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Il papa, Twitter e lo spazio digitale

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PATRICK KOVARIK

Aleteia - pubblicato il 10/05/13

L'editoriale di padre Antonio Spadaro su "La Civiltà Cattolica" per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2013

Ogni anno la Chiesa, la domenica dell’Ascensione, celebra la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, l’unica voluta dal Concilio Vaticano II. Il suo scopo è quello di «incrementare e rendere più efficace il multiforme apostolato della Chiesa» (Intermirifica, n. 18) nel campo comunicativo. Com’è tradizione, il 24 gennaio scorso Benedetto XVI ha inviato il suo messaggio per la Giornata di quest’anno, la 47a, dedicata al tema: «Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione». L’annuncio del tema è avvenuto, come ogni anno, il 29 settembre, festa degli arcangeli Michele, Raffaele e Gabriele, patrono, quest’ultimo, di quanti lavorano nella radio.

Cercheremo di seguito di comprende il significato e la portata di questo Messaggio innanzitutto collocandolo nel suo contesto temporale legato all’Anno della Fede e al Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione. Quindi individueremo tre «pilastri» di questo testo, cioè i temi che lo hanno generato. E quindi, proprio alla luce del Messaggio, ci interrogheremo sul motivo per cui il Papa ha deciso di unirsi alla conversazione aperta su Twitter, una delle reti sociali più diffuse, che ormai 6 mesi fa ha superato i 500 mi- lioni di utenti.

Il contesto del Messaggio

Per comprendere la portata di questo Messaggio occorre indicare alcuni elementi legati al contesto. Il primo elemento è dato dal fatto che esso si inserisce all’interno dell’Anno della fede e giunge a conclusione del Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione. Il Papa dunque ci invita a riflettere sui social networks, collegando ad essi non solamente la «verità», come aveva fatto già nel Messaggio del 2011, ma anche la «fede» e l’«evangelizzazione».

Ricordiamo innanzitutto che l’Anno della fede è stato inaugu- rato da una Lettera apostolica in forma di motuproprio dal titolo Porta Fidei da cui il Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni riprende direttamente la metafora della porta (cfr At 14,27), che identifica la fede e che «introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa». Dunque il Pontefice riconosce che nel mondo digitale si può discernere una «porta di fede». Si tratta di un riconoscimento significativo, che farà molto riflettere non solo chi opera nel mondo della comunicazione, ma ogni cristiano che ha un profilo in un social network quali Facebook o Twitter, per citare i più noti.

Il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione aveva riconosciuto nelle sfide della comunicazione uno dei sei «scenari» fondamentali che i cristiani oggi sono chiamati a comprendere perché – si legge nei Lineamenta – ormai «non c’è luogo al mondo che oggi non possa essere raggiunto e quindi non essere soggetto all’in- flusso della cultura mediatica e digitale che si struttura sempre più come il “luogo” della vita pubblica e della esperienza sociale» (n. 6, corsivo nostro). Tra i frutti migliori venivano riconosciuti almeno i seguenti: «maggiore accesso alle informazioni, maggiore possibilità di conoscenza, di scambio, di forme nuove di solidarietà, di capacità di costruire una cultura sempre più a dimensione mondiale, rendendo i valori e i migliori sviluppi del pensiero e dell’espressione umana patrimonio di tutti» (ivi). L’Instrumentum Laboris ha ripreso quell’osservazione aggiungendo che «le nuove tecnologie digitali hanno dato origine ad un vero e proprio nuovo spazio sociale, i cui legami sono in grado di influire sulla società e sulla cultura. Agendo sulla vita delle persone, i processi mediatici resi possibili da queste tecnologie arrivano a trasformare la realtà stessa. Intervengono in modo incisivo nell’esperienza delle persone e permettono un ampliamento delle potenzialità umane. Dall’influsso che esercitano dipende la percezione di noi stessi, degli altri e del mondo. Queste tecnologie e lo spazio comunicativo da esse generato vanno perciò considerati positivamente, senza pregiudizi, come delle risorse, anche se con uno sguardo critico e un uso sapiente e responsabile» (n. 60, corsivo nostro).

