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L’uomo di Rousseau è l’angelo di Cartesio che si fa brutto

Aleteia - pubblicato il 10/05/13

Il cardinale Paul Poupard al Cortile dei Gentili di Bologna sul tema “La visione di Dio in Rousseau”

Pubblichiamo l'intervento pronunciato il 7 maggio scorso a Bologna dal cardinale Paul Poupard, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Cultura e del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, in occasione del Cortile dei Gentili sul tema “La visione di Dio in Rousseau”.



* * *


Caro Jean-Jacques, siamo veramente così buoni? Titolava il quotidiano La Vie, in prima pagina in occasione del «2012, Anno di Rousseau». Chi di noi non ricorda il suo famoso aforisma: “La natura ha fatto l’uomo felice e buono, ma la società lo deprava e lo rende miserabile”. Argomento ampio di confronto e di discussione! A parecchi anni di distanza, ho riletto l’opera polemica del filosofo Jacques Maritain, Trois réformateurs, Luther ou l’avènement du moi, Descartes ou l’incarnation de l’ange, Rousseau ou le saint de la nature (Plon, 1925), in italiano: Tre riformatori: Lutero, Cartesio, Rousseau.

Il contadino della Garonna non smette di scoccare le sue frecce appuntite, e sono numerose, contro la doppiezza di Jean-Jacques: “La ragione di un uomo ha un duplice ufficio. Talora la ragione si mette al servizio della passione, esplicando allora una prodigiosa virtuosità nell’argomentazione sofistica; è il Jean-Jacques moralista, stoico, plutarchico, tutto compunto di virtù, censore dei vizi del secolo, il Rousseau des Discours, della Lettre à d’Alembert e del Contrat social. Talora invece, la ragione, come una lampada impotente, assiste alle ebbrezze del cattivo desiderio, ne discerne con perspicacia la malizia; ma, per parte sua, si guarda bene dall’intervenire, e stando li assorta nello spettacolo, essa non fa, in realtà, che aumentarne l’attrattiva dandogli non so quale sapore di perversità intelligente ed artistica, poiché appartiene all’artista, secondo le parole di Aristotele, di rimanere artista quando pecca volendolo. È … l’indolente Jean-Jacques, il vero Jean-Jacques, che si abbandona al piacere, che vede di far male e che tiene gli occhi alzati verso l’immagine del bene e che si diletta ad un tempo nel bene che egli ama senza fare e nel male che fa senza odiarlo…L’uomo di Rousseau è l’angelo di Cartesio che si fa brutto … Rousseau ha introdotto nella letteratura e nella realtà della vita, questo tipo d’innocente… che non è altro che la sconfitta mentale di un’umanità che si abbandona… Il che è quanto dire che non vi è in Rousseau alcuna rettificazione della volontà, donde le sue azioni vili e la sua mollezza morale. Per questa inettitudine davanti al reale essenzialmente si spiegano l’abbandono dei suoi cinque figli, le sue crisi passionali, le sue rotture di amicizia, le sue imbelli frenesie, il narcisismo equivoco dei suoi sentimenti, tutte le vergogne e tutte le miserie della sua vita… Insomma egli è un esempio per l’umanità, un professore di virtù, un riformatore dei costumi, ed è in questo stesso momento che il futuro autore dell’Emilio abbandona il suo terzo figliuolo… Rousseau è un temperamento religioso… E il Vangelo, è il cristianesimo ch’egli manipola, corrompendoli… Soprattuto, ed ecco il punto capitale, Rousseau ha snaturato il Vangelo strappandolo all’ordine soprannaturale, trasportando alcuni aspetti fondamentali del cristianesimo nel piano della semplice natura… Che troviamo noi all’origine del disordine moderno ? Una naturalizzazione del cristianesimo… A lui dobbiamo il cadavere di idee cristiani la cui immensa putrefazione appesta oggi l’universo… La dottrina di Rousseau è une radicale corruzione naturalista del sentimento cristiano… Il vicario savoiardo è il primo prete modernista” (Maritain, J., Tre riformatori: Lutero, Cartesio, Rousseau, Morcelliana, Brescia, 1928).

