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Quale matrimonio è in crisi? Cosa dicono i numeri


© Robert Hoetink
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I legami di coppia sono fragili e le politiche strutturali per la famiglia sembrano una chimera. Ma a leggere bene tra i dati emergono aspetti da valutare meglio



Relazioni di coppia più fragili e un modello “tradizionale” di famiglia in forte discussione e con esso la struttura di un’intera società e del suo welfare. Mentre la crisi economica non sembra dare tregua, e nonostante tante dichiarazioni di principio, continua in Italia l’indifferenza della politica nazionale su tutto ciò che concretamente potrebbe aiutare gli italiani ad investire ancora nella famiglia. Ma leggiamo sempre con le lenti giuste tra le pieghe dei numeri disponibili su matrimonio e famiglia? 



Di recente l’Istat ha completato l’aggiornamento dei suoi dati su matrimoni e separazioni al 2011, raffrontandoli indietro nel tempo con quelli fino al 1995. Ebbene, innanzitutto, si registra una sostanziale stabilità rispetto al 2010, e addirittura una piccola flessione nel numero dei divorzi (-0,7% contro un +0,7% per le separazioni). In tutto “nel 2011 le separazioni sono state 88.797 e i divorzi 53.806”.

La durata media dei matrimoni italiani risulta pari a 15 anni per le separazioni e a 18 anni per i divorzi. L'età media alla separazione è di circa 46 anni per i mariti e di 43 per le mogli. L’Istat sottolinea che “questi valori sono aumentati negli anni per effetto della posticipazione delle nozze in età più mature e per la crescita delle separazioni con almeno uno sposo ultrasessantenne”. Una certa enfasi nei titoli l’ha avuta infine la costatazione che “i tassi di separazione e di divorzio totale sono in continua crescita. Nel 1995 per ogni 1.000 matrimoni si contavano 158 separazioni e 80 divorzi, nel 2011 si arriva a 311 separazioni e 182 divorzi” (Istat, 27 maggio).

Ma cosa misurano esattamente questi due ultimi indicatori? Se lo è chiesto il sociologo Andrea Casavecchia – autore del recente Equilibri di coppia. Tra vulnerabilità e generatività sociale – in un articolo pubblicato sul settimanale della Diocesi di Milano (Incrocinews.it, 9 luglio). L’autore non sminuisce l’evidenza di una crescita delle fragilità della vita a due ma sottolinea che “nel 2011 si sono celebrate circa 205 mila nozze”. Un dato non trascurabile che, secondo Casavecchia “smentisce chi ritiene il matrimonio fuori moda”. Il sociologo inoltre “suggerisce di circoscrivere il fenomeno” dell’aumento delle separazioni e dei divorzi: “Appare fuorviante confrontare il numero dei matrimoni celebrati nell’anno con il numero delle separazioni, perché le basi di partenza sono diverse: le seconde nascono dal numero totale dei rapporti coniugali esistenti in Italia, i primi dal numero dei single che decidono di sposarsi. Quei grafici riproducono quindi soltanto le “entrate” e le “uscite” dalla vita matrimoniale”. Alcuni elementi poi “inducono a supporre che una quota delle separazioni sia esclusivamente formale”, ossia “ci si separerebbe per motivi economici: meno tasse da pagare; più contributi da ricevere; più agevolazioni da sfruttare rispetto a varie tipologie di servizi come asili nido e mense scolastiche per i figli”. Dal matrimonio d’interesse alla “separazione per interesse”.

Un’altra lettura “alternativa” di alcuni di questi dati sui matrimoni, resi disponibili dall’Istat già alla fine del 2012, ce l’avevano offerta il sociologo Franco Garelli e mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la Nuova evangelizzazione. In particolare, in quei giorni i giornali puntarono sul “sorpasso” storico dei matrimoni civili sui matrimoni religiosi. Garelli volle evidenziare allora una sorta di “purificazione” e “qualificazione” dei matrimoni religiosi “e ciò in una chiesa che può essere meno esposta al folklore e più luogo dello spirito”. 
Mons. Fisichella, ricordando che “la comunità cristiana si interroga” soprattutto “su come far comprendere in maniera più efficace il valore del matrimonio cristiano”, commentò i dati del Rapporto Istat sottolineando che è “un campanello d'allarme che però dice anche altre cose”. Per esempio che “le unioni civili sono di più perché potrebbe trattarsi di un secondo matrimonio”. In ogni caso “il fatto che una persona decida di risposarsi civilmente, assumendosi le proprie responsabilità davanti ad un’autorità civile è da considerare comunque positivo”  (Il Messaggero, 19 dicembre 2012).

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