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Ior: “Non siamo una banca. La nostra missione è servire”

© ALESSIA GIULIANI/CPP
M. Ernst von Freyberg, président de l’Institut pour les œuvres de religions (IOR)
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L’istituto finanziario vaticano continua il suo adeguamento alle normative internazionali sulla trasparenza e avvia una nuova strategia di comunicazione

Molti da tempo ne evocano ripetutamente una riforma e aspettano un segno in questa direzione da papa Francesco. Intanto, lo Ior – l’Istituto per le opere religiose voluto e fondato nel 1942 da Pio XII e già “ristrutturato” nel 1990 da Giovanni Paolo II – prova a riformarsi da solo.

Lo Ior, recita il suo statuto, è stato fondato “per custodire e amministrare beni trasferiti o affidati all’Istituto da persone fisiche o giuridiche, per finalità di opere di religione o di carità”. L’Istituto amministra circa 7 miliardi di euro, ha circa 19.000 clienti (5.200 istituzioni cattoliche, titolari di oltre l’85% dei fondi amministrati, e 13.700 individui, fra cui gli impiegati vaticani, oltre a religiosi e alcune altre categorie specifiche autorizzate, come i diplomatici accreditati presso la Santa Sede) e fornisce grazie ai suoi profitti “un contributo di circa 55 milioni di euro al bilancio del Vaticano”.

Confrontato ad altre realtà finanziarie globali, si tratta per la verità di numeri piuttosto piccoli. È indubbio però che presso l’opinione pubblica il nome dello Ior sia immediatamente associato ad alcune della pagine più brutte e meno chiarite della storia recente d’Italia, soprattutto degli anni ’80, e al riciclaggio di denaro proveniente da attività illecite. Una macchia nell’immagine della Chiesa, soprattutto in Italia.

Il mio sogno è molto chiaro”, ha dichiarato il presidente del Consiglio di sorveglianza dello Ior, Ernst von Freyberg, primo presidente non italiano, nominato il 15 febbraio scorso dal Consiglio cardinalizio di sorveglianza dell’Istituto. Il sogno dell’avvocato tedesco “è che la nostra reputazione sia tale” che “quando la gente pensa ‘Vaticano’, non pensi più ‘Ior’ ma ascolti le parole del Papa”. Per il presidente dell’Istituto è importante ricordare che “non siamo una banca. Non prestiamo denaro, non facciamo investimenti diretti, non operiamo da controparte finanziaria. Non speculiamo in valuta o merci” (news.va, 31 maggio).


Dando il via a quella che il vaticanista Lucio Brunelli ha definito una “offensiva comunicativa”, von Freyberg ha concesso una serie di interviste a diverse testate della stampa internazionale per spiegare come ha organizzato il suo lavoro in questi primi tre mesi e quale è il suo piano: “È focalizzato in tre direzioni. La prima è la nostra reputazione, ed essa è strettamente legata alla trasparenza e alla comunicazione. La seconda è l'adesione agli standard internazionali. La terza, il futuro dello Ior”.


La Banca d’Italia, per quanto riguarda i rapporti con le banche italiane, e Moneyval, l’organismo di controllo del Consiglio d’Europa che vigila su riciclaggio e finanziamento del terrorismo, stanno dedicando molte attenzioni, diciamo così, alle attività delle Ior. Tanti per ora i paletti operativi, monitorati dall’Aif (Autorità di informazione finanziaria), l’autorità di controllo delle istituzioni finanziarie vaticane voluta alla fine del 2010 da Benedetto XVI. “Questo è un sistema a ‘tolleranza zero’: nessuna transazione sospetta, nessun cliente improprio, e volontà di essere ‘contro’ chiunque sia coinvolto in attività improprie”. In questa strada della trasparenza l’impegno annunciato è “rivedere ogni singola posizione-cliente” entro la fine dell’anno. Ossia sapere con esattezza “chi sono i proprietari, chi sono i delegati a operare sul deposito” (Corriere della Sera, 31 maggio).

Completa trasparenza, puro servizio per il mondo ecclesiale e difesa della reputazione dell’Istituto e della Santa sede: questa la linea dello Ior attesa alla prova dei fatti. E non potrebbe essere diversamente, con papa Francesco – come ha ricordato il sociologo della Cattolica di Milano, Mauro Magatti – che più volte ha “espresso valutazioni severe sullo stato dell’economia globale” denunciando il “feticismo del denaro”; in questo riprendendo la linea di Benedetto XVI e di tutta la Dottrina sociale della chiesa, per cui “l’economia è al servizio dell’uomo. Ma quando il rapporto si inverte, un bene si trasforma in male” (Corriere della Sera, 31 maggio).

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