E allora, quale scegliere tra questi due epitaffi, quello del suo ultimo e fedele amico, Bernardin de Saint Pierre: “Egli ha addolcito il destino dei bambini e ha aumentato la felicità dei padri; ha aperto, in Héloïse, la strada al pentimento e ha fatto versare lacrime agli amanti. Egli è vissuto ed è morto nella speranza, comune a tutti gli uomini virtuosi, di una vita migliore. Egli ha perorato la causa dei bambini, degli amanti infelici, degli sfortunati, della virtù ed è stato perseguitato”. Oppure, quello del moralista Joseph Joubert che svela i chiari-scuri di un’esistenza e di un’opera ambigua: “Pigrizia a volontà, codardia voluttuosa, attività inutile e pigra che ingrassa l’anima senza renderla migliore, che dona alla coscienza un orgoglio stupido e allo spirito l’attitudine ridicola di un borghese di Neuchâtel che si crede re, l’enfasi del più voluttuoso dei furfanti che si è fatto la sua filosofia e la espone con eloquenza; infine, il pezzente che si riscalda al sole disprezzando il genere umano: cosi è Jean-Jacques Rousseau”.

Qualunque o quale sia la nostra lettura di Jean-Jacques, nel III° centenario della sua nascita, questo visionario dell’uomo contemporaneo, innamorato dell’individualismo, traboccante di emozioni e tormentato dalla complessità dell’amore, ci appare niente di meno, come l’inventore della soggettività moderna, secondo l’epiteto di Charles Pépin (Ceci n’est pas un manuel de philosophie, Flammarion). Egli ci porta a interrogarci sulla pertinenza delle sue intuizioni e la coerenza del suo discorso, e a domandarci se la sua sorprendente sincerità non ricopra con un mantello cangiante le sue luminose intuizioni, che sono tali da suscitare forti dibattiti su Dio o sulla natura umana. La sua sorprendente modernità può insegnarci molto sugli abissi della natura umana, fintanto che non siamo prigionieri delle sue premesse per lo meno discutibili. Questo sognatore che ci illumina si iscrive di fatto nel solco prodigioso degli autori, la cui prosa incanta, a partire dal loro capo scuola incontestato, Sant’Agostino, nelle Sue Confessioni, non smette di interrogarci sul carattere singolare della nostra natura comune, di cui noi teniamo quello che, ancora cosi vicino a noi, il Papa Giovanni Paolo II ha chiamato la nostra irripetibilità. Karol Wojtyla avrebbe senza alcun dubbio rigettato la concezione di Dio di Le fantasticherie del passeggiatore solitario, ma avrebbe aderito senza esitazione alla sua professione di singolarità cosi chiaramente rivendicata nel  preambolo delle Confessioni: “Non sono fatto come nessuno di quanti ho incontrati; oso credere di non essere fatto come nessuno di quanti esistono. Se pure non valgo di più, quanto meno sono diverso”. È tutt’altro rispetto alla sua massima fondamentale, cosi come lui la presenta nell’Émile: “L’uomo veramente libero non vuole altro di ciò che può e fa ciò che gli piace. Ecco la mia massima fondamentale”. Giovanni Paolo II professava, al contrario, sulla linea di Sant’Agostino: “Ama e fa’ ciò che vuoi”, perché se tu ami Dio liberamente, questo Dio creatore, sorgente di bontà e di verità, tu puoi professare questa parola di Cristo contenuta nel Vangelo di Giovanni e instancabilmente citata da Giovanni Paolo II: “Veritas liberabit vos”, la Verità vi renderà liberi (Cap. 8).

