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Crisi economica: è giusto ridurre gli stipendi?

Juan Carlos Valderrama - pubblicato il 15/05/13

La stabilità e l'aumento salariale incentivano il consumo, che è il motore dell'economia

Più di un secolo fa la Chiesa si è sforzata affinché le “cose nuove” portate dallo sviluppo industriale fossero giudicate con uno sguardo improntato alla generosità. Senza essere interessata, com'è ovvio,  a pronunciarsi sugli aspetti tecnici dei problemi – che continuano ad essere oggetto di discussione da parte degli esperti –, si preoccupava invece di sottolineare soprattutto due aspetti: in primo luogo, che se il lavoro ha un valore economico come mezzo personale di soddisfazione di necessità, l'impiego è, al contrario, un'istituzione sociale, in cui quindi politica, economia, diritto e morale si mescolano e si reclamano a vicenda; in secondo luogo, che in quanto tale ha un significato politico, per cui le autorità pubbliche non possono abbandonarlo al semplice equilibrio presumibilmente spontaneo della domanda e dell'offerta senza compromettere con ciò il bene delle persone e delle istituzioni la cui protezione è la loro missione. A queste due avvertenze, Giovanni Paolo II ne ha aggiunta un'altra nell'enciclica Laborem exercens: il valore soggettivo del lavoro, per cui le relazioni produttive hanno nell'uomo stesso che lavora il loro vero fine, oltre che il suo autore e il suo soggetto.

Rendersi conto di questo orientamento della produzione incentrato sulla persona è stato fondamentale fin dall'inizio per stabilire le condizioni morali che si dovevano osservare al momento di fissare a livello qualitativo e quantitativo la retribuzione salariale dei lavoratori. Vale la pena ricordarle, perché mentre l'“impiego” e il “salario”  continuano ad essere i meccanismi giuridici che regolano la nostra ricerca del benessere (nulla impedisce che più avanti vengano sostituiti da altri), sono criteri ancora validi.

Quali sono, in estrema sintesi, questi criteri? 

In primo luogo, la sufficienza. Il salario migliore non è né quello basso né quello alto: è quello che basta per coprire adeguatamente le necessità ordinarie sia del lavoratore che della sua famiglia, favorendone il risparmio. Sfumatura importante, perché non si tratta solo di tradurre a livello monetario la quantità di sforzo e capacità personale, ma di servire perché promuova il lavoro, che andando al di là del singolo abbraccia anche le circostanze in cui si trova (di lì la rivendicazione di Pio XI del – d'altro canto difficile – “salario familiare”).



In secondo luogo, la libertà. I responsabili diretti della definizione del salario sono quelli che intervengono nel patto: il lavoratore e l'imprenditore, che possono patteggiare liberamente il tipo e la quantità della retribuzione, anche se fosse esigua. Questa relazione bilaterale deve attenersi a criteri etici la cui determinazione legale spetta ai poteri pubblici, dal cui intervento diretto – normativo – dipende la giustizia delle responsabilità contrattuali. Il mero accordo bilaterale non legittima di per sé la giustizia della retribuzione. È vero che il salario migliore è quello che si ha, non quello che non si ha, per quanto possa essere elevato. Ad ogni modo, devono stabilirsi misure legali che impediscano che per motivi di pura necessità i lavoratori accettino un salario insufficiente pur di averne uno. Questo dal punto di vista del lavoratore, perché da quello dell'imprenditore è evidente che queste misure coercitive devono accompagnarsi ad altre compensazioni, e soprattutto incentivi, che riducano per quanto possibile il costo totale delle contrattazioni. Sovraccaricare in nome di principi sociali non è sempre la misura sociale migliore tra quelle possibili, soprattutto quando la spesa sociale delle imprese si nutre specialmente della loro capacità di indebitamento.


C'è infine la variabilità, in base alla situazione finanziaria e alle necessità concrete dell'impresa (in relazione, tra le altre cose, alla produttività) e alle esigenze del bene comune. Non si può, ovviamente, fissare a priori e con valore universale una quantità che se in alcune circostanze può risultare sufficiente forse non lo è in altre o viceversa. Si tenga anche conto del fatto che in questa variabilità si inserisce l'adeguamento dei salari ai prezzi dei beni di mercato. Se in alcune circostanze risulta impossibile calibrare bene questa relazione, tuttavia dovrebbe trattarsi di una questione provvisoria.


