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L'iperrealismo: alcune precisazioni storiografiche

Rodolfo Papa - pubblicato il 24/05/13

L’ossessione al sex appeal dell’oggetto di consumo corrode dal di dentro questa corrente artistica, rendendola emblematica della cultura pop

Spesso capita di ascoltare discorsi o di leggere testi dove viene usato il termine “iperrealismo”, che però, invece di indicare qualcosa di preciso, è utilizzato come sinonimo di qualcos’altro. Per molti, infatti, tutta la realtà artistica figurativa si confonde e alla fine coincide con la particolare corrente iperrealista. Alcune volte, capita di incontrare articoli, saggi e testi, anche autorevolmente firmati, che estendono banalmente il termine a tutta l’arte figurativa anche a quella del passato, cosicché artisti rinascimentali o barocchi vengono fagocitati anacronisticamente dalla post-modernità. Confondere i piani e rendere indistinto ciò che è diverso, non solo è un tipico errore di chi poco conosce la storia dell’arte e poco comprende di teoria dell’arte e confonde termini e categorie storiografiche, ma è anche un topos teoretico del post-moderno. Anacronismi, riduzionismi e vortici caotici, se pure alle volte producono inattesi stimoli poetici, di fatto, in quanto incongruenze storiografiche, generano confusione.

In realtà, precisare i termini della questione non solo corregge un errore interpretativo e valutativo delle complesse dinamiche storiche entro le ancor più complesse questioni teoriche dell’arte, ma apre anche il discorso artistico ad ampie possibilità critiche. Invece, l’elaborazione di analisi in grado di riposare su giudizi critici sereni e avvertiti, è il compito primo di una seria storia dell’arte. La stessa questione dell’arte sacra è spesso lambita da queste problematiche storiografiche. Giacché taluni, anche negli ultimi tempi, hanno sostenuto, proprio nell’ambito delle arti al servizio del sacro, una maggiore capacità espressiva del sistema d’arte informale rispetto al sistema figurativo, contemporaneamente, però, confondono il figurativo con l’iperrealismo, per cui viene impostata una contrapposizione tra iperrealisti e informali, con preferenza dell’utilizzo di artisti informali per la decorazione di chiese rispetto agli altri “iperrealisti”.

Il termine “iperrealismo” si è venuto a confondere con tutto l’immenso arcipelago del “realismo” contemporaneo, addirittura, in una iperbole storiografica, con il ben più complesso sistema figurativo elaborato all’interno del cristianesimo nel corso dei secoli passati. Non solo l’utilizzo del termine è, dunque, ormai divenuto equivoco, perché non designa più la corrente, il movimento artistico, essendo divenuto sinonimo tout court di tutto l’immenso mondo figurativo, ma, in più, tutto il mondo figurativo risulta di conseguenza connotato da una accezione negativa; come se Jan Van Eyck, Caravaggio o Poussin fossero assimilabili ad artisti figurativi novecenteschi e avessero le stesse finalità e gli stessi ideali di questi ultimi. In questa confusione “stilistica”, si nasconde la difficoltà di riconoscere le sostanziali diversità tra un sistema ed un altro e di comprenderne le immense implicazioni teoretiche, filosofiche e teologiche. Inoltre, a ciò si aggiunge che la narrazione storiografica spesso pone tutto in una indistinta linea progressiva, mettendo in relazione di continuità artisti e correnti che condividono poco o nulla. Per esempio, lo scorso anno, in una mostra romana, in occasione del centenario caravaggesco, le opere delMerisi sono state messe a confronto con quelle di Francis Bacon (1909-1992): due universi paralleli, due sistemi artistici totalmente diversi, due visioni del mondo lontane tra loro anni luce, che hanno in comune probabilmente solo il fatto che si tratta di due artisti famosi, entrambi infine vittime di anacronismi e di riduzionismi, ridotti a stereotipi e resi complanari e simili. La sola analisi "stilistica" produce fraintendimenti devastanti se non viene supportata da una ermeneutica antropologico-culturale adeguata alla visione del mondo che ogni opera sottende e in ultima analisi non viene provata dalla capacità d’interpretazione della più completa disciplina storico artistica di cui siamo dotati, "l’iconologia contestuale". Ma se invece lo scopo di tali mostre è quello di affermare "ideologicamente" che tra un artista del XVII secolo cattolico e un artista ateo del XIX secolo non c’è alcuna differenza, allora è tutta un altra questione. Ma continuiamo ora a parlare del "nostro" movimento artistico.

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