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La riscoperta di un Correggio vaticano

Rodolfo Papa - pubblicato il 27/06/13

Un simile impianto teologico-iconografico è rappresentato, alla fine del XIV secolo, nel famosissimo affresco dell’Universo sostenuto da Dio con i simboli dei  pianeti, opera di Pietro di Pucci da Orvieto, nel Camposanto di Pisa, dove  il Cristo Cosmico letteralmente crea e regge tutto il Creato; solo il volto e le mani sono visibili, ma si intuisce facilmente che le braccia sono allargate appunto ad abbracciare e sorreggere l’intero Universo. Dunque possiamo concludere che la figura a torso nudo, rappresentata assisa sulle nubi tra gli angeli festanti, priva delle piaghe delle ferite della Passione, con le braccia aperte e le mani rivolte verso il basso in una posizione leggermente asimmetrica, immersa in una luce sfolgorante ricolma di angeli, può rappresentare non solo la figura di Cristo, ma più estesamente quella della Trinità. Infatti se le sembianze sono quelle del Figlio, gli atteggiamenti delle mani e delle braccia rimandano direttamente alla rappresentazione iconografica di Dio Creatore. Del resto in quegli stessi anni, e precisamente nel 1520, Correggio aveva dipinto la Visione di san Giovanni,  nella cupola della chiesa benedettina di San Giovanni Evangelista a Parma, che affronta la medesima questione teologica. Come ricorda Quintavalle[11], facendo riferimento a un precedente studio di Bianconi[12], l’interpretazione del soggetto intero dell’affresco mutò dall’Ascensione di Cristo al cielo tra gli apostoli appunto alla Visione di san Giovanni. Tuttavia, anche il soggetto della chiesa parmense offre una serie di problemi analoghi a quelli della tela dei Musei Vaticani, in quanto la posizione delle mani, anche qui non segnate dalle piaghe della passione, indurrebbe a cercare un fondamento scritturistico, più che nell’Apocalisse, nel Prologo del Vangelo di Giovanni, poiché la figura di Cristo pone le braccia allargate nel medesimo modo, irrituale per il modello iconografico di Cristo Risorto e Asceso al cielo, e molto più consono, come abbiamo fin qui argomentato, al tipo iconografico del Cristo Cosmico. Inoltre, il fatto che nella cupola della chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma, Correggio rappresenti Cristo con la mano destra nell’atto di indicare, allude all’atto di “chiamare le cose” e cioè  di  portare all’esistenza, con chiaro riferimento al testo della Genesi[13]. C’è anche un riferimento al modello diretto contemporaneo della già citata Volta della Cappella Sistina, realizzata da Michelangelo solo pochi anni prima, che riecheggia le infinite rappresentazioni di Dio Creatore. Correggio, dunque, non solo utilizza una modalità iconografica molto colta, ma è anche in grado di rielaborare ciò che lo ha preceduto, sia da un punto di vista formale che da un punto di vista contenutistico. Le due figure di Cristo, quella di Parma e quella dei Musei Vaticani, costituiscono un segmento chiaro del percorso elaborativo di questo grande artista, che è capace di interpretare e di “inventare” nuove soluzioni iconografiche pur nel costante rispetto della tradizione, di dire cioè cose nuove con parole antiche.

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1) In quella occasione, anche Vittorio Sgarbi concordò visitando la mostra.
2) Ricordo in particolare la ricognizione diretta dell’opera (insieme a Giuseppe Adani, Gianluca Nicolini, Nadia Stefanel, Renza Bolognesi ) avvenuta nei locali dei Musei Vaticani, il 5 agosto 2008 alla presenza della Dott.ssa Adele Breda: in quella occasione ci convincemmo dell’autenticità dell’opera. Successivamente la nostra convinzione si rafforzò grazie alle analisi di laboratorio effettuate dal Laboratorio Vaticano di Diagnostica per la Conservazione ed il Restauro, l’11 aprile 2011.

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Tags:
arte cristiana
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