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Sid, il “grande fratello” nel conto corrente


© DR
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Con un nuovo sistema l’Erario monitora le attività finanziarie degli italiani. Quale equilibrio tra equità e tutela della libertà individuale?



Da oggi Sid (Sistema per l’interscambio dei dati) ci farà i conti in tasca. Dal 24 giugno, “banche, Sgr, Sim, assicurazioni e fiduciarie potranno cominciare a trasmettere all'Erario i dati relativi ai rapporti finanziari dei clienti”. L’Agenzia dell’Entrate, senza dover fare una richiesta ad hoc per ottenerli, avrà così a disposizione i numeri delle movimentazioni finanziarie – depositi, prelievi, pagamenti, investimenti, assegni, prestiti e così via – di tutti i contribuenti italiani.



Scopo del “gioco” verificare evidenti incongruenze tra movimentazioni in entrata e in uscita e ottenere conferme o individuare nuovi “soggetti a rischio” di evasione o elusione fiscale su cui poi attivare eventualmente una verifica più approfondita. Si comincia con “le informazioni relative alle diverse tipologie di rapporti attivi nel 2011” e, come ha spiegato recentemente il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, il sistema andrà a regime con i “dati relativi al 2013” la cui scadenza “è il 20 aprile 2014” (Il Sole 24 Ore, 21 giugno).



Il nuovo sistema, che per alcuni commentatori pone fine al segreto bancario, è figlio del cosiddetto decreto “SalvaItalia” del governo Monti e di una serie di provvedimenti successivi, incluso uno recente (31 gennaio) del Garante della privacy che è intervenuto in particolare per suggerire le modalità di cifratura dei dati e il metodo di trasmissione degli stessi, che avverrà su una linea dedicata e direttamente dai sistemi degli istituti finanziari a quelli dell’Erario.

Questa novità va anche contestualizzata in una situazione precisa, e non solo italiana. Pochi giorni fa “il vertice del G8 ha concordato di intensificare la lotta all’evasione fiscale e al riciclaggio, restringendo le regole che oggi ancora consentono di nascondere non meno di 20 mila miliardi di dollari nei "paradisi tributari" (i tax heavens) di mezzo mondo”. Nel frattempo infatti “la Corte dei Conti ha confermato la duplice intollerabile realtà di una pressione fiscale effettiva arrivata al 53% del reddito e di un’area di imposizione occultata, limitandoci soltanto a Imu e Iva, di almeno 50 miliardi di euro”. L’Italia insomma continua ad essere il Paese in cui non vengono emessi “scontrini e ricevute in un caso su tre”, e quello di “frodi e truffe a migliaia” e di “5 miliardi e mezzo di introiti trasferiti all’estero con i più disparati escamotage”. D’altra parte, la grave urgenza etica e di sostenibilità finanziaria che ciascuno paghi il dovuto perché la comunità in cui vivono tutti funzioni al meglio, non può attenuare la cautela e una certa preoccupazione sul rispetto della libertà individuale. Perché “la rinuncia alla tutela di dati altamente sensibili” che dicono tanto di ciascuno di noi “può infatti essere giustificata solo in nome di un bene maggiore, come il perseguimento della giustizia” (Avvenire, 24 giugno).

Questo equilibrio è chiaro anche per la Dottrina sociale della Chiesa, per la quale “la proprietà privata e le altre forme di possesso privato dei beni assicurano ad ognuno lo spazio effettivamente necessario per l'autonomia personale e familiare, e devono essere considerati come un prolungamento della libertà umana” (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 176); d’altra parte, dobbiamo sempre ricordare che la proprietà privata “è, nella sua essenza, solo uno strumento per il rispetto del principio della destinazione universale dei beni, e quindi, in ultima analisi, non un fine ma un mezzo” (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 177).

Sul rapporto col fisco, la Cei si è pronunciata più volte nell’ultimo anno in maniera chiara. Di recente a Genova, alla presentazione della tappa genovese dell'iniziativa “10 Piazze per 10 Comandamenti”, il card. Bagnasco a proposito del comandamento “non rubare” e dell’evasione fiscale ha invocato un principio morale prima che giuridico per cui “non aspettiamo la legge, ascoltiamo la nostra coscienza” ricordando che “basterebbe che tutti pagassimo il giusto delle tasse e non esisterebbe debito pubblico in Italia” (Vatican Insider, 18 giugno). Intanto nel web, già spuntano guide e vademecum su come proteggere i conti dall’occhio del fisco. Siamo fatti così.

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