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La narratività come centro dell'arte cristiana

Rodolfo Papa - pubblicato il 03/07/13

L’iperrealismo, che rimane imbrigliato nei particolari della realtà rappresentata, esaltando la dimensione sensuale dell’oggetto di consumo, non è in grado di esprimere il cristianesimo

Nell’articolo precedente abbiamo affrontato la spiegazione del termine iperrealismo. Si tratta di una questione storiografica interessante per un duplice motivo; infatti, prima di tutto, la corretta comprensione di uno dei più importanti movimenti figurativi del Novecento, è utile per riequilibrare l’immagine antifigurativa di un secolo che, invece, se ben studiato, si rivela più figurativo di come venga generalmente descritto; inoltre, la conoscenza dei principi su cui si fonda il gruppo iperrealista, principi peraltro condivisi con la Pop Art, evidenzia l’intima inconciliabilità dell’iperrealismo con il pensiero cristiano, a causa di un rapporto non corretto con la realtà circostante. Il movimento iperrealista non è l’unico movimento figurativo del Novecento, ed anzi si muove entro un confine spazio-temporale ben delimitato. Molti altri gruppi e movimenti, molte altre teorie estetiche e critiche, si muovono nel vasto orizzonte del realismo.

Esistono, infatti, tanti tipi di “realismo”, diversamente interpretati dai movimenti artistici che si sono succeduti nel corso dell’Ottocento e del Novecento, talvolta in contiguità, più spesso in disaccordo. Ognuno di questi movimenti ha avuto una propria visione del mondo da rappresentare, o una ideologia da servire o ancora un potere da raccontare. Per un corretto studio dell’arte figurativa, risulta importante conoscere ciascuno di questi movimenti, in cui è possibile trovare elementi interessanti, ma è anche importante saper discernere le diverse impostazioni, soprattutto quando si ragiona di arte sacra. Il cristianesimo esige un’arte capace di dire Cristo, di ritrarlo nella sua bellezza e verità. La condizione del cristiano di vivere nel mondo ma di non essere del mondo è un criterio importante per ogni aspetto della vita della Chiesa. Come ha ricordato recentemente il Santo Padre (a Friburgo, il 25 settembre), la Chiesa deve “demondanizzarsi”, ovvero la Chiesa «deve sempre di nuovo aprirsi alle preoccupazioni del mondo e dedicarsi senza riserve ad esse, per continuare e rendere presente lo scambio sacro che ha preso inizio con l’Incarnazione» evitando la condizione «di una Chiesa che si accomoda in questo mondo, diventa autosufficiente e si adatta ai criteri del mondo». Anche nelle questioni dell’arte sacra occorre evitare l’accomodamento alle situazioni mondane. La questione è talmente importante, che la soluzione certamente non si può trovare prendendo qua e là dagli innumerevoli scaffali degli immensi supermercati delle offerte estetiche contemporanee. Nel mercato del pret a porter, con misure standard e tagli industriali, non si può trovare l’abito ben fatto che calzi nei dettagli. In generale, occorre uscire dalla sudditanza psicologica nei confronti del mondo.

L’arte cristiana nasce naturalmente dal cristianesimo, è il pieno concretizzarsi di un sistema artistico che si nutre della fede, è un sistema che cerca costantemente di conformarsi a quanto Gesù Cristo rivela ed insegna. Gesù è il vero modello dell’opera d’arte; egli ne è intimamente il fondamento come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 476: «Poiché il Verbo si è fatto carne assumendo una vera umanità, il corpo di Cristo era delimitato. Perciò l’aspetto umano di Cristo può essere "dipinto". Nel settimo Concilio Ecumenico la Chiesa ha riconosciuto legittimo che venga raffigurato mediante venerande e sante immagini». L’arte cristiana è, quindi, originariamente figurativa, ed è impossibile che perda questo carattere identitario se non a rischio di smarrire se stessa e di non essere più in grado di dire Cristo. C’è un altro aspetto che va adeguatamente messo in evidenza. Infatti, come ancora leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 1159: «è stata l’Incarnazione del Figlio di Dio ad inaugurare una nuova economia delle immagini»; il Catechismo cita al proposito San Giovanni Damasceno: «un tempo Dio, non avendo né corpo, né figura, non poteva in alcun modo essere rappresentato da una immagine. Ma ora che si è fatto vedere nella carne e che ha vissuto con gli uomini, posso fare una immagine di ciò che ho visto di Dio»[1]. Dio si è mostrato visibile nel Figlio e quindi ci permette di conoscerlo visivamente tanto da poterlo ritrarre. Gli uomini che hanno incontrato Gesù e lo hanno conosciuto, spontaneamente desiderano conservarne il ritratto. Il cuore spirituale dell’arte cristiana muove intimamente dall’esigenza contemplativa di relazionarsi con il volto dell’Amato.