Vari Padri sinodali nelle loro relazioni hanno ripreso il tema della comunicazione e dei linguaggi. Tra questi ricordiamo l’arcivescovo Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, che, parlando del mondo digitale, ha affermato che se «la Buona Novella non è proclamata anche “digitalmente”, corriamo il rischio di abbandonare molte persone, per le quali questo è il mondo in cui “vivono”». Riconoscendo la peculiarità di questo spazio, che non privilegia automaticamente i contributi di autorità e istituzioni stabilite, mons. Celli ha affermato anche la necessità «di valorizzare le “voci” dei molti cattolici presenti nei blogs, nei social networks e in altri forum digitali». Il card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, nel suo intervento ha a sua volta riconosciuto che oggi «è necessario saper adottare anche i nuovi canoni della comunicazione telematica e digitale con la loro incisività ed essenzialità» 1. Come si comprende bene, dunque, il titolo del Messaggio della Giornata Mondiale delle Comunicazioni del 2013 costituisce uno dei frutti di un’ampia riflessione che la Chiesa sta vivendo in questo tempo su fede e comunicazione.

La rete digitale come spazio di esperienza reale

Alla luce delle riflessioni del Sinodo risulta chiara la sintesi che troviamo nel Messaggio del Papa: «I social networks inoltre non devono essere visti dai credenti semplicemente come uno strumento di evangelizzazione» 2. La Rete è da abitare perché «la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale» 3.

Ma internet non è anche un luogo di pericoli e rischi? Sappiamo bene come più volte nei testi del Papa e in molti documenti del Magistero si sia fatto riferimento ai rischi che si corrono nell’ambiente digitale: un’esaltazione emotiva delle relazioni e dei legami sociali, l’indebolimento e la perdita di valore oggettivo di esperienze quali la riflessione e il silenzio; la riduzione della politica a strumento di spettacolo. Il Messaggio di Benedetto XVI ha tra i suoi meriti quello di aiutarci a chiarire che questi rischi non sono parte della cultura digitale, ma parte della vita ordinaria delle persone che l’ambiente digitale poi replica con le sue caratteristiche tipiche di velocità e accessibilità.

È improprio attribuire alla rete ciò che invece dipende dai nostri limiti relazionali e umani o dal nostro peccato, e che trasferiamo sul web esattamente come negli altri ambienti che frequentiamo off line. Attribuire sic et simpliciter le colpe all’ambiente digitale è sostanzialmente una forma comoda ed efficace di deresponsabilizzazione, di determinismo tecnologico. «Nella rete portiamo ciò che siamo. Cerchiamo di essere migliori, e anche il web lo sarà» 4. Dunque «lasciare il digitale fuori dalla porta per timore dei suoi rischi, o autorinchiudersi in un mondo prevalentemente online dimenticandosi del resto, sono oggi due derive da evitare» 5.

«L’ambiente digitale – scrive il Papa – non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani» (corsivo nostro). Lo spazio digitale non è inautentico, alienato, falso o apparente, ma è un’estensione del nostro spazio vitale quotidiano, che richiede «responsabilità e dedizione alla verità». Abitare significa inscrivere i propri significati nello spazio. Ed è proprio questa la sfida: inscrivere i significati e i valori della nostra vita nell’ambiente digitale, e anche capire «come l’impatto che ha la Rete sul modo di pensare e di vivere, riguarda, in qualche modo, anche il mondo della fede, la sua intelligenza e la sua espressione» 6. Ovviamente però abitare il mondo digitale non può prescindere dalla saggezza di un adattamento non sempre facile. Questo «addomesticamento» dello spazio richiede la consapevolezza necessaria per abitare quello che i vescovi italiani hanno definito come un «nuovo contesto esistenziale» 7.

Il Papa offre un esempio della fluidità tra ambiente fisico e digitale notando che le «reti possono anche aprire le porte ad altre dimensioni della fede. Molte persone, infatti, stanno scoprendo, proprio grazie a un contatto avvenuto inizialmente on line, l’importanza dell’incontro diretto, di esperienze di comunità o anche di pellegrinaggio, elementi sempre importanti nel cammino di fede. Cercando di rendere il Vangelo presente nell’ambiente digitale, noi possiamo invitare le persone a vivere incontri di preghiera o celebrazioni liturgiche in luoghi concreti quali chiese o cappelle» 8.

