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Vaticano sui migranti forzati: accoglienza e solidarietà non respingimenti

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Un documento invita gli Stati ad aprire le frontiere a chi fugge da guerre e lavoro forzato e condanna la piaga vergognosa del traffico di esseri umani

Rifugiati, apolidi, sfollati, vittime del traffico di esseri umani, persone oggetto di contrabbando in violazione delle norme sull’immigrazione: nel mondo contemporaneo si stima siano almeno 100 milioni le persone costrette a stare lontane dalle proprie case per conflitti, persecuzioni, disastri naturali, necessità di trovare condizioni di vita dignitose fuori dai propri Paesi. Al dilatarsi delle situazioni di necessità, complice anche la crisi economica internazionale, corrisponde l’inasprimento delle normative di molti governi in materia di immigrazione e spesso anche l’irrigidimento dell’opinione pubblica. Nasce da questo contesto il documento del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti e del Pontificio Consiglio Cor Unum,“Accogliere Cristo nei rifugiati e nelle persone forzatamente sradicate. Orientamenti pastorali” che torna sulla riflessione già pubblicata nel 1992 con il documento “I rifugiati, una sfida per la solidarietà”.

"Purtroppo – afferma senza fare sconti il testo degli Orientamenti pastorali -, anche il dibattito circa i richiedenti asilo è divenuto un forum in vista di elezioni politiche e amministrative, che ha alimentato tra l’elettorato attitudini ostili e aggressive nei loro confronti. Questo atteggiamento ha avuto effetti negativi sulle politiche verso i rifugiati dei Paesi in via di sviluppo, i quali hanno ritenuto che la comunità internazionale non abbia affrontato a sufficienza l’onere della condivisione dei costi sociali ed economici, connessi con gli arrivi di persone in cerca di asilo nel proprio territorio. Ciò ha avuto come risultato una diminuzione di ospitalità e di assenso a ricevere considerevoli popolazioni di rifugiati per un indefinito periodo di tempo. La negativa connotazione data ai richiedenti asilo e ai rifugiati stessi ha accresciuto xenofobia, a volte razzismo, paura e intolleranza nei loro confronti”. Il documento rileva anche che si è sviluppata una “cultura del sospetto”, che ha messo in correlazione “asilo e terrorismo”.

Invece di considerare le ragioni per cui sono stati costretti a fuggire – ha affermato il cardinale Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti presentando il documento nella sala stampa della Santa Sede – la sola presenza di rifugiati o di persone deportate è avvertita come problema”. A fronte di tutto questo, la Chiesa sente il dovere di manifestare la sua vicinanza ai migranti in quanto “il servizio pastorale della Chiesa è l’espressione tangibile della sua fede”. Un servizio che si esprime in forme diverse che vanno dall’aiuto materiale nelle situazioni di crisi al farsi interprete delle necessità di chi non ha voce, all’assistenza spirituale, alla promozione di ciò che può contribuire a rafforzare singoli e famiglie. Tutti nella comunità cristiana, ha proseguito Vegliò sono chiamati “ad ascoltare l’appello di Cristo ad accogliere lo straniero” che oggi si presenta nel volto di 16 milioni di rifugiati, quasi 29 milioni di sfollati interni a causa di conflitti, 15 milioni di profughi a motivo di pericolo e disastri ambientali, 15 milioni di profughi a causa di progetti di sviluppo e 12 milioni di apolidi “persone quasi invisibili, senza documenti di identità, con limitate opportunità di ottenere un posto di lavoro o di studiare”.

Il filo rosso del documento vaticano, ha spiegato il presidente del dicastero per i migranti, è il richiamo affinché ogni politica, iniziativa o intervento in questo ambito si ispiri al principio della centralità e della dignità della persona umana. E’ questo principio a far sì che “l’assistenza prestata dalla comunità internazionale, dai singoli Stati e dagli organismi ecclesiali,

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