Approfondendo il significato delle motivazioni teologiche e spirituali della intima necessità figurativa dell’arte cristiana, il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1160 ancora afferma: «L’iconografia cristiana trascrive attraverso l’immagine il messaggio evangelico che la Sacra Scrittura trasmette attraverso la parola. Immagine e parola si illuminano a vicenda». Dunque la pittura di immagini non solo è possibile perché nella persona di Cristo, Dio si è reso visibile ed il suo corpo è divenuto misura e modello dell’azione artistica, ma in più viene affermato che la stessa pittura, traducendo in immagine le parole evangeliche, è capace di illuminarle. Chiarita l’intima esigenza figurativa dell’arte cristiana, possiamo adesso interrogarci su quale tipo di figuratività possa costituire l’abito su misura per l’arte cristiana. La conoscenza del carattere peculiare del realismo figurativo esigito dal cristianesimo, fornisce i criteri valutativi per individuare la strada da percorrere per uscire dalla crisi che dalla metà del secolo scorso ha colpito l’arte sacra.

L’iperrealismo, che rimane imbrigliato nei particolari della realtà rappresentata, esaltando la dimensione sensuale dell’oggetto di consumo, non è in grado di esprimere il cristianesimo; il surrealismo, che muovendosi tra il gioco e il sogno, demolisce ogni aspetto razionale della realtà, si dimostra anch’essa incapace di rappresentare la realtà creata e redenta dal Signore. Neanche tra le spire ideologiche di un realismo storico, sociale o tecnologista, sembra possibile veder fiorire l’espressione delle verità del cristianesimo. Ancor meno il realismo abbagliato dalla luce artificiale del futurismo può parlare di tempo ed eternità. Il cristianesimo rivela che la realtà è opera della Provvidenza di Dio, che la Grazia perfeziona la natura, il Verbo divino si fa carne umana, l’infinito si esprime nel finito; questo implica per l’arte cristiana l’umiltà di saper percorrere la via del giusto mezzo, del porre al centro la verità. Come in filosofia la via del realismo moderato appare la più sicura ed adeguata, così anche nella pittura, il realismo figurativo non può che evitare gli eccessi del materialismo e dello spiritualismo, dell’iperrealismo e del simbolismo. Il realismo nell’arte cristiana deve nutrirsi delle parole dei Vangeli, nella loro dimensione che è, insieme, storica, simbolica, allegorica, morale e narrativa. È importante mettere in evidenza la dimensione “narrativa” dell’arte figurativa cristiana. Le storie sacre hanno la potenza di parlare all’uomo e le arti hanno ripreso proprio da esse la capacità narrativa. La narrazione, che è il primo modo di evangelizzare, si è trasformata nel cuore dell’arte cristiana. L’arte cristiana, infatti, ha saputo prendere non solo dal volto di Cristo, ma anche dalle sue parole, dalla sua stessa locuzione narrativa, i modelli cui ispirarsi per costruire, attraverso la bellezza, un linguaggio visivo. In esso ha saputo poi inventare e sviluppare strumenti adeguati per poter essere “conforme” al suo primo “modello”.

Potremmo definire la dimensione narrativa dell’arte con le parole di Giovanni Paolo II, che nella Allocuzione ai partecipanti al Convegno Nazionale Italiano di Arte sacra (1981) sottolineava come la forma narrativa delle parabole immediatamente divenga forma artistica, non solo nella predicazione e nella letteratura patristica, ma soprattutto nella pittura e nella scultura, determinando la sostanza più propria del linguaggio artistico che via via nei secoli a questa si è adattato, inventando un nuovo sistema e delle nuove discipline tecniche e scientifiche per poter rappresentare adeguatamente il messaggio e la persona di Gesù Cristo: «con i vangeli l’arte è entrata nella storia. Dai piccoli centri della Galilea e della Giudea la gente accorreva per ascoltare il messaggio. E Gesù operò il mirabile rivestimento, modellò, diremmo con parole moderne, il racconto in maniera che si potesse, oltreché ascoltare, vedere. Parlò del pastore che aveva perduto la sua pecorella, del seminatore che aveva seminato il seme in terreni diversi, del figlio prodigo che si era allontanato da casa. Gli ascoltatori capivano subito che si trattava di loro, pecorelle smarrite, semi che avrebbero dovuto fruttificare, figlioli ricercati dall’amore del Padre».

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