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Qual è la differenza tra arte cristiana e revival?

Rodolfo Papa - pubblicato il 05/07/13

L’arte cristiana non deve essere alla moda, cioè mondana, né deve cedere alle lusinghe del mondo

Nel precedente articolo abbiamo affrontato la presenza dei Revival all’interno dell’attuale panorama culturale ed artistico contemporaneo. Alcune domande sorgono. Qual è la differenza tra il sistema d’arte cristiano e i revival che sono stati gradualmente introdotti all’interno della cultura occidentale? e quali mutazioni hanno operato in esso? Come al solito, abbiamo bisogno di operare distinguo ed elaborare spiegazioni profonde, cercando di cogliere il senso ultimo delle parole, senza rimanere impigliati in esse. Come abbiamo già visto, con il passare del tempo alcuni elementi esterni si sono affacciati al confine del “sistema d’arte” elaborato dalla cristianità nel corso dei secoli.

Per secoli, nel XIII come pure nel XVII, per qualsiasi artista o committente, dire “arte” significava dire “arte cristiana”. Anche se si parlava di pittura senza mai esplicitare il senso religioso della dimensione artistica, questo non significava che ci si trovava in un territorio laico o neutro, ma, al contrario, che lo scopo dell’arte pittorica, come di ogni altra arte, era talmente e inscindibilmente legato ad una dimensione spirituale e quindi religiosa, che non era in realtà necessario esplicitarlo. Semmai, gradualmente si andavano evidenziando ed esplicitando gli intenti che proprio da questo primo si discostassero. Nel corso dei secoli successivi, pian piano altri intenti e altri modelli esterni alla dimensione cristiana della società, si sono affermati, primo tra tutti un neo-classicismo di marca paganeggiante. La novità di questo movimento non è la ripresa di modelli antichi, cosa che del resto la cristianità con la sua invenzione del concetto di “classico” non aveva mai smesso di farlo. Ricordiamo, infatti, che Carlo Magno voleva essere tanto romano quanto cristiano e così pure Bernini o Michelangelo, visto che il termine romano significa universale e quello cristiano offre il senso ultimo dell’agire in una sequela e in una tradizione. La novità del movimento culturale neo-classico, o almeno di una parte di esso, risiede invece nel fatto che i modelli non sono presi per essere trasformati in qualcosa di profondamente cristiano, come per l’appunto si era fatto per secoli, ma vengono assunti per ricostruire un mondo all’antica. Lo scopo del neo-classicismo settecentesco non era ammirare gli antichi, romani, greci o celti che fossero, lo scopo era quello di essere neo-pagani, cioè importare da altri luoghi e da altri tempi elementi capaci di confondere, e con il tempo sostituire, le radici cristiane d’Europa.

Non occorre dilungarmi su questi punti, basti citare il berretto frigio dei rivoluzionari francesi, alcuni esiti non solo macroscopici quale la distruzione di chiese e cattedrali, ma anche la produzione di utopie sociali che nel corso del XIX secolo hanno ubriacato l’Europa con simboli pagani, come le teorie anarchiche e antiteiste di Poudhon o quelle dei falansteri di Charles Fourier. Un certo egizianismo si era talmente affermato che persino Napoleone, mentre imponeva lo stile impero, attizzava, con le sue campagne militari africane, sogni esoterici; tali sogni per certi versi ancora oggi vivono nel cuore d’Europa, basti pensare a quel movimento che Mario Perniola ha elegantemente chiamato nel titolo di un suo libro Il momento egizio dell’arte contemporanea con implicito riferimento alla piramide che l’architetto cinese naturalizzato statunitense Ieoh Ming Pei realizzò nel 2003 per i Musei del Louvre, dove poi furono ambientati romanzi fantastici ed esoterici quale per esempio il Codice da Vinci. L’ondata paganeggiante con riferimento a culti esoterici di tipo egiziaco ha intanto inondato le capitali europee, e non solo queste. Certamente un primo importante attacco all’arte cristiana fu costituito dall’iconofobia sorta all’inizio del XVI con le istanze protestanti, che provocò la distruzione di molti capolavori, di migliaia di dipinti e statue nelle chiese di mezza Europa. Tuttavia ben diverso è quello che è avvenuto in maniera sistematica con l’introduzione di elementi esotici ed esoterici, non con l’intento di sussumerli, trasformandoli in componenti del sistema artistico cristiano, quanto piuttosto con l’intento deliberato di sostituire il “sistema teologico-artistico cristiano”, in particolare cattolico, con qualcosa di totalmente alternativo. Non appare realmente presente lo scopo nobile di far progredire le arti, che ha animato le grandi narrazioni delle varie storie dell’arte che nel corso degli ultimi due secoli si sono succedute, ponendo in continuità modi e visioni che in realtà sarebbero addirittura in discontinuità rivoluzionaria. Infatti, molti movimenti artistici prendono origine direttamente da visioni del mondo antitetiche al pensiero cristiano. Occorrerebbe assumere un onesto punto di vista che non voglia interpretare ogni mutazione occorsa nelle arti come semplice evoluzione di queste, e soprattutto che non riduca tutto ad una mera questione stilistica di superficie.