Quindi:



È chiaro che la stabilità e l'aumento salariale sono chiavi per il consumo, che è il motore dell'economia, ma parlare di stabilità e aumento salariale in circostanze come quelle della crisi attuale sembra illusorio. Il dibattito sulla necessità di aggiustare i salari alla produttività entra allora nella scena pubblica, anche per la domanda da parte di alcuni settori sociali di liberarli dalla forza di gravità che trascina verso il basso la produttività delle imprese. La sua logica sembra indiscutibile: come principale base di accesso al consumo, qualsiasi riduzione o congelamento a medio termine del reddito disponibile dei singoli si ripercuoterebbe negativamente sulla fornitura di beni al mercato, il che in mancanza della domanda farebbe collassare insieme alla produttività la capacità imprenditoriale anche per la generazione di impiego. Al contrario, alte entrate e stabilità lavorativa stimolerebbero il consumo, il che porterebbe a un beneficio della stessa produttività delle imprese. Nulla, quindi, si assicura, è più efficace per il mercato che una politica garantista in entrambi i campi: tendenza all'aumento dei salari minimi e sicurezza nell'impiego, con forti misure restrittive dell'autonomia imprenditoriale e introduzione di fondi pubblici per la compensazione dei costi.


È chiaro che si deve tener conto del fatto che una cosa è il salario che percepisce il lavoratore e un'altra è il costo totale che si assume l'imprenditore con il suo vincolo contrattuale, per cui al costo salariale che quegli riceve direttamente in busta paga (salario base, complementi, straordinari…) si aggiungono i contributi obbligatori alla Sicurezza Sociale e altre indennità, prestazioni o bonifiche non salariali, che in momenti critici come questo possono eccedere di molto le reali capacità di spesa e indebitamento delle imprese. Per questo, non è del tutto chiaro che l'argomentazione a favore dell'incremento salariale si ripercuota positivamente e sempre sul consumo e sulla domanda di impiego. Può avere anche effetti contrari: disincentivare la contrattazione (il che va a scapito di quanti cercano un impiego) e mettere a rischio la capacità di risparmio del tessuto imprenditoriale, soprattutto della piccola e media impresa. E non perché i lavoratori guadagnano davvero molto – ovviamente non sembra –, ma per la somma finale delle altre spese, molte di funzione sociale, che vi si aggiungono.

Sta agli economisti giudicare fino a che punto è tecnicamente giusto il fatto che la moderazione salariale sia un ostacolo all'aumento della produttività e della crescita dell'impiego, o che lo sia avere flessibilità al momento di stabilire le necessità lavorative delle imprese, sia al momento di formalizzare nuovi contratti che al momento di rescinderli. Sempre nelle loro mani – anche se non più solo nelle loro – è il fatto di sapere che grado di intervento spetti allo Stato in tutto ciò: se è mediante politiche per la flessibilità o garantiste che possono assumere meglio, specialmente in questo periodo, il loro ruolo di mediazione nella risoluzione dei conflitti lavorativi e nella promozione delle migliori condizioni di accesso dei cittadini a una misura basica di benessere materiale.

E' chiaro in ogni caso che non è riducendo un problema dai molteplici aspetti a uno solo di questi che ci possiamo trovare in condizioni migliori per affrontarlo. Forse tra tutti ce n'è davvero uno con valore predominante, ma ciò non farà di questo il “fattore determinante in ultima analisi”, con tutto ciò che questi termini o altri simili insinuano quando vengono invocati. Le cose richiedono tanti più punti di vista quanto più sono complesse. È necessaria grande generosità nello sguardo per rendere giustizia senza ridurle – solo, in definitiva, in modo determinante… – a una qualsiasi delle loro sfaccettature. Per questo conviene non limitare il problema dell'impiego e della retribuzione salariale alla sola logica economica. Non perché questa, come vogliono immaginarla alcuni, sia una sfera puramente neutrale, spietatamente meccanica, fredda e razionale, che sarebbe necessario moralizzare in modo correttivo dall'esterno. Come attività umana e libera, seguirne responsabilmente le regole è anche una responsabilità morale. L'auspicio è che agendo in nome di principi morali a prima vista puri non si finisca per fare non tanto il bene quanto piuttosto il suo contrario.

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