Si può dunque identificare in questo uno dei pilastri del Messaggio del Papa per la 47a Giornata Mondiale delle Comunicazioni: l’ambiente digitale non è uno spazio puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri. E la sfida è chiara: vedere nella Rete uno spazio antropologico interconnesso radicalmente con gli altri della nostra vita. Siamo chiamati, dunque, a vivere bene sapendo che in Rete si sviluppa una parte della nostra capacità di fare esperienza.

Le Rete, luogo di condivisione di conoscenza, valori e significati

Nel suo Messaggio il Papa non parla in generale di internet nel suo complesso, cioè del mondo digitale, ma si sofferma su una sua dimensione: quella dei social networks. Ne parla perché lo sviluppo di queste reti — scrive — «sta contribuendo a far emergere una nuova “agorà”, una piazza pubblica e aperta in cui le persone condividono idee, informazioni, opinioni, e dove inoltre possono prendere vita nuove relazioni e forme di comunità». Ciò che interessa al Papa in ultima analisi è sempre e comunque la comunicazione come dimensione fondamentale della vita umana. Parla dei networks sociali perché stanno plasmando il modo in cui l’uomo comunica, perché «danno forme nuove alle dinamiche della comunicazione».

Benedetto XVI aveva già fatto un’ampia e profonda riflessione sui social networks nel Messaggio del 2009 e l’aveva ripresa in quello del 2011. Aveva notato che fare informazione oggi non significa semplicemente trasmetterla (broadcasting) ma condividerla (sharing): le dinamiche proprie dei social networks mostrano che una persona è sempre coinvolta in ciò che comunica. «In questi spazi — scrive adesso il Papa — non si condividono solamente idee e informazioni, ma in ultima istanza si comunica se stessi». È in gioco qui la differenza tra «propaganda» e «testimonianza». In questo senso, dunque, la Chiesa è chiamata non a una emittenza di contenuti religiosi, ma soprattutto a una testimonianza nella «realtà in cui siamo chiamati a vivere, sia essa fisica, sia essa digitale», senza fratture o cesure tra le due «realtà», senza schizofrenie: «Quando siamo presenti agli altri, in qualunque modo, noi siamo chiamati a far conoscere l’amore di Dio sino agli estremi confini della terra» (corsivo nostro).

L’attitudine alla condivisione plasma anche il modo in cui l’uomo pensa e cerca sinceramente la verità. Nelle reti sociali gli uomini sono coinvolti – si legge nel Messaggio – «nel cercare risposte alle loro domande», «nell’essere stimolati intellettualmente e nel condividere competenze e conoscenze». Internet comporta la connessione e la condivisione di contenuti e idee. Già nel Messaggio del 2011 il Papa notava che il web sta contribuendo allo sviluppo di «nuove e più complesse forme di coscienza intel- lettuale e spirituale, di consapevolezza condivisa». Oggi si pensa e si conosce il mondo non solamente nella maniera tradizionale della lettura o dello scambio in un contesto ristretto di relazioni (insegnamento, gruppi di studio…), ma realizzando una vasta connessione tra intelligenze che lavorano in rete. Il cablaggio delle reti sta dando vita a una forza emergente e vitale, in grado di raccogliere le persone e di farle pensare insieme al di là del tempo e dello spazio. I networks sociali dunque non solamente aiutano ad esprimere agli altri il proprio pensiero, ma aiutano anche a pensare insieme agli altri, elaborando riflessioni, idee, visioni della realtà. La comunicazione oggi aiuta il comunicatore a pensare insieme alle persone alle quali si rivolge grazie alla possibilità di ricevere continuamente feedback e commenti. La comunicazione è sempre un gesto che connette le persone tra di loro.

La rete di queste conoscenze dà vita a una forma di «intelligenza connettiva». Mons. Gerhard Ludwig Müller, oggi prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede, nel novembre 2012 aveva colto lucidamente la sfida, cioè la «responsabilità della Chiesa nella formazione di una cultura umana collettiva, per la quale la società odierna, con la sua rete di connessioni internazionali – globali – fornisce del resto degli ottimi presupposti» 9.

