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Andy Warhol e l’arte venduta al mercato

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Può il mercato dei beni di consumo essere l’orizzonte in cui far sbocciare il giardino dell’arte sacra?

Come abbiamo visto nella prima parte di questo lungo articolo suddiviso in più sezioni, la questione relativa all’arte sacra nel mondo contemporaneo è molto complessa. Per motivi anche di spazio, mi riservo di approfondire in altri luoghi gli spunti di riflessione qui presentati. L’idea di fondo è che solo analizzando in modo compiuto l’identità dell’arte si possa affrontare in maniera corretta la delicata condizione dell’arte sacra. In altre parole uno dei temi importanti, sia in campo storiografico che in quello teoretico, è la ri-definizione stessa del concetto di arte, che nella contemporaneità è divenuto a volte equivoco ed altre contraddittorio o più semplicemente assente, poiché, agli albori della modernità, è stato dato per morto.
È necessario, quindi, mettere in campo una metodologia efficace per affrontare lo studio dell’intero organismo della questione artistica, ovvero una metodologia capace di analizzare le parti, distinguendo i diversi campi del sapere specificatamente competenti, capace poi di individuare il principio vitale che si manifesta nell’insieme totale così come in ogni singola parte, anche periferica, e capace infine di restituire la dinamicità propria della natura artistica. Questo implicherebbe non solo un esito storiografico, ma anche un nuovo impulso teoretico, capace di muovere e far muovere le cose.
Occorre partire dalla consapevolezza della crisi postmoderna delle grandi narrazioni, ma anche dalla coscienza che già le grandi narrazioni moderne si ponevano in modo problematico: esistono infatti alcuni elementi – come abbiamo già visto nella prima parte di questo articolo – che sono ignorati o conosciuti solo dagli specialisti, e che dunque a stento e malamente sono entrati nelle grandi narrazioni, ovvero nelle storie dell’arte che si usano come punti di riferimento per orientarsi nel complicato panorama delle questioni artistiche ed estetiche.
La crisi vissuta e prodotta dalla generazione della seconda metà del XIX secolo, come ha evidenziato Jean-François Lyotard, nel suo saggio La condizione postmoderna (1979), si radica nel processo di delegittimazione del sistema dei saperi tradizionali; con riferimento al periodo successivo alla II Guerra Mondiale, Lyotard scrive: «l’impatto che la ripresa e la prosperità capitalistica da una parte, e l’effetto depistante del decollo tecnologico dall’altra, possono esercitare sullo statuto del sapere, è chiaro. Ma è in primo luogo necessario rintracciare i germi di delegittimazione e di nichilismo che erano già immanenti alle grandi narrazioni del XIX secolo per comprendere come la scienza contemporanea fosse già esposta a simili impatti assai prima che essi avessero luogo»[1]. Lyotard, dunque, sottolinea che prima che si verificasse l’impatto che ha devastato la legittimazione del sapere nel XX secolo, si erano preparate tutte le premesse perché ciò accadesse già nel secolo XIX poiché «una scienza che non ha trovato la sua legittimità non è vera scienza, essa cade al più basso dei ranghi, quello di ideologia o di strumento di potenza, se il discorso che doveva legittimarla si è esso stesso presentato come un prodotto di un sapere pre-scientifico, allo stesso modo di un “volgare” racconto»[2]. Questo processo è accaduto anche all’arte che, da sistema di sapere quale era, è stata declassata al rango di ideologia e poi semplicemente a quello di strumento di potere. Ciò ha coinvolto persino il mondo dell’arte sacra; tanto che la storiografia, anche da parte cristiana, ha cominciato a male interpretare i grandi capolavori artistici, giudicandoli come espressione di un cattivo uso del denaro, come mezzi di propaganda, come meri strumenti di potere. In questa ottica, per esempio, il Rinascimento viene sovente interpretato come sintomo della corruzione dei costumi curiali ed il Barocco viene addirittura presentato come la vergogna del potere temporale della Chiesa.
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