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L’austerità deve far rima con rigidità?

LOUISA GOULIAMAKI
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Le politiche di contenimento di deficit e debito pubblico imposte dall’Unione europea non sembrano ottenere gli effetti annunciati

Mentre in Italia continua il dibattito sull’abolizione o l’allentamento dell’Imu e sul finanziamento della Cassa integrazione ormai vuota, l’Unione europea non sembra fare sconti. Nonostante la recessione, l’Italia resta vincolata agli impegni per il 2013 e il 2014, per continuare il percorso di risanamento dei conti iniziato con il governo Monti, fatto di tagli alla spesa ma anche di razionalizzazione della gestione delle finanze pubbliche. Il ministro Saccomanni, di rientro da un vertice europeo a Londra, ha precisato infatti “che non ci sarà «nessuno slittamento» degli obiettivi di bilancio” e ha precisato che “non ci sarà nessuna deroga formale” (La Stampa, 12 maggio).


In realtà alcuni economisti, come segnala anche Oscar Giannino, sostengono che la famigerata austerità in realtà “non esiste in Italia” perché nel triennio “2010-2012 la spesa pubblica è cresciuta ancora del 1,3%” a fronte di una crescita dello 0,9% del Pil (@OGiannino, 10 maggio).

 

Ma la rigidità delle politiche fiscali europee, imputata soprattutto alla Germania, considerate un freno alla crescita e non uno stimolo, trova sempre meno consensi nell’Unione. Tra i critici persino “il Fondo monetario internazionale (Fmi)” noto per le sue durissime politiche di ristrutturazione del debito nei Paesi poveri negli anni ’80 e ‘90, “il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, il presidente del più grande fondo di investimenti in obbligazioni del mondo e, a leggerlo con obiettività, anche il comunicato stampa di Eurostat del 22 aprile sui deficit di bilancio dei paesi dell’eurozona e di quelli della Unione a 27” (Tempi, 6 maggio 2013).

 

Tra gli economisti non sembra comunque esserci accordo sulla razionalità dei vincoli imposti dall’Unione, in particolare quello del rapporto tra debito pubblico – una pesante tara soprattutto per l’Italia – e il Pil. Secondo Lorenzo Bini Smaghi, presidente di Snam Rete Gas, in realtà quello del 90% del debito sul Pil è un tetto “che non è mai stato preso troppo sul serio” e ha ricordato che “non si è mai capito se la bassa crescita sia colpa del troppo debito o se il troppo debito sia causato dalla bassa crescita”. E rispetto all’impasse politica italiana ha affermato che “utilizziamo il tempo alla ricerca di fondi che finanziano la nostra spesa, litigando sull’Imu” e che “aumentiamo le tasse” perché non siamo in grado di tagliare le spese (QN, 9 maggio).

Tra i sacrifici dovuti all’austerity, più che il peso delle tasse, è appunto la necessità – o la scelta – di ulteriori tagli della spesa pubblica (scuola, sanità, welfare) a preoccupare di più. Già in febbraio, la Caritas europea, presentando il rapporto “L’impatto della crisi europea” avvertiva che “le misure di austerità – se non accompagnate da adeguate politiche di sostegno e di sviluppo – rischiano di avere un impatto sempre più negativo sulle vite delle persone povere, e di far cadere molte altre persone per la prima volta in una condizione di povertà”. Tra i dati del rapporto in evidenza “il tasso di povertà tra i working poor” cioè persone con un lavoro che è pari all’8,7%, con forti aumenti a partire dal 2008”. Secondo la Caritas la recessione richiede più welfare e non di meno, anche perché è considerato un fattore di sviluppo a medio termine. “In particolare all’Italia si chiede «una misura universalistica di contrasto alla povertà, un ripensamento del sistema di welfare, orientato alla famiglia come soggetto esposto ai rischi dell’esclusione, ma anche come agente per l’inclusione” (Avvenire, 14 febbraio 2013).

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