Ecco dunque un altro pilastro portante del Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni: la conferma che la Rete come network sociale è luogo in cui si condividono conoscenza, valori e significati dentro una rete di intelligenze tra loro in relazione aperta. La Rete dunque è un luogo in cui si esprime la ricerca dell’uomo, il suo desiderio di verità e i suoi interrogativi di senso. A questa ricerca, che avviene nel mondo digitale, il Papa aveva dato una interpretazione teologica già nel Messaggio del 2011: «La verità che è Cristo, in ultima analisi, è la risposta piena e autentica a quel desiderio umano di relazione, di comunione e di senso che emerge anche nella partecipazione massiccia ai vari social network».

Coinvolgimento interattivo con le domande e i dubbi degli uomini

Il Pontefice indica i rischi già ben noti che accompagnano la ricerca dell’uomo nell’ambiente digitale: la popolarità che supera la validità; l’efficacia persuasiva che vince la logica dell’argomentazione; il rumore delle eccessive informazioni che disperde l’attenzione. E tuttavia aggiunge un rischio ulteriore, che possiamo considerare quello attualmente più insidioso: quello di conversare soltanto con coloro che già condividono le nostre visioni. E invece «dialogo e dibattito possono fiorire e crescere anche quando si conversa e si prendono sul serio coloro che hanno idee diverse dalle nostre». Sappiamo bene infatti che sia i social networks come Facebook, i motori di ricerca come Google o i negozi on line come Amazon, conservano le informazioni delle persone che li frequentano, e questi dati sono utilizzati per dirigere le risposte o gli aggiornamenti circa i contatti personali. Le nostre ricerche dunque non sono mai basate su criteri esclusivamente oggettivi, ma sui nostri interessi specifici. Sono orientate sul soggetto, e dunque soggetti diversi ottengono risultati differenti. Il vantaggio è immediato: arrivo subito a ciò che presumibilmente mi interessa di più perché le piattaforme digitali mi «conoscono» e mi suggeriscono che cosa possa attirarmi maggiormente.

D’altra parte c’è un grande rischio: quello di rimanere chiusi in una sorta di «bolla» che fa da filtro a ciò che è diverso da me, per cui io non sono più in grado di accorgermi che ci sono persone, gruppi, libri, ricerche che non corrispondono alle mie idee o che esprimono un’opinione diversa dalla mia. Quindi, alla fine, io rischio di essere circondato da un mondo di informazioni che mi somigliano, e di rimanere chiuso alla provocazione intellettuale che proviene dall’alterità e dalla differenza. Il rischio è evidente: perdere di vista la diversità, aumentare l’intolleranza, chiudersi alla novità, all’imprevisto che fuoriesce dai miei schemi relazionali o mentali. L’altro diventa per me significativo, dunque, soltanto se mi è in qualche modo simile, altrimenti non esiste. Ecco dunque che il Papa ribadisce: «Constatata la diversità culturale, bisogna far sì che le persone non solo accettino l’esistenza della cultura dell’altro, ma aspirino anche a venire arricchite da essa e ad offrirle ciò che si possiede di bene, di vero e di bello».

Non si testimonia il Vangelo in Rete limitandosi a «inserire contenuti dichiaratamente religiosi sulle piattaforme dei diversi mezzi», chiudendosi alle domande vere e urgenti, ai dubbi e alle sfide degli uomini d’oggi 10. Al contrario il Papa ribadisce la necessità di essere disponibili «nel coinvolgersi pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del significato dell’esistenza umana». Sembrano risuonare qui le parole di Paolo VI, che nella enciclica Ecclesiam suam del 1964 si chiedeva retoricamente: «Al Concilio stesso non s’è voluto dare, e giustamente, uno scopo pastorale, tutto rivolto all’inserimento del messaggio cristiano nella circolazione di pensiero, di parole, di cultura, di costume, di tendenze dell’umanità, quale oggi vive e si agita sulla faccia della terra? Ancor prima di convertirlo, anzi per convertirlo, il mondo bisogna accostarlo e parlargli» (n. 70).

Occorre dunque superare la logica degli steccati, delle contrapposizioni, dei gruppi chiusi e autoreferenziali che alla fine paradossalmente la Rete rischia di fomentare. E «il coinvolgimento autentico e interattivo con le domande e i dubbi di coloro che sono lontani dalla fede ci deve far sentire — prosegue Benedetto XVI — la necessità di alimentare con la preghiera e la riflessione la nostra fede nella presenza di Dio, come pure la nostra carità operosa».