Occorrerebbe, invece, interrogarsi su quali siano le motivazioni intime dei singoli artisti e dei gruppi e movim

enti che hanno messo in essere vere e proprie rivoluzioni, in primo luogo culturali. Ad ogni gruppo corrisponde, infatti, una visione del mondo, una Weltanschauung ed in alcuni casi una vera e propria religione alternativa a quella cristiana. Di fronte ai grandi artisti che in questi lunghi ultimi due secoli hanno prodotto opere indimenticabili, di fronte alle loro gesta eroiche o mitiche, dobbiamo comunque e sempre domandarci su quello che i loro dipinti indicano come centro dell’esistere. Se consideriamo il sistema figurativo come un modello elaborato lentamente all’interno del pensiero cristiano, raggiungendo nel giro di alcuni secoli vette altissime di grandezza, possiamo vedere come la volontà di superare il cristianesimo da parte di alcuni movimenti di pensiero, ebbe anche come effetto lo scardinamento del sistema figurativo. Quelli che vengono percepiti come espansione o superamento dei confini stabiliti delle singole arti, sono in realtà tentativi di sostituzione del nucleo centrale del sistema artistico con sistemi alternativi. Facciamo qualche esempio: il mito delle culture mediterranee pre-cristiane si affaccia nei salotti europei attraverso nuovi dipinti prodotti da veri e propri movimenti guidati da veri e propri condottieri, quali i Fauves; l’esperienza di Matisse o quella di Cezanne, fino a giungere alle opere di Picasso, pongono le culture pagane mediterranee o quelle influenzate direttamente o indirettamente dall’Islam magrebino, prima ancora che come modelli artistici, come modelli sociali o politici, con profonda influenza nella sfera morale. O ancora le figure esili di Giacometti, i suoi bronzetti allungati, sono derivazioni dai modelli arcaici etruschi, così come Brancusi mescola modelli celtici con modelli africani, presenti questi ultimi nelle opere di Picasso come in alcune modulazioni del cubismo. Anche alcune decostruzioni dell’arte del passato consistono in vere e proprie cancellazioni critiche, come i Velazquezri-dipinti e cancellati da Bacon in segno non solo di un disagio umano emergente nel singolo, ma anche di un giudizio negativo espresso nei confronti dell’intero sistema religioso cristiano.

Un numeroso gruppo di artisti si è rifugiato nella visione del mito di una religione naturale pura, alimentata da una certa antropologia anti-occidentale, alla ricerca dell’uomo selvaggio nelle consolatorie isole dei Tropici; dal viaggiatore Gauguin allo stanziale Rousseau il doganiere, dall’onnivoro Matisse fino al selvaggio Derain: il mito di una religiosità naturalistica e spontanea, priva del senso del peccato e libera da ogni costrizione convenzionale si è fatta largo per mezzo di questi artisti, per giungere fino alle esperienze hippie degli anni ’60 del secolo scorso, e non solo. Questo troppo breve racconto è utile come premessa per affrontare una questione cogente dell’arte sacra, che si è fatta largo negli ultimi decenni, e che riguarda la stessa esistenza di un’arte sacra. Alcuni sono convinti che non esista e non sia mai esistita l’arte cristiana e che sia sufficiente convertirsi per essere artisti cristiani, qualunque arte o sistema d’arte si pratichi. Da qui deriva anche la diffusa opinione che la Chiesa debba includere come propria qualunque espressione artistica e debba rappresentare la propria fede mediante qualunque forma, sistema o stile, di moda in un certo momento storico. Ma la storia dell’arte fa emergere che gli artisti che hanno operato mutazioni, cambiamenti e rivoluzioni nel sistema d’arte figurativo fino a giungere quasi a delegittimarlo, non erano e soprattutto non volevano essere cristiani, ed anzi in alcuni casi esplicitamente avevano l’intenzione di delegittimare il cristianesimo.

Una delle radici della modernità risiede proprio nell’apostasia operata da artisti ed intellettuali europei. Ora appare evidentemente contraddittorio che forme, “alla moda”, radicate in sistemi neo-pagani, materialisti, laicisti e consumisti, possano diventare la lingua con cui affermare Cristo, visto che ogni elemento di tale lingua lo avversa, lo contraddice e lo nega. Infatti, tra una visione del mondo – una Weltanschauung – e una religione c’è una relazione biunivoca che lega una forma ad un pensiero, un sistema ad una fede. Del resto, questo viene indirettamente affermato anche da parte di chi sostiene che ogni forma è neutra e può essere utilizzata, e però si accanisce contro il figurativo, che rimane sempre la forma cristiana per eccellenza. L’arte cristiana non deve essere alla moda, cioè mondan

a, né deve cedere alle lusinghe del mondo
; non bisogna conformarsi alla mentalità del mondo, come ricorda mirabilmente san Paolo nella Lettera ai Romani:«Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando
la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12, 1-2).

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