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Vita religiosa: alle radici della sterilità vocazionale

@Jeffrey Bruno
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Nella sua “Regola” Chiara d’Assisi indicava come punti fondamentali del carisma consegnato alla comunità “l’altissima povertà” e “la santissima unità”

Mercoledì 8 maggio scorso vi è stato l’incontro tra il papa Francesco e le partecipanti all’Assemblea plenaria dell’Unione Internazionale delle Superiore Generali. Un incontro atteso in cui il papa ha fatto un discorso tanto semplice quanto intenso, importante per puntualizzare gli aspetti peculiari della vita religiosa. In tale occasione il papa ha messo in rilievo l’importanza della fecondità dei religiosi e ciò, anche senza dirlo esplicitamente, appare come una risposta a una diffusa carenza di vocazioni – soprattutto nei territori di antica evangelizzazione come Europa e America – che comporta chiusure di comunità e in alcuni casi anche la fine di ordini o congregazioni religiosi.

La riflessione del papa in merito a ciò è anche una indicazione per individuare le radici di tale diffusa sterilità vocazionale a suo tempo già denunciata come fatto allarmante ad esempio dal cardinale Carlo Maria Martini. A questo proposito viene in aiuto anche la vicenda di santa Chiara, la prima donna che ha scritto una regola per donne, per di più approvata con regolare bolla pontificia da papa Innocenzo IV. Chiara d’Assisi proprio nella sua Regola indica come punti fondamentali del carisma consegnato alla comunità l’altissima povertà e la santissima unità (Cfr. Fonti Clariane, a cura di G. Boccali, Edizioni Porziuncola, Assisi 2013, p. 67). Proprio quando vengono a mancare questi due aspetti un religioso e le comunità si insteriliscono. Infatti la mancanza dell’altissima povertà rende rigidi, dogmatici, attaccati non solo a posti o servizi, ma anche a proprie idee e quindi fondamentalmente incapaci di essere obbedienti e docili allo “Spirito Santo che è Signore e dà la vita”. L’assenza della santissima unità si manifesta in conflittualità continue, assenza di collaborazione, rivalità con spreco di energie – anche finanziarie –, polarizzazioni attorno a cose relative, dispersione “nei pensieri del proprio cuore”, divisioni, discussioni inconcludenti, incapacità di vivere l’ecclesialità.

E così di realtà e luoghi, in cui si intuisce e intravede la possibilità di una fioritura nello Spirito Santo, rimane soltanto un deserto arido. Resta al massimo solo una storia, più o meno bella, da raccontare; monasteri, comunità, ma anche parrocchie e diocesi gradualmente assomigliano più a musei per cultori del sacro o dell’arte che luoghi in cui la vita nuova del Risorto è incontrabile e possibilità concreta di una scelta per l’esistenza.

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