Ecco, dunque, il terzo pilastro fondante del Messaggio del Pa- pa per la Giornata delle Comunicazioni: l’invito a non costruire isole o «ghetti», l’appello a essere coinvolti in maniera immersiva e interattiva nei dubbi e nelle domande degli uomini di oggi, a condividere la ricerca di ogni uomo. La Rete deve essere un luogo di dialogo aperto, di riconoscimento della diversità culturale e delle differenze. La disponibilità a interagire con le istanze della contemporaneità fa sentire all’uomo di fede la necessità di pregare di più e ad approfondire meglio la conoscenza della fede. A questo invito si unisce quello ad evitare che si levino «voci dai toni troppo accesi e conflittuali» che rispondono alle logiche di una comunicazione nella quale vince chi urla di più o chi è più seduttivo. Viene evocato invece il profeta Elia che «riconobbe la voce di Dio non nel vento impetuoso e gagliardo né nel terremoto o nel fuoco, ma nel sussurro di una brezza leggera (1 Re 19, 11-12)».

@pontifex: il Papa su Twitter

Non deve stupire il fatto che in Rete, lì dove molti vedono soltanto frastuono, il Papa faccia riferimento al venticello pacato in cui Elia riconosce la voce di Dio: nel Messaggio del 2012 dedicato al binomio «silenzio e parola» aveva scritto che «sono da considerare con interesse le varie forme di siti, applicazioni e reti sociali che possono aiutare l’uomo di oggi a vivere momenti di riflessione e di autentica domanda, ma anche a trovare spazi di silenzio, occasioni di preghiera, meditazione o condivisione della Parola di Dio». Ancora una volta qui il Pontefice evita le paludi del «dualismo digitale» 11, non identificando la Rete col «frastuo- no», e non contrapponendo l’ambiente fisico e quello digitale in ordine alla ricerca del silenzio, della preghiera, della meditazione. Notava anzi che proprio in Rete ci sono risorse e contesti che possono aiutare le persone a vivere queste imprescindibili dimensioni della vita spirituale. In quello stesso Messaggio proseguiva: «Nella essenzialità di brevi messaggi, spesso non più lunghi di un versetto biblico, si possono esprimere pensieri profondi se ciascuno non trascura di coltivare la propria interiorità». Il riferimento all’essenzialità di messaggi brevi aveva fatto pensare a Twitter.

Chi scrive un tweet deve essere preciso, essenziale: per inviare messaggi non superiori a 140 caratteri si richiede una sorta di «microdesign delle idee» 12. Il Messaggio del Papa dunque era un chiaro riferimento a Twitter? In realtà, il riferimento era più ampio, cioè a una serie di «siti, applicazioni e reti sociali» 13. E tuttavia quel passaggio è stato spesso citato nel momento in cui il Pontefice, il 3 dicembre scorso, ha inaugurato la sua presenza su Twitter aprendo 7 accounts in altrettante lingue, alle quali il 17 gennaio ha aggiunto quello in latino. Il primo tweet inviato dall’account @pontifex il 12 dicembre è stato il seguente: «Cari amici, è con gioia che mi unisco a voi via twitter. Grazie per la vostra generosa risposta. Vi benedico tutti di cuore». Nel momento in cui scriviamo il Papa è seguito da oltre 2 milioni e 600.000 followers.

Il fatto che il Papa abbia un proprio account su un social network ha molto colpito i media di tutto il mondo, che ne hanno dato ampia notizia. E tuttavia «non è un tweet caduto dal cielo» 14. Al contrario è una delle conseguenze naturali del modo in cui la Chiesa intende il suo rapporto con la comunicazione. Più volte il gesto che il Papa ha compiuto il 12 dicembre 2012 sullo schermo touch di un iPad è stato collegato a livello simbolico a quello compiuto da Pio XI il 12 febbraio 1931, quando l’allora Pontefice, tra i microfoni e le valvole termoioniche della Radio Vaticana, lanciava il suo primo messaggio radiofonico. La Chiesa ha sempre annunciato il Vangelo attraverso i canali attivi in un preciso momento storico. Il microfono di una radio da una parte, e un iPad aperto su un social network come Twitter dall’altra, costituiscono due forme differenti di comunicazione, e diremmo quasi due epoche. Come la radio ha rappresentato la trasmissione dell’informazione ad ampio raggio, così Twitter rappresenta la conoscenza connettiva e condivisa. E in questo senso l’ampia continuità con la tradizione comunicativa della Chiesa e della Santa Sede, in particolare, è testimoniata da varie iniziative quali la presenza di un canale YouTube, la creazione del portale News.va, l’organizzazione di un grande meeting per bloggers di tutto il mondo in Vaticano, i nuovi siti di numerosi Pontifici Consigli e Congregazioni, tra le quali anche quella per la Dottrina della Fede 15.

