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Cosa fa Dio con le nostre preghiere quando sembra che non vengano ascoltate?

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Pascal Deloche / GODONG

Aleteia - pubblicato il 23/05/13

Ciò che Dio permette è sempre per il nostro bene, anche se a volte ci costa comprenderlo.

1. È una delle grandi domande relative alla fede, formulata fin dall'inizio. Vi ha risposto Sant'Agostino, uno dei maggiori pensatori cristiani.

Commentando la prima Lettera di San Giovanni, Sant'Agostino si imbatte nella frase “e qualunque cosa chiediamo la riceviamo da lui perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quel che è gradito a lui” (1 Gv 3, 22). Menziona San Paolo, quando chiede a Dio di liberarlo da “una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi”, ma non gli si concede esplicitamente (cfr. 2 Cor 12, 7-9). Qui si pone domanda e risposta: “Perché? Perché non gli conveniva. Per questo è stato ascoltato quanto alla guarigione colui che non è stato ascoltato nella sua volontà. (…) Discerniamo le attenzioni di Dio. Troviamo coloro che non vengono ascoltati nella loro volontà ma lo sono nella loro guarigione, e coloro vengono ascoltati nella loro volontà ma non nella guarigione”. L'esempio che porta è assai significativo: il libro di Giobbe. Ciò che vi si legge all'inizio è che chi viene ascoltato nelle sue richieste non è Giobbe, l'uomo buono per antonomasia, ma il diavolo, il malvagio per eccellenza.

Ciò si inserisce in una questione ancor più generale: quella della sofferenza del giusto. Nell'Antico Testamento si apprezza la progressività della Rivelazione. All'inizio la promessa dell'obbedienza a Dio è temporanea, la terra promessa – che “stilla latte e miele” – e la conseguente pace e prosperità. Il libro di Giobbe inserisce la sofferenza del giusto in questo contesto. Non c'è dubbio sul fatto che Giobbe sia buono, ma soffre l'indicibile. Perché? L'unica risposta che si dà è che i disegni di Dio sono imperscrutabili: Egli ne sa di più. È giusto, ovviamente, e in credo come l'islam è la risposta prevedibile, ma nella storia della salvezza non è così. In uno degli ultimi racconti dell'Antico Testamento, il martirio dei sette fratelli maccabei con la loro madre (2 Mac 7), si continua a parlare del castigo per i peccati, ma la prospettiva è già l'eternità. L'ultimo fratello a morire dice ad Antioco: “Per i nostri peccati noi soffriamo. Se per nostro castigo e correzione il Signore vivente si adira per breve tempo con noi, presto si volgerà di nuovo verso i suoi servi”. Sua madre gli aveva chiesto di accettare la morte per poterlo riavere insieme con i suoi fratelli “nel giorno della misericordia”.

2. La risposta definitiva giunge con il Nuovo Testamento, e ha un nome proprio: Gesù Cristo.

Gesù Cristo è il Giusto per eccellenza che ci lascia il grande esempio della preghiera apparentemente non ascoltata quando nell'Orto degli Ulivi chiede che passi da lui il calice, che non era altro che la Croce (cfr., ad esempio, Lc 22, 42). La Croce, che umanamente appare come un fallimento ma è lo strumento per la redenzione e la glorificazione di Cristo… e la nostra. Il cristiano è figlio, e in quanto tale accompagna il figlio sulla croce per accompagnarlo anche come trionfatore nella gloria. Questo è il nostro bene definitivo, anche se in questo mondo è a volte il nostro bene doloroso.

Molte volte, quando entriamo in una chiesa e sentiamo un inno il cui testo – preso da San Paolo – dice “Se moriamo in Lui, regneremo con Lui”, forse non captiamo subito in profondità cosa significhi. Segnala però il senso stesso della nostra esistenza, il suo fine, e quello che Dio ascolta sempre. La preghiera è servita e serve perché si possa continuare lungo lo stesso cammino con lo stesso fine.

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