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La carità cristiana non è semplice filantropia

Mons. Giuseppe Chiaretti - pubblicato il 18/06/13

Perlopiù è la compassione che ci fa accorgere dell’altro e ci fa sensibili alle sue esigenze e ai suoi bisogni

Carità e filantropia non sono sinonimi, anche se parlano ambedue del medesimo oggetto, e cioè l’uomo e la donna nel bisogno, tenendo presente la vasta tipologia di bisogni e di povertà nelle diverse condizioni di vita. Conoscendo la forza dell’egoismo, per il quale è l’io che si pone al centro dell’attenzione ignorando l’altro, avvertiamo quanto sia difficile uscire da noi per correre in aiuto dell’altro. Perlopiù è la compassione che ci fa accorgere dell’altro e ci fa sensibili alle sue esigenze e ai suoi bisogni; nasce allora dal cuore quella filantropia (= amore per l’uomo), che ci porta a fare anche belle cose in aiuto di chi è nel bisogno. Tale filantropia è già da sola un grande contrassegno dell’umanità dell’uomo, e merita di essere in ogni caso incoraggiata e sviluppata. Il cristiano fa altrettanto e ancora di più, perché sa di trovarsi non solo dinanzi ad un suo fratello per fede e per destinazione, ma dinanzi ad una presenza “mascherata” del suo Dio. Basta ricordare certi pronunciamenti solenni di Gesù come: “Amatevi come io vi ho amato”, “Ogni aiuto che avete dato ad uno di questi piccoli, l’avete dato a me”, “Avevo fame e mi avete dato da mangiare”, ecc. Questa attenzione ai “poveri” ha quindi, nel pensiero di Gesù, una motivazione più profonda della compassione razionale, perché il povero che viene aiutato è Dio stesso, che ama “mascherarsi” da povero e viene come tale a provocarci; anzi alla fine della vita ci giudicherà addirittura sulla risposta a questa provocazione.

Il caro, indimenticabile Papa Benedetto ce ne ha parlato con abbondanza nella sua prima enciclica Deus caritas est del Natale 2005, quindi nella esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum caritatis del 2007, ed ancora nella terza enciclica Caritas in veritate del 2009. Un insegnamento insistito, quindi, per aiutarci a capire e a vivere questa dimensione fondamentale della identità cristiana, dataci da Gesù stesso: “Da questo riconosceranno tutti che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). Per questo una delle caratteristiche della comunità cristiana delle origini era la perseveranza nella carità e nella comunione dei beni (At 2,44-45). Ed anzi proprio l’amore e l’aiuto reciproco dei cristiani era oggetto dell’ammirazione dei pagani che dicevano, come attesta Tertulliano: “Guardate come si amano!”.

Anzi, come ricorda espressamente Papa Benedetto nella Deus caritas est, Giuliano l’Apostata volle che i sacerdoti della religione pagana da lui instaurata imitassero il sistema di carità dei “galilei” (n. 24). L’insegnamento insistito di Papa Benedetto sulla carità come caratteristica qualificante della Chiesa e dei cristiani anche oggi, anzi soprattutto oggi, va accolta come un prezioso dono, anzi come un percorso che qualifica i cristiani ovunque si trovino. L’ultimo dono che a questo proposito Benedetto XVI ci ha fatto è il motu proprio Intima Ecclesiae natura dell’11 novembre scorso, con il quale il servizio di carità è quasi istituzionalizzato in un quadro normativo organico, che prevede per gli stessi fedeli singoli o uniti tra loro “il diritto di associarsi e di istituire organismi che mettano in atto specifici servizi di carità, soprattutto in favore dei poveri e dei sofferenti” (art. 1). Va tenuto sempre presente, dice Papa Ratzinger, che “l’azione pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l’amore per l’uomo, un amore che si nutre dell’incontro con Cristo” (n. 34). Raccogliamo come un prezioso dono del Papa emerito questa apertura a forme nuove di collaborazione caritativa dei laici, che non è nuova nella storia (si pensi all’attività assistenziale e sociale delle “Fraternite” nei secoli passati), ma che è di nuovo riproposta con audacia per caratterizzare sempre più chiaramente la “intima natura della Chiesa nel suo triplice compito di Parola di Dio-liturgia-carità, che si presuppongono a vicenda e non possono essere separati l’uno dall’altro” (n. 25). Anzi, parlando all’associazione caritativa di laici Pro Petri Sede, ha esortato a “non ridurre tutto a sola promozione umana. Fede e carità si esigono a vicenda”.