Sarebbe miope un’analisi e una valutazione della presenza del Papa su Twitter come se essa fosse un fatto slegato da un contesto. L’approdo del Papa su Twitter è invece parte di un progetto più ampio che il Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni del 2013 ha spiegato nei suoi significati profondi: «La capacità di utilizzare i “nuovi linguaggi” è richiesta, non certo per essere al passo coi tempi, ma proprio per permettere all’infinita ricchezza del Vangelo di trovare forme di espressione che siano in grado di raggiungere le menti e i cuori di tutti».

Come dicevamo, oggi i messaggi di senso non possono essere semplicemente «trasmessi», devono essere «condivisi». E oggi un messaggio inviato via Twitter può essere «re-tweettato», cioè rilanciato, commentato… entra in un giro di relazione, di condivisione, di riflessione: questa è la dinamica della comunicazione ai nostri giorni, al tempo dei network sociali. Questa è la dinamica che scorgiamo nel dibattito pubblico e politico 16, ma anche nella conversazione ordinaria nella quale la gente condivide la vita, i desideri migliori e peggiori, le domande e le risposte: questo è il motivo per cui il Papa ha deciso di entrare in questa agorà senza filtri 17. Il senso preciso è dato dall’espressione usata da Benedetto XVI nel suo primo tweet: «è con gioia che mi unisco a voi via twitter». Dunque, ad essere precisi, il Papa ha inteso non «approdare» su una piattaforma digitale né «essere presente», ma ha inteso «unirsi» — questo è il termine corretto — alle persone lì dove esse si trovano. In questo caso nell’ambiente digitale.

C’è inoltre da riconoscere che ormai da tempo gruppi, comunità, associazioni ecclesiali e molti pastori sono presenti sui social networks e anche su Twitter 18. Tra di essi molti vescovi e anche nove cardinali 19. Va aggiunto inoltre che varie personalità religiose e pastori di comunità ecclesiali — tra questi, ad esempio, il nuovo arcivescovo di Canterbury, Justin Welby — hanno una presenza su questo social network, che si rivela come un luogo in cui in maniera ordinaria l’uomo esprime la sua domanda religiosa e la propria spiritualità.

Il fatto che Benedetto XVI abbia accettato di essere presente su Twitter — al di là del contenuto stesso dei suoi messaggi, le cui parole, è bene ricordarlo, sono del Papa e non scritte da altri 20 — costituisce un incoraggiamento a essere presenti e a testimoniare il Vangelo nell’ambiente digitale 21.

Dubbi e scommesse

Nel momento in cui il Papa ha aperto il suo account Twitter si sono avute reazioni di segno diverso e opposto: alcune di grande entusiasmo, altre di preoccupazione. In particolare sono stati sollevati alcuni dubbi, che è interessante e importante affrontare perché ci fanno capire meglio la scelta di Benedetto XVI.

Un primo dubbio riguarda il fatto che il Papa non sia follower di nessuno, cioè non «segua» nessuno, come invece normalmente accade nei social networks. In realtà occorre aprire meglio gli occhi su ciò che accade in Twitter e chi vi è presente. È necessario ormai distinguere varie forme di presenza (come su Facebook i profili e le pagine, in un certo senso). Se il Papa «seguisse» qualcuno ci si dovrebbe chiedere: chi? perché alcuni sì e altri no? e perché? Anche altre figure legate al mondo della religione (come il Dalai Lama, ad esempio) non seguono nessuno, proprio per non fare discriminazioni. E se pure seguisse qualcuno – come nel caso di leaders che risultano «seguire» centinaia di migliaia di persone – avrebbe senso? Sarebbe possibile e plausibile? La scelta è stata più semplicemente quella di avere un profilo aperto all’interazione tramite l’hashtag (una sorta di «parola chiave») #askpontifex col quale è possibile porre domande o dire qualcosa senza alcun genere di filtro.

