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Giovanni XXIII: un itinerario a Sotto il Monte oltre l’immagine del “papa buono”

© Public Domain
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A 50 anni dalla morte, un pellegrinaggio ideato dalla diocesi di Bergamo: dalla chiesa in cui fu battezzato fino alla cripta con i calchi di Manzù

Dal “randagismo religioso” alla conoscenza autentica di papa Giovanni e del Concilio: è questo l'obiettivo che si è posto la diocesi di Bergamo rinnovando e rilanciando la proposta di pellegrinaggio nei luoghi natali di Giovanni XXIII a Sotto il Monte.

“A cinquant'anni dalla sua morte – afferma don Claudio Dolcini, parroco di Sotto il Monte che ha posto mano all'opera di riorganizzazione d'accordo con il vescovo mons. Francesco Beschi – se non si fa conoscere l'attualità di papa Giovanni si rischia di ridurlo ad un'icona del passato, all'immaginetta senza spessore del 'papa buono'. Tra l'altro, a detta dei suoi familiari, era buono sì, ma in casa si faceva sentire…”.

A Sotto il Monte la gente è venuta senza interruzioni nel mezzo secolo trascorso da quel 3 giugno 1963 del transito di papa Giovanni: i devoti di sempre che non lasciano passare anno senza tornare a visitare i luoghi nei quali è cresciuta la fede del papa “contadino” e a cui è rimasto legato per tutta la vita e quelli che vengono per ringraziarlo di una grazia che attribuiscono alla sua intercessione: il lavoro, un matrimonio, la nascita di un bambino. La media è di almeno 100 mila visitatori all'anno. Tuttavia, spiega don Claudio, non c'era una “regia” di questo movimento, la media di permanenza era di tre quarti d'ora: il tempo di passare dalla casa natale – Cascina Palazzo e quella dove visse dall'età di 12 anni, la Cascina Colombera – e di fermarsi ad accendere una candela nella chiesa parrocchiale. Tutto qui.

Per questo è nata la Casa del pellegrino, inaugurata l'11 ottobre del 2012 in occasione dei 50 anni dall'apertura del Concilio, una sorta di “torre di controllo” dei pellegrini dove possono trovare accoglienza, informazioni, guide e accompagnamento spirituale insieme a foto, libri e scritti che raccontano il Concilio: l'avventura più audace e memorabile di un papa anziano scelto per conservare lo status quo e che invece cambiò la Chiesa per sempre.

Per uscire “dall'immaginetta” il primo passo è la formazione delle guide ed è già in programma anche un corso per gli accompagnatori spirituali. Ai pellegrini vengono dati testi di papa Giovanni che introducono al suo radicamento in questo territorio: “quando veniva – sottolinea don Claudio – gli faceva piacere fare il 'parroco' e occuparsi della sua gente”.

Un percorso segnato dalle poste del rosario unisce la chiesa di Santa Maria di Brusicco, dove Giovanni XXIII fu battezzato il 25 novembre del 1881 e dove celebrò la prima Messa il 15 agosto 1904, alla Madonna della Caneve, un minuscolo santuario dove il beato celebrò l'ultima Messa prima di diventare Papa. Qui Roncalli si recava fin da piccolo in occasione della festa della Vergine, cara a tutto il territorio circostante, che si celebra il 21 novembre. Si racconta che, quando aveva 4 o 5 anni, vi arrivò con i fratellini e la mamma incinta di un nuovo bimbo, restando fuori dalla porta perché in ritardo. Allora la mamma lo prese in braccio per fargli vedere la statua della Madonna attraverso la finestra e gli disse: “Vedi com'è bella? Ti ho consacrato tutto a lei”. A Caneve finché fu patriarca di Venezia, Giovanni XXIII tornò tutti gli anni. “La Pina di Caneve” (il suo cognome è Chiappa ma tutti la conoscono così), una signora che abita vicino al santuario e lo custodisce, si ricorda di quando il beato arrivava a piedi facendo la salita accanto al ruscello e si fermava a bere caffè latte e biscotti da una sua zia.

La spinta per un vero pellegrinaggio alla scoperta di Giovanni XXIII arriva anche dalla cura particolare della liturgia. “Alla domenica nella chiesa di S. Giovanni Battista si celebrano sette messe – racconta il parroco di Sotto il Monte – e quella delle ore 16 è dedicata in particolare al pellegrino. La celebrazione è arricchita dalla lettura di alcuni passi del Giornale dell'anima di Roncalli e dall'intronizzazione della Parola per ricordare la centralità che aveva durante il Concilio”. “In futuro – continua don Claudio – vorremmo proporre anche delle catechesi sul Concilio. Far capire come questo papa abbia saputo leggere i tempi in cui viveva e capito che era giunto il momento per convocare un concilio in grado di far interrogare la Chiesa sul suo ruolo nel mondo”.

Il “cuore” del pellegrinaggio è la cripta, inaugurata anche questa l'11 ottobre: si trova sotto la chiesa parrocchiale consacrata proprio da papa Giovanni nel 1929 e la cappella costruita negli anni '70 dallo stesso architetto della basilica di Nazaret, Giovanni Muzio e dedicata a “Maria regina della pace”. Quest'ultima è il luogo abituale della devozione al papa buono: c'è una vetrinetta con l'abito bianco del pontefice, le scarpe rosse e lo zucchetto. La gente lascia foto, preghiere e anche un orsetto di peluche e un Gesù Bambino di plastica in un ampio bacile. Si ringrazia per delle guarigioni ma anche per la figlia che “finalmente si è sposata”.

La cripta, totalmente riqualificata dagli architetti Paolo Belloni e Elena Brazis, si identifica con il motto di Roncalli “Oboedentia et pax” ed è il luogo dove il pellegrino viene invitato a raccogliersi, a stare con se stesso, a pregare. Per questo la luce dialoga sommessamente con il colore scuro dell'ambiente mentre la rapida fiamma delle candele scopre frasi di papa Giovanni. “Vengo dalla povertà e fui educato a una povertà contenta e benedetta”. “Nel sacrificio di ciascuno c'è il mistero della pace che il mondo aspetta e che ciascuno deve saper meritare per sé e per tutto il mondo. Invochiamo questa pace e meritiamola”.

Al centro c'è la teca di cristallo che aveva accolto il corpo del papa fino a quando venne traslato dalle grotte vaticane nella basilica di S. Pietro dove sono stati posti i calchi in bronzo del volto e della mano del papa appena morto, opera di Giacomo Manzù. Una lama di luce scolpisce il crocifisso in avorio su cui il beato posava lo sguardo negli ultimi giorni della sua vita: “Nelle mie conversazioni notturne – racconta una frase tratta dal suo diario del 31 maggio 1963, tre giorni prima della morte – ho sempre avuto davanti a me questo Gesù crocifisso, con le braccia aperte per ricevere tutti”. “La spiritualità di papa Giovanni – spiega ancora don Claudio Dolcini – è fondata sul Crocifisso, sulla consegna totale a lui. Ha voluto il crocifisso davanti al letto per potergli parlare e scansava con impazienza la suora che lo assisteva e per sistemargli le coperte glielo nascondeva alla vista”.
La cripta, dopo l'itinerario lungo i luoghi cari a Giovanni XXIII, ricorda al pellegrino che la meta ultima del cammino di fede non è il papa buono, anche se appartiene alla schiera dei santi, ma Cristo ed è davanti a lui, come sottolinea don Claudio, che si conclude il pellegrinaggio di ogni uomo.

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