[ARTICOLO APPARSO SUL SETTIMANALE "LA VOCE"]

Anzi, come ricorda espressamente Papa Benedetto nella Deus caritas est, Giuliano l’Apostata volle che i sacerdoti della religione pagana da lui instaurata imitassero il sistema di carità dei “galilei” (n. 24). L’insegnamento insistito di Papa Benedetto sulla carità come caratteristica qualificante della Chiesa e dei cristiani anche oggi, anzi soprattutto oggi, va accolta come un prezioso dono, anzi come un percorso che qualifica i cristiani ovunque si trovino. L’ultimo dono che a questo proposito Benedetto XVI ci ha fatto è il motu proprio Intima Ecclesiae natura dell’11 novembre scorso, con il quale il servizio di carità è quasi istituzionalizzato in un quadro normativo organico, che prevede per gli stessi fedeli singoli o uniti tra loro “il diritto di associarsi e di istituire organismi che mettano in atto specifici servizi di carità, soprattutto in favore dei poveri e dei sofferenti” (art. 1). Va tenuto sempre presente, dice Papa Ratzinger, che “l’azione pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l’amore per l’uomo, un amore che si nutre dell’incontro con Cristo” (n. 34). Raccogliamo come un prezioso dono del Papa emerito questa apertura a forme nuove di collaborazione caritativa dei laici, che non è nuova nella storia (si pensi all’attività assistenziale e sociale delle “Fraternite” nei secoli passati), ma che è di nuovo riproposta con audacia per caratterizzare sempre più chiaramente la “intima natura della Chiesa nel suo triplice compito di Parola di Dio-liturgia-carità, che si presuppongono a vicenda e non possono essere separati l’uno dall’altro” (n. 25). Anzi, parlando all’associazione caritativa di laici Pro Petri Sede, ha esortato a “non ridurre tutto a sola promozione umana. Fede e carità si esigono a vicenda”. – See more at: http://www.lavoce.it/la-carita-cristiana-non-e-semplice-filantropia/#sthash.g0GmDGEG.dpuf
Anzi, come ricorda espressamente Papa Benedetto nella Deus caritas est, Giuliano l’Apostata volle che i sacerdoti della religione pagana da lui instaurata imitassero il sistema di carità dei “galilei” (n. 24). L’insegnamento insistito di Papa Benedetto sulla carità come caratteristica qualificante della Chiesa e dei cristiani anche oggi, anzi soprattutto oggi, va accolta come un prezioso dono, anzi come un percorso che qualifica i cristiani ovunque si trovino. L’ultimo dono che a questo proposito Benedetto XVI ci ha fatto è il motu proprio Intima Ecclesiae natura dell’11 novembre scorso, con il quale il servizio di carità è quasi istituzionalizzato in un quadro normativo organico, che prevede per gli stessi fedeli singoli o uniti tra loro “il diritto di associarsi e di istituire organismi che mettano in atto specifici servizi di carità, soprattutto in favore dei poveri e dei sofferenti” (art. 1). Va tenuto sempre presente, dice Papa Ratzinger, che “l’azione pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l’amore per l’uomo, un amore che si nutre dell’incontro con Cristo” (n. 34). Raccogliamo come un prezioso dono del Papa emerito questa apertura a forme nuove di collaborazione caritativa dei laici, che non è nuova nella storia (si pensi all’attività assistenziale e sociale delle “Fraternite” nei secoli passati), ma che è di nuovo riproposta con audacia per caratterizzare sempre più chiaramente la “intima natura della Chiesa nel suo triplice compito di Parola di Dio-liturgia-carità, che si presuppongono a vicenda e non possono essere separati l’uno dall’altro” (n. 25). Anzi, parlando all’associazione caritativa di laici Pro Petri Sede, ha esortato a “non ridurre tutto a sola promozione umana. Fede e carità si esigono a vicenda”. – See more at: http://www.lavoce.it/la-carita-cristiana-non-e-semplice-filantropia/#sthash.g0GmDGEG.dpuf

Tags:
carità cristiana
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