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L'iconofobia contemporanea e le sue implicazioni

Rodolfo Papa - pubblicato il 30/05/13

L’epoca attuale si presenta come “civiltà delle immagini”, eppure di fatto usa solo una piccola parte delle infinite possibilità che le immagini offrono

Le immagini, correttamente lette ed interpretate, consentono anche di comprendere la storia. Possono aiutare la storiografia, l’ermeneutica e l’iconologia, a ricostruire il senso originario, nella ricomposizione dei lacerti di cui siamo in possesso. Le immagini, dunque, possono anche essere utilizzate come fonti documentarie. Eppure, anche all’interno delle scienze umane, esiste una imperdonabile iconofobia, che per certi versi si è diffusa in molti ambiti culturali.  

In tal senso, sono certamente utili gli studi proposti da Peter Burke nel suo Testimoni oculari, che denuncia la diffusa prassi di considerare "trasparenti" le fonti figurative, e propone piuttosto di guardare ad esse come a una finestra aperta sul passato[1]. In questa prospettiva, prende in esame diversi livelli di opacità delle immagini[2], le presenze e le assenze dei soggetti, le composizioni e gli intrecci, proponendo una «storia culturale delle immagini» o «antropologia storica delle immagini»[3]. Al di là delle modalità proposte per l’utilizzo delle immagini stesse, è interessante la sottolineatura del loro valore ai fini conoscitivi, che contrasta con una diffusa diffidenza verso di esse. Si registra, infatti, una certa resistenza all’uso delle immagini, che è il sintomo di una iconofobia[4] che è incomprensibile in senso generale, e lo è ancor più in un’epoca come la nostra. L’epoca contemporanea, infatti, si presenta, paradossalmente, come “civiltà delle immagini”, eppure di fatto usa solo una piccola parte delle infinite possibilità che le immagini offrono. La sfiducia nelle immagini si è insinuata anche nel mondo cattolico, che per certi versi ne ha posto ai margini l’uso, limitandolo a semplice commento visivo di un testo “scritto”, non riconoscendone dunque un significato proprio. Si produce, così, una biforcazione interna al percorso centrifugo di allontanamento dall’uso dell’immagine: da una parte l’immagine crea diffidenza per la sua presunta inesattezza, per una sorta di pregiudizio di minorità nei confronti del reale che si è ritenuto meglio descrivibile con le parole “scritte”; dall’altra parte, l’immagine viene giudicata troppo complessa per essere decifrata e quindi di fatto viene ritenuta “muta” per l’uomo contemporaneo.

Si potrebbe dire che si è passati dal culto delle immagini al culto della parola[5], citando Hans Beling, che propone il culto della parola come forma protestante dell’iconoclastia. L’iconoclastia, nel secondo Cinquecento, è stata ampiamente combattuta in ambito cattolico, sullo slancio dei documenti del Concilio di Trento, ma nel corso del Novecento si è fatta strada anche nel mondo cattolico. Come sottolinea la Bettetini, c’è una forma di vandalismoche è penetrata, attraverso vari canali, persino nel mondo “virtuale” contemporaneo e per certi versi «è una iconoclastia endogena, quella che […] avevamo definito cannibale: le immagini virtuali si distruggono tra loro e si autodistruggono, perché sono facilmente interscambiabili, appiattite sul loro rappresentare se stesse. Invadono la vita quotidiana dell’uomo del ventunesimo secolo, che tuttavia possiede armi rapide per disfarsene: un click, un mouse, un del»[6].
Occorre essere coscienti dell’ambiguo statuto dell’immagine nell’epoca contemporanea, e soprattutto del pregiudizio di inattualità verso l’immagine e in particolar modo verso l’immagine dipinta, da cui derivano innumerevoli equivoci ed ulteriori fraintendimenti. In questi equivoci e fraintendimenti si radica l’estrema superficialità con cui vengono in genere lette le opere d’arte.

[pubblicato su ZENIT il 


30 maggio 2011]

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