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Papa Francesco: “Lumen fidei”, la prima enciclica in continuità con Benedetto XVI

© GABRIEL BOUYS / AFP
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“La luce della fede è lampada che guida i nostri passi nella notte”

Una firma sola – quella di Papa Francesco – ma un'ispirazione che riflette il contributo di due Papi – Ratzinger e Bergoglio – per un'enciclica che si può considerare scritta a “quattro mani” e divisa in quattro grandi capitoli: è tutto questo “Lumen Fidei” la prima enciclica di Papa Francesco presentata questo venerdì in Vaticano.

Un segno di continuità nel magistero ma soprattutto di comunione ecclesiale come non hanno mancato di far notare i protagonisti della conferenza stampa: il cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione dei vescovi, mons. Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova evangelizzazione.

“Alla trilogia di Benedetto XVI sulle virtù teologali mancava un pilastro. La Provvidenza ha voluto che il pilastro mancante fosse un dono del Papa emerito al suo successore e nello stesso tempo un simbolo di unità”: ha spiegato così la genesi dell'enciclica il cardinale Ouellet secondo il quale si tratta di una “catechesi a quattro mani” dei successori di Pietro. Attraverso l'enciclica nella quale Francesco porta a compimento la riflessione iniziata da Ratzinger la “luce della fede – ha affermato Ouellet – è così consegnata dall'uno all'altro pontefice, come nelle corse allo stadio, grazie al dono della successione apostolica”. Ouellet ha anche invitato a non cercare nel testo “particolarità di Benedetto XVI o di Francesco”; infatti nell'enciclica c'è “molto di Benedetto e tutto di Francesco perché ha assunto questo testo come primo testimone della fede e l'ha completato”.

Per quanto riguarda i contenuti, l'enciclica presenta la fede cristiana come “una luce proveniente dall'ascolto della Parola di Dio nella storia”. “Oggettivamente – ha rilevato Ouellet – la luce della fede orienta il senso della vita, porta conforto e consolazione ma impegna anche i credenti a porsi al servizio del bene comune dell'umanità attraverso l'annuncio e la condivisione della grazia ricevuta da Dio”. Come si afferma al n.57 dell'enciclica “la fede non è una luce tale da dissolvere tutte le nostre tenebre, ma la lampada che guida i nostri passi nella notte e ciò è quanto basta per il cammino”. Soggettivamente, invece, la fede è “apertura all'amore di Cristo”, l'entrare in una relazione che “allarga l'io alle dimensioni di un 'noi'”, non soltanto umano, nella Chiesa, ma partecipazione al “noi” trinitario del Padre, del Figlio e dello Spirito santo.

Scopo dell'enciclica, secondo mons. Müller, è richiamare al fatto che la luce della fede “illumina le profondità della realtà e ci aiuta a riconoscere che essa porta inscritti in sé i segni indelebili della iniziativa buona di Dio”. La fede, quindi, come si afferma al n. 18 “non ci separa dalla realtà ma ci permette di scoprire quanto Dio ama questo mondo e lo orienta incessantemente verso di sè”. La fede è quindi “la nostra grande risorsa”: “a partire da qui – ha affermato Müller – sta o cade ogni tentativo di riforma e non soltanto nella Chiesa” in quanto la fede “è un tesoro di bene e verità che riguarda tutti gli uomini, poiché tutti sono chiamati a vivere in amicizia con Dio”.

 Quattro grandi parti strutturano l'enciclica: nel secondo capitolo in particolare, l'enciclica pone la questione della verità come questione centrale per la fede. La fede, perciò, ha spiegato Müller “riguarda anche la conoscenza della realtà, è evento conoscitivo” e, come si esprime la stessa Lumen Fidei al n. 24 “senza verità, la fede non salva…resta una bella fiaba…oppure si riduce a un bel sentimento”. “La fede – ha proseguito il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede – aprendoci all'amore che viene da Dio, trasforma il nostro modo di vedere le cose in quanto l'amore stesso porta in sé una luce”. Anche se all'uomo moderno non sembra che la questione dell'amore abbia a che fare con la verità – dato che l'amore è relegato nella sfera dei sentimenti “amore e verità non si possono separare”. D'altra parte poiché la verità cui ci introduce la fede “è legata all'amore e viene dall'amore” non è una verità di cui avere paura perché essa non si impone con la violenza ma “mira a convincere profondamente”.

Come si afferma al n. 34 dell'enciclica “la fede non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l'altro” così come “il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede”. In sintesi: “Lungi dall'irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti”.

Chi crede, vede”: in questa espressione, secondo mons. Fisichella si può racchiudere l'insegnamento di Papa Francesco in questa sua prima enciclica. Ciò che viene insegnato è “un cammino che il Papa propone alla Chiesa per recuperare la sua missione nel mondo di oggi” secondo “il binomio luce e amore”. Una lettura attenta del testo dimostra, secondo mons. Fisichella, che ritornano con forza i tre verbi che Papa Francesco aveva utilizzato nella sua prima omelia ai cardinali il giorno successivo alla sua elezione: camminare, costruire, confessare. “Per alcuni versi – ha affermato il presidente del Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione – l'enciclica si struttura su questi tre verbi e ne specifica i contenuti”.

L'insegnamento di Bergoglio si inserisce nel contesto dell'Anno della fede e delle due grandi scadenze che lo segnano: il cinquantesimo anniversario dell'inizio del Concilio Vaticano II e il ventesimo della pubblicazione del Catechismo della Chiesa cattolica.

In particolare, Papa Francesco ribadisce che il Vaticano II è stato il “Concilio della fede” anche se non ha prodotto nessun documento specifico in proposito. Il Vaticano II, infatti “aveva lo scopo di riporre al centro della vita della Chiesa il primato di Dio e l'esigenza di dirlo oggi, in una società e cultura differenti, in modo comprensibile e credibile”.

Va sottolineata la “forte connotazione pastorale” dell'enciclica: “Papa Francesco – ha affermato Fisichella – con la sua sensibilità di pastore riesce a tradurre molte questioni di carattere prettamente teologico in tematiche che possono aiutare la riflessione e la catechesi”.

Il pontefice conclude l'enciclica con lo stesso invito che ha rivolto spesso in questi mesi, specie ai giovani: “Non facciamoci rubare la speranza”. “Scrivendolo nella sua prima enciclica – ha concluso Fisichella – vuole indicare che nessuno dovrebbe aver paura di guardare ai grandi ideali e perseguirli. La fede e l'amore sono i primi a dover essere proposti”.

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