alla tipologia di attività che si è diffusa attraverso i videogiochi, sempre più incentrata sull’aggressività e sulla violenza, a fronte della componente spiccatamente più ludica dei giochi tramandati di padre in figlio.

Vanno sottolineate, d’altra parte, alcune opportunità connesse all’utilizzo dei giochi elettronici a scopo educativo. Il potere motivante di questa tipologia di strumento e la sua capacità di catturare e mantenere l’attenzione è stato preso in considerazione da alcune aziende specializzate ai fini della realizzazione di programmi volti a sostenere l’apprendimento anche in presenza di alcuni disturbi, come dislessie o deficit sensoriali. Non è quindi lo strumento in sé ad essere nocivo, ma un suo utilizzo smodato e, soprattutto, privo di una supervisione da parte di genitori ed educatori.

Come tutte le dipendenze, anche quella da videogiochi presenta specifiche caratteristiche. Si passa dalla videomania (o videoabuso), che ha alla base un utilizzo eccessivo del gioco dal punto di vista quantitativo, alla videofissazione, che si traduce in comportamenti predeterminati basati sulla prolungata esposizione al gioco, da soli, in silenzio, spesso in ambienti poco illuminati. Si giunge, poi, alla vera e propria

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