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Papa Francesco: gli immigrati morti in mare, una “spina nel cuore”

ANDREAS SOLARO

Chiara Santomiero - pubblicato il 08/07/13

Il viaggio a Lampedusa del pontefice: “no alla globalizzazione dell'indifferenza”

P { margin-bottom: 0.21cm; Una “spina nel cuore”: questo rappresentano per papa Francesco le notizie dei tanti immigrati morti in mare mentre cercano scampo verso l’Europa. Ha spiegato lui stesso durante la celebrazione eucaristica nel campo sportivo dell’isola il motivo della sua visita a Lampedusa, comunicata a sorpresa la settimana scorsa. Il pensiero delle “barche che invece di essere vie di speranza diventano vie di morte” è tornato continuamente ad affacciarsi nella sua mente come “una spina nel cuore” e quindi “ho sentito che dovevo venire qui a pregare, per un gesto di vicinanza ma anche per svegliare le coscienze perché questo non si ripeta più”.

Una “spina nel cuore”: questo rappresentano per papa Francesco le notizie dei tanti immigrati morti in mare mentre cercano scampo verso l'Europa. Ha spiegato lui stesso durante la celebrazione eucaristica nel campo sportivo dell'isola il motivo della sua visita a Lampedusa, comunicata a sorpresa la settimana scorsa. Il pensiero delle “barche che invece di essere vie di speranza diventano vie di morte” è tornato continuamente ad affacciarsi nella sua mente come “una spina nel cuore” e quindi “ho sentito che dovevo venire qui a pregare, per un gesto di vicinanza ma anche per svegliare le coscienze perché questo non si ripeta più”.


Papa Francesco è arrivato sull'isola degli sbarchi degli immigrati intorno alle 9.15 e da Cala Pisana si è imbarcato su una motovedetta per raggiungere via mare il porto di Lampedusa. Al largo, nei pressi della Porta d'Europa, il pontefice ha lanciato in mare una corona di fiori in memoria di quanti hanno perso la vita nelle traversate, si calcola circa 19 mila dal 1988. A Punta Favarolo, nel porto nuovo di Lampedusa, Bergoglio ha incontrato un gruppo di immigrati, una cinquantina, in rappresentanza delle centinaia che arrivano ogni giorno sull'isola italiana più vicina all'Africa che alla Sicilia. Proprio questo lunedì mattina sullo stesso molo è arrivato un altro barcone con 166 immigrati, tra cui 4 donne. Un ragazzo, con l'aiuto di un interprete, ha raccontato a Bergoglio delle sofferenze vissute per arrivare fin lì, della fuga per motivi politici ed economici, di come siano diventati oggetto di commercio da parte dei trafficanti. Storie tristemente note ma a cui non bisogna fare l'abitudine, come chiederà più tardi il papa, lui stesso un figlio dell'emigrazione italiana in Argentina.


Nel percorso in giardinetta verso il luogo della celebrazione, gli uomini della sicurezza vaticana e i carabinieri non riescono a fare argine alla tenerezza del papa che saluta, stringe le mani, bacia i piccoli e li benedice. Non ha fretta papa Francesco, ha tempo per tutti gli isolani che sono accorsi ad accoglierlo e lo stringono da vicino contro ogni misura di sicurezza. “Benvenuto tra gli ultimi” dice un cartello sul grande contenitore dell'acqua (il bene più prezioso per un'isola senza fonti proprie di acqua potabile), “Sei uno di noi” sintetizza questo slancio popolare verso il pontefice venuto dalla fine del mondo la scritta su un lenzuolo esposto su una delle case che si affacciano sul campo sportivo. I 120 pescherecci che hanno seguito il viaggio del pontefice in acqua avevano davanti alla prua l'immagine di Bergoglio e la scritta: “Il papa dei pescatori”. “Grazie”, ha detto più di una volta Bergoglio agli abitanti di Lampedusa e Linosa, per “l'attenzione a persone nel loro viaggio verso qualcosa di migliore”. Il papa li ha incoraggiati a essere un “faro” in tutto il mondo, perché “abbiano il coraggio di accogliere quelli che cercano una vita migliore”.


Solo una tavola poggiata su una piccola barca per altare e una copertura fatta di vele: il pontefice ha chiesto espressamente che per questa sua visita non si spendessero risorse economiche meglio impiegabili altrove. Anche il calice e il pastorale sono stati realizzati con il fasciame delle barche: sull'isola, appena a sinistra da dove il pontefice ha celebrato, c'è un intero “cimitero” di relitti, quel che resta dei natanti che hanno traghettato la speranza e il dolore di tanti migranti. Per la celebrazione, che ha seguito la liturgia penitenziale, dal leggio con al centro un timone viene letto il brano della Genesi con la vicenda fratricida di Caino e Abele.


“Dov'è tuo fratello?”: non è una domanda rivolta ad altri, afferma Bergoglio nell'omelia collocando anche se stesso tra i “disorientati”, quelli “non più attenti alla vita del mondo”, ma “a me, a te, a tutti”. Chi è responsabile del sangue dei fratelli e delle sorelle che hanno trovato la morte mentre cercavano un posto migliore per sé e per la propria famiglia? “Tutti e nessuno”, risponde il pontefice citando una commedia di Lope de Vega. Ognuno pensa di non esserne responsabile in prima persona perché “abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna”. “La cultura del benessere – afferma papa Francesco -, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza”. In questo mondo della globalizzazione, ripete il pontefice “siamo caduti nella globalizzazione dell'indifferenza” e “ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!”.


Come nella figura dell’Innominato di Manzoni, la globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. La nostra è una società, secondo Bergoglio, che ha anche dimenticato l'esperienza del piangere “con”. “Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo? – ha chiesto il pontefice -. Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle?”. Per questo – ha concluso con forza papa Francesco – occorre chiedere perdono e “la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio- economiche che aprono la strada ai drammi come questo”.

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