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Paolo VI, il papa che riportò Dio tra gli uomini

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I primi 100 giorni di papa Francesco si intrecciano col 50° anniversario dell’elezione di Paolo VI. Un pontefice che merita di essere riscoperto

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Mentre fioccano i bilanci dei primi 100 giorni di papa Francesco, la Chiesa ricorda il 50esimo anniversario della elezione di Paolo VI: era proprio il 21 giugno, l’inizio dell’estate 1963. Va per la maggiore nel web un meme, un manifesto digitale, che mette in fila Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, e attribuisce a ciascuno una virtù teologale: la Speranza per Wojtyla, la Fede per Ratzinger e la Carità per Bergoglio, che lui ama chiamare “misericordia”.

Paolo VI ha precorso i tratti più marcati di questi tre pontefici: l’apertura al mondo e la forza dei gesti profetici; la necessità di far camminare insieme le istanze della ragione e della fede; e il paradigma della giustizia e della carità come ultimo criterio con cui interpretare la presenza della Chiesa nel mondo e le sue parole per gli uomini.

Fu proprio l’allora arcivescovo di Monaco, Joseph Ratzinger, a enumerare – in un’omelia pronunciata pochi giorni dopo la morte di Montini – le strade aperte da Paolo VI “un uomo che tende le mani”. Disse Ratzinger che Paolo VI fu “il primo papa a essersi recato in tutti i continenti, fissando così un itinerario dello Spirito, che ha avuto inizio a Gerusalemme”; e poi “il viaggio alle Nazioni Unite, il cammino fino a Ginevra, l’incontro con la più grande cultura religiosa non monoteista dell’umanità, l’India, e il pellegrinaggio presso i popoli che soffrono”. Con lui “la fede tende le mani. Il suo segno non è il pugno, ma la mano aperta”. La storia vuole che proprio il futuro Benedetto XVI abbia rivelato che Paolo VI, malato e stanco “ha lottato intensamente con l’idea di ritirarsi”, spiegando che Montini “non provava alcun piacere nel potere, nella posizione, nella carriera riuscita; e proprio per questo, essendo l’autorità un incarico sopportato — «ti porterà dove tu non vuoi» — essa è diventata grande e credibile” (Osservatore Romano, 21 giugno). Tanto credibile quanto l’autorità del gesto della rinuncia di Benedetto XVI in un frangente altrettanto drammatico ma diverso della storia della Chiesa.

Cosa lega, invece, Paolo VI a papa Francesco? Possiamo farci illuminare dalle parole stesse di Montini nella sua allocuzione alla seduta finale del Concilio (7 dicembre 1965); quel Concilio che lui volle portare avanti e che riuscì a portare a termine nonostante le difficoltà. Paolo VI, rivendicando – di fronte alle discussioni sorte su questo sia dentro che fuori la Chiesa – che il Concilio “è stato vivamente interessato dallo studio del mondo moderno”, volle far notare “come la religione del nostro Concilio sia stata principalmente la carità; e nessuno potrà rimproverarlo d'irreligiosità o d'infedeltà al Vangelo per tale precipuo orientamento”. Inoltre la Chiesa del Concilio “si è assai occupata” oltre che di se stessa “dell'uomo quale oggi in realtà si presenta: l'uomo vivo”; e il magistero della Chiesa “ha assunto la voce facile ed amica della carità pastorale; ha desiderato farsi ascoltare e comprendere da tutti” (VinoNuovo.it, 21 giugno).

Dopo la storica e potentissima rinuncia al soglio pontificio di papa Benedetto e l’elezione del primo papa col nome del santo di Assisi, abbiamo qualche elemento in più per comprendere la vicenda e la levatura di papa Montini. Un pontificato, il suo, sofferto e complesso, contestato da fronti diversi.

Nella nota omelia per la festa di SS. Pietro e Paolo, il suo testamento spirituale, Paolo VI tracciò, tra le altre cose la linea della “difesa della vita in tutte le forme in cui essa può esser minacciata, turbata o addirittura soppressa”. E si congedò dicendo che “benché ci consideriamo l’ultimo e indegno successore di Pietro, ci sentiamo a questa soglia estrema confortati e sorretti dalla coscienza di aver instancabilmente ripetuto davanti alla Chiesa e al mondo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»; anche noi, come Paolo, sentiamo di poter dire: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede».

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