Rousseau viveva, di fatto, “una religione a modo mio” come lui stesso la definiva, noi diremmo oggi una religione “fai da te”, al contrario dell’ateismo che seduceva i filosofi de l’Aufklärung, l’Illuminismo, les Lumières. Mentre il razionalismo trionfa intorno a lui, il Vicario savoiardo rivendica la forza delle emozioni, come in La Nuova Eloisa: “O sentimento, sentimento, dolce vita dell’anima !”. La contemplazione della primavera che fiorisce, la messe che matura e la vendemmia abbondante, suscita in lui una preghiera cosi lontana dalle sue oscillazioni cristiane, dal protestantesimo al cattolicesimo, rigettate inoltre, alla fine della sua vita, e che lui descrive – questa preghiera – come «una sincera elevazione del cuore all’autore di questa amabile natura, le cui bellezze erano sotto i miei occhi». La sua arte di contraddizione, giunta all’estremo gli fa elaborare nell’Émile, la prima grande teoria moderna dell’educazione, mentre abbandona i suoi cinque bambini, senza scrupoli. Questa palpazione del cuore, le sue lacrime infinite sono fonte di soddisfazione egoistica. Come scrive Olivier Gazalé nel suo Je t’aime à la philo (Robert Laffont), « Rousseau era lo specialista dell’amore impossibile. Se, del suo grande amore per Mme de Warens, una donna molto più anziana di lui, egli scrive: “Io non me ne allontanavo se non per pensarne”, nello stesso momento egli sposa Thérèse Levasseur, una donna che non l’amava ma che gli donò cinque figli, ciò non gli impedì di amare Sophie d’Houdetot, una donna purtroppo già impegnata, poiché era sposata con un capitano della gendarmeria: “Rousseau si è appassionato a donne con le quali la felicità armoniosa era inconcepibile. Si è chiuso in una problematica piuttosto desolante: sposare una donna che non si ama o sposare una donna non sposabile”.

Paradossi infiniti di Jean-Jacques: se egli ha l'intuizione delle più recenti scoperte nel campo della psicologia sociale, compresi quelli sull'empatia, il suo mito del buon selvaggio e un’epoca precedente alla vita in società durante la quale l’uomo, essenzialmente solitario, avrebbe vissuto senza morale interpersonale nell’innocenza, gli antropologi hanno scoperto invece, al contrario, che tutti i popoli primitivi studiati, a partire da Rousseau, vivevano in società, e che, lungi dall'essere corrotti come egli li considerava, nella maggior parte dei casi, soprattutto tra i migliori – i cacciatori – era la pace e il senso di condivisione che dominavano. Anche durante i periodi di carestia, l’aiuto reciproco s’imponeva. Jacques Leconte conclude il suo saggio su La bonté humaine, Altruisme, Empathie, Générosité (Odile Jacob): “Rousseau si è sbagliato, sia per eccesso d’ottimismo,– immaginando un uomo solo e innocente –, ma anche per troppo pessimismo –, attribuendo tutti i mali alla vita in società”. Inoltre, se la strategia individualista vince sempre in Rousseau, le più recenti scoperte nel campo delle neuroscienze ci dimostrano che sperimentiamo, piuttosto, il piacere di collaborare. L’immagine cerebrale mostra che le zone di soddisfazione vengono attivate quando siamo generosi, mentre, nel cervello, le zone d’avversione reagiscono alla vista di un’ingiustizia. Infine, se il filosofo raccomandava la solitudine del bambino per favorire il suo apprendimento, in realtà, come sanno tutti i genitori e i veri educatori, i bambini amano stare e vivere insieme, e l’apprendimento cooperativo dà risultati migliori dell’apprendimento competitivo.


Quali conclusioni? «Mio simile, mio fratello» diceva Baudelaire a colui che lo chiamava «l’ipocrita lettore». Confesso senza mezzi termini: io non ho letto le Opere complete di Jean-Jacques Rousseau. E se ho camminato sui suoi passi, dalla foresta d’Ermenonville all’isola Rousseau sul lago Lemano, io, per lo più, l’ho frequentato nei miei studi passati, in tutti i compendi, storie, trattati, enciclopedie, dizionari di filosofia, dove è onnipresente, senza averlo veramente incontrato. Come potrebbe biasimarmi, lui che non smetteva mai di ripetere «Voglio che tutti leggano nel mio cuore», ma che scriveva in Le Persiffleur: «nulla è cosi dissimile da me di me stesso». Dov’è il vero io? Comunque sia, cari Amici, la nostra risposta, grazie Jean-Jacques, a tre secoli di distanza, perché ci inviti a porci la domanda nel più profondo di noi stessi e, per i credenti, davanti a Dio.  

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