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Una lobby gay in Vaticano: ma esiste veramente?

© AFP & SHUTTERSTOCK
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Vere oppure verosimili, le dichiarazioni di papa Francesco testimoniano la sua determinazione nel riformare la Curia e la Chiesa


Le parole circa “una lobby gay” che opera in Vaticano, pronunciate da papa Francesco durante un incontro con la Confederaciòn Latinoamericana y Caribeña de Religiosas y Religiosos (Clar), o per meglio dire le parole a lui attribuite dal sito cileno «Reflexion y Liberación», hanno (pur nella non ufficialità della cosa) avuto un immediato impatto sul mondo dell’informazione. Per prima cosa cerchiamo di capire bene cosa avrebbe detto – il condizionale resta d’obbligo data la natura dell’incontro da cui scaturirebbero i virgolettati – il papa? E’ una novità? Qual è la natura del problema? Ci facciamo aiutare a ricostruire i fatti dal vaticanista della Stampa, Andrea Tornielli, che proprio questo mercoledì ha scritto sull’argomento un pezzo per Vatican Insider.

Raggiunto in treno al telefono ci facciamo guidare lungo il filo dei fatti e delle supposizioni. Andrea Tornielli ci dice che “sebbene vadano prese con beneficio di inventario dato che non ci sono riscontri ufficiali da parte di padre Lombardi [portavoce della Santa Sede, ndr] che ha ribadito come quello fosse un incontro privato e dunque privo di un resoconto per la stampa, non è inverosimile che l’insieme delle dichiarazioni attribuite a Bergoglio siano effettivamente state pronunciate”. Domandiamo, allora: come mai? “Lo stile, la schiettezza sono quelle a cui ci ha abituato in questi primi mesi, la costante attenzione del suo magistero mattutino a Santa Marta ci dice che tipo di Chiesa vuole”. A questo si aggiunge che “in tutti gli incontri pre-Conclave i porporati fossero unanimemente d’accordo che il prossimo papa avrebbe dovuto intervenire in modo radicale sulla Curia”. Non parliamo solo di una questione amministrativa? “Ovviamente no, Vatileaks dimostra che non è una questione di sicurezza della corrispondenza del Papa o della Curia, ma di moralità”. Resta da capire in che termini il papa ragioni sulla questione della cosiddetta “lobby gay” e perché essa sia motivo di corruzione. La risposta ci dice Tornielli è proprio nel suo essere un gruppo: “Come ho scritto anche io proprio oggi il riferimento alla «lobby» sta a indicare non singoli casi, ma un gruppo, una «cordata» di persone, che si spalleggiano l’un l’altro, si coprono e si favoriscono nella ‘carriera’. In fondo basta ricordare quella inchiesta di Panorama del 2010 circa le nottate in giro per locali di sacerdoti o seminaristi per capire che cosa non vada: c’è una vera e propria scissione dei comportamenti e il non riconoscersi peccatori: la cosa grave è trovare un gruppo che ti copre e che minimizza il senso e la portata di un peccato, qualunque peccato per intenderci”.

Dal canto suo, la presidenza della Clar in una nota ha lamentato la pubblicazione del contenuto dell’incontro, facendo presente che esso si basava su delle domande rivolte al Santo Padre e che non è stata effettuata alcuna registrazione delle conversazioni con lui. Inoltre, al termine dell’udienza, è stata prodotta una sintesi basata sui semplici ricordi dei presenti. Tale sintesi, «era destinata alla memoria personale dei partecipanti e per nessun motivo alla pubblicazione, per la quale infatti non era stata richiesta alcuna autorizzazione». Secondo la Clar, di conseguenza, non si possono attribuire a papa Francesco «con certezza, le espressioni singolari contenute nel testo, bensì solo il suo senso generale» (Il Sussidiario, 12 giugno).

Ad ogni modo, il problema del “fare pulizia nella Chiesa” risale almeno alla Via Crucis del 2005, quella presieduta dall’allora cardinal Ratzinger. Già allora la questione era evidente: c’è un problema di moralità nella Chiesa. Da papa, Benedetto XVI, si è schierato al fianco delle vittime della pedofilia ed ha affrontato il problema in modo forte, come tutti ormai gli riconoscono. Le due questioni non sono chiaramente sovrapponibili tout court, ma illustrano in maniera eloquente qual è la condizione generale. Un tema che l’attuale papa ha deciso di affrontare mettendo a confronto la povertà evangelica (continui i riferimenti agli apostoli, ad una Chiesa francescana) con la corruzione morale. L’idea dello sfruttamento e della reificazione delle persone è contraria alla logica di Cristo. Il Vangelo eleva l’uomo e lo rende co-erede tramite il Battesimo, come può avallare una logica che rende gli uomini schiavi o merce? Quindi è con lo strumento della povertà (non solo materiale) che si combatte la corruzione e non a caso il papa (come il suo predecessore) stigmatizza anche il carrierismo. In senso pieno, e soprattutto a trecentosessanta gradi.

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