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Legge “antiomofobia”: una norma solo simbolica?

EITAN ABRAMOVICH
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La proposta di legge bipartisan “Scalfarotto-Leone” sarà presto in discussione alla Camera. Una norma che alcuni considerano ridondante ma sopratutto illiberale

 I promotori la presentano come una legge “contro l’omofobia e la transfobia”. Il rischio è che si risolva solo in norme illiberali per tutti. Norme persino superflue in un ordinamento che già prevede reati e aggravanti adeguati.

Si tratta della proposta di legge 245, un testo bipartisan – primo firmatario l’on. Ivan Scalfarotto (Pd) con Antonio Leone (Pdl) – che è stata firmato da un terzo dei deputati (211 su 630). Il 9 luglio scorso la commissione Giustizia ha approvato il testo base che sarà discusso in aula a partire dal 22 luglio: prevede l’estensione della legge “Reale-Mancino” – che già punisce gli atti di discriminazione basati sull’origine etnica, nazionalità e religione – anche all’orientamento sessuale e all’identità di genere della vittima.



Secondo i “Giuristi per la Vita” (www.giuristiperlavita.org) si tratta però di un’iniziativa legislativa “che rischia seriamente di avere gravi ripercussioni sui diritti fondamentali dell’uomo riconosciuti dalla nostra Costituzione, tra cui il diritto alla libertà di pensiero (art. 21) e alla libertà religiosa (art. 19)”. Il termine per gli emendamenti scade martedì 16 luglio. Per questo l’associazione ha lanciato un appello e una raccolta di firme in previsione del prossimo passaggio parlamentare.



Destano preoccupazione soprattutto le modifiche all’art. 3 della legge Reale, successivamente modificata dal decreto Mancino, una norma nata per recepire una convenzione internazionale contro la discriminazione razziale e pensata, in chiave di ordine pubblico, per contrastare essenzialmente movimenti e associazioni neofasciste o neonaziste.


Secondo Mauro Ronco, professore ordinario di Diritto Penale nell’Università di Padova, che non disconosce l’importanza del tema, se si guarda oltre la lettera alle implicazioni della norma, il rischio è che “potrebbero essere sottoposti a processo” per esempio “tutti coloro che sollecitassero i parlamentari della Repubblica a non introdurre nella legislazione il ‘matrimonio’ gay”. Secondo Ronco tra l’altro “gli atti di discriminazione motivati dall’odio contro l’orientamento sessuale sono già puniti adeguatamente nella legislazione attuale, grazie all’aggravante dei motivi abietti” e “ con pene più gravi di quella comune” (La Nuova Bussola Quotidiana, 9 luglio).

Nella casistica paradossale che potrebbe rientrare nella nuova norma – come faceva notare il magistrato e già ministro Alfredo Mantovano su Avvenire (25 giugno) – “una madre che prova a persuadere la figlia a non sposare una persona che manifesta un orientamento ‘bisessuale’, e le illustra i problemi che sorgerebbero per un nucleo familiare stabile, rischierebbe l’imputazione di violenza privata, aggravata da discriminazione per motivo di orientamento sessuale”.


Perché allora forzare questa norma? Secondo l’onorevole Scalfarotto questo è “uno di quei casi in cui la norma penale ha un effetto simbolico e contribuisce a costruire la modernità di un paese e la cultura di una comunità”. Scalfarotto sembra persino più realista del re. Rispondendo sul suo blog ad alcune note al testo di legge da parte della Rete Lenford, un gruppo di avvocati per i diritti LGBT, che chiedono di sostituire in una parte chiave della proposta la locuzione “discriminazioni” con quella di “reati”, Scalfarotto sostiene che “un cambiamento in questo senso potrebbe provocare un restringimento e non un allargamento della norma” cioé “a quei soli fatti che siano già configurati come reati prima e indipendentemente (e non a causa e a seguito) dell’applicazione della Legge Reale-Mancino”.


Infine, qualche giorno fa su Il Foglio (2 luglio) si chiedeva Paola Ricci Sindoni, tra i soci fondatori dell'associazione “Scienza e vita”, perché se si tratta di una legge contro l’omofobia nel testo “non si parla esplicitamente di omosessualità?”.

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