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Da Zapatero a Hollande, quando il legislatore cambia il matrimonio

PIERRE ANDRIEU
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La separazione tra attività sessuale e procreazione finisce per privare il matrimonio della natura di istituto deputato alla trasmissione della vita

Il legislatore francese creò il matrimonio civile; il legislatore francese lo sta ora seppellendo. Questa considerazione viene, con gli occhi della storia, alla lettura della notizia che l’assemblea nazionale francese ha espresso il primo sì al matrimonio tra omosessuali. In effetti nel 1791 è la Francia rivoluzionaria che introduce il principio secondo cui la legge considera il matrimonio come un mero contratto civile, mandando in soffitta il matrimonio religioso. La furia laicista in realtà non creò un nuovo istituto: prese in sostanza la disciplina del matrimonio canonico e la secolarizzò, limitandosi a tagliarne gli elementi propriamente religiosi. Da quel momento, però, i due modelli di matrimonio si sono venuti differenziando sempre più e sempre più velocemente, con progressivo allontanamento del matrimonio civile dall’originario modello canonistico. Si tratta di un fenomeno che oggi pare giungere ai limiti estremi.

Tre sono gli elementi salienti di questo processo storico. Il primo è quello della scissione e separazione tra attività sessuale e procreazione, che finisce per privare il matrimonio della natura di istituto propriamente deputato alla trasmissione della vita, oltre che alla solidarietà tra gli sposi e le generazioni. Il secondo è quello dello spostamento dell’identità sessuale dalla natura alla cultura, portato delle teorie del gender, che conduce all’eclissi dell’elemento dell’eterosessualità come caratterizzante il matrimonio, rispetto ad altre forme di relazioni affettive e solidali. Si tratta di una posizione culturale lontanissima dal paradigma di sempre, che poi è anche quello cristiano, della diversità tra sessi posti, nel matrimonio, in una relazione di complementarietà. Il terzo è la riduzione del matrimonio a mero istituto ricognitivo della sussistenza di vincoli affettivi tra gli sposi, che se vengono meno legittimano lo scioglimento del vincolo.

Ma una volta ridotto il matrimonio ad un rapporto affettivo tra due persone, non destinato di per sé alla integrazione delle diversità sessuali, né alla procreazione (che comunque si può ottenere artificialmente), si giunge inevitabilmente ad invocare il diritto di ognuno all’amore riconosciuto e protetto dalla legge, a prescindere dal dato sessuale. Ora, senza contare il fatto che l’amore è elemento che sfugge al diritto (tant’è che il legislatore neppure richiede ai genitori di voler bene ai figli, imponendo semmai di volere il loro bene), l’impressione è che siamo alla fine di un percorso. Due secoli, poco più, sono bastati per veder nascere, crescere e infine avviarsi a dissoluzione del matrimonio come istituto civile.

A ben guardare le forzate intromissioni del legislatore civile nella struttura naturale del matrimonio, come ieri in Spagna ed oggi in Francia, non riformano il matrimonio, ma lo sostituiscono con un altro negozio. Può anche rimanere formalmente la denominazione legale di “matrimonio”, ma l’essenza del matrimonio non c’è più. Le velleità prometeiche in materia matrimoniale rinnovano in qualche modo, nel moderno legislatore umano, l’antico mito del re Mida: l’ineludibile trasformazione del matrimonio in altra cosa. Sicché in un domani forse non lontano, solo la religione continuerà a presidiare il matrimonio nella sua struttura naturale di consorzio tra un uomo ed una donna, destinato a durare per tutta la vita, aperto alla procreazione perseguita in modo umano.

[FONTE: www.ugci.org]

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