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Dalla fine del mondo, le domande alla nostra coscienza

© ALESSANDRA TARANTINO / POOL / AFP
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Ieri a Lampedusa abbiamo capito da dove arriva Papa Bergoglio: più che da una terra lontana, viene dal capitolo 25 del Vangelo di Matteo

Subito dopo l'elezione si è presentato come il nuovo Papa che i cardinali sono andati a prendere «dalla fine del mondo». E tutti abbiamo pensato subito a un terra lontana. Ma non è che ci siamo sbagliati? Non è che in quella auto-definizione c'è dentro qualcosa di più? Un riferimento – magari anche inconsapevole – a qualcosa che ha a più a che fare con un tempo da cogliere che con uno spazio da cercare?

È già da un po' che ho in mente questa idea, ma le immagini che abbiamo visto e le parole che abbiamo ascoltato ieri da Lampedusa me l'hanno ulteriormente rafforzata. Che cosa ci affascina così tanto in Papa Francesco? In fondo non dice parole nuove, ripete semplicemente la strada che il Vangelo indica da sempre. Ma ciò che lui riesce a fare in una maniera straordinaria è comunicare l'urgenza che quegli stessi inviti – già ascoltati mille volte – portano con sé. È come se stesse togliendo un velo di fronte a qualcosa che prima non riuscivamo a vedere con chiarezza.

Certo, ci si può anche fermare all'emozione di fronte al Successore di Pietro che arriva a Lampedusa con la barca. Oppure ci si può schierare con facilità dalla parte di «quelli che l'avevano sempre detto» che bisognava fare qualcosa di più per gli immigrati. Eppure – se siamo sinceri fino in fondo – chi di noi ieri non ha avvertito un brivido dietro alla schiena quando citando i barconi affondati ci ha chiesto se avevamo pianto per fatti come questo? La verità è che ci voleva un uomo venuto «dalla fine del mondo» per togliere la questione della tratta delle persone sulle carrette del mare dall'universo delle polemiche di carta e riportarlo nella loro dimensione più autentica: quella – appunto – delle lacrime.

E allora eccolo il Papa venuto «dalla fine del mondo». Perché lui arriva dritto dal capitolo 25 del Vangelo di Matteo: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi». Ma anche dal capitolo 3 dell'Apocalisse, quello delle parole durissime all'angelo della Chiesa di Laodicea (quella che la Parola di Dio definisce «vomitevole» perché non è né calda né fredda): «Tu dici: io sono ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di nulla e non sai invece di essere disgraziato, miserabile, povero, cieco e nudo».

Francesco invita costantemente a non farsi togliere la speranza e a lasciare spazio nella propria vita alla misericordia di Dio. Ma questo – spiega – diventa possibile solo se «usciamo dalla bolla», se facciamo i conti con le domande della Genesi («Adamo, dove sei?», «Caino, dov'è tuo fratello?») e con l'orizzonte ultimo della nostra esistenza («il sudario non ha tasche», è stata una delle sue prime frasi che hanno fatto breccia).

Viene «dalla fine del mondo». Cioè dal punto di vista migliore per aiutarci a capire ciò che conta davvero.

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