Un secondo dubbio consiste proprio nel fatto che, usando questo hashtag, è possibile anche commentare i messaggi del Papa o porre a lui delle domande. Questa interazione ovviamente però risulta esposta a battute ironiche, al sarcasmo, alla banalizzazione. È vero: nel momento in cui ci si espone si è più vulnerabili. E più ci si espone, più lo si è. Eppure il Vangelo è fatto per essere annunciato e dunque essere esposto, come il seme, ad ogni tipo di terreno 22. Non è mettendolo al riparo che sarà in grado di portar frutto. Del resto la parola del Papa è spesso sotto attacco, e a volte anche fraintesa. In generale, seppure usando la prudenza cristiana, non può essere questo, però, il motivo per tacere. Al contrario, il Papa sceglie di essere presente lì dove gli uomini scambiano i loro messaggi, persino esponendosi a quella che qualcuno definisce la «pancia» della Rete. Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera, in questo senso ha definito «coraggioso» il gesto del Papa: se i social networks possono anche trasformarsi in «piazze confuse, disordinate, nelle quali non si capisce il senso» – ha dichiarato alla Radio Vaticana – «una presenza come quella del Santo Padre, che mette se stesso persino in gioco, trovo che sia un fatto straordinario e credo che dia senso anche a questo grandissimo flusso di informazioni, di umori, di battute, di cose che a volte ci sembrano prive di senso, che fanno parte della confusione espressiva di questa modernità liquida» 23.

Non solo. Come è stato affermato durante la conferenza stampa di presentazione dell’account @pontifex, le domande poste al Pontefice «potranno a loro volta essere affrontate dai credenti e dai responsabili delle Chiese locali, che si troveranno nella posizione migliore per misurarsi con esse e, ancor più importante, per essere vicini a coloro che si interrogano» 24. Queste osservazioni sono molto importanti perché rispondono a un dubbio rilevante legato al fatto che l’immediatezza e l’accessibilità del messaggio del Papa possa avere come effetto quello di indebolire molti dei mediatori del messaggio della Chiesa (parroci, vescovi, catechisti, teologi…) 25. Insomma l’account @pontifex nasce per essere, come si suol dire, un conversation starter e non un conversation stop- per. Esso non è solamente da intendersi come un luogo di pura trasmissione: i tweets del Papa non sono «oracoli». Al contrario è anche luogo di ascolto degli interrogativi. C’è tutto il desiderio di «misurarsi con i dibattiti, le discussioni e i dialoghi che sono veicolati dai social media» 26.

Un dubbio ulteriore riguarda il fatto che, secondo alcuni, un messaggio su Twitter sia troppo legato a contesti di consumo ra- pido e la brevità sia un limite grave. Non sarebbe dunque questo il contesto giusto per una parola di riflessione. In realtà il Papa stesso aveva chiarito questo possibile fraintendimento nel suo messaggio per la 46a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali dicendo che nell’essenzialità di messaggi brevi si possono esprimere pensieri profondi. La strada consiste nel coniugare sapienza e precisione per cui l’espressione sintetica non va a de- trimento della profondità e della lentezza dell’assimilazione, ma anzi fornisce l’aggancio per una meditazione più affilata e densa. Siamo ad un apparente paradosso: ciò che potrebbe essere consi- derato il frutto di una vita frenetica che spezza le comunicazioni in balbettii di poche parole, può diventare il canale che permette di poter fruire di una intuizione sapienziale proprio in un conte- sto di ritmi frenetici e frammentati. In fondo il fatto che il Papa si sia unito alla conversazione su Twitter fa riflettere sull’uso e il peso delle parole: sia quelle del Vangelo sia quelle della nostra quotidianità.

** *

La riflessione sulla comunicazione che la Chiesa sta portando avanti in questi anni si interroga non su tecniche e modelli, ma sulla vita dell’uomo al tempo in cui l’esperienza nell’ambiente digitale ha impatto più generale sulla percezione della realtà, di noi stessi e della nostra vita di relazione. In particolare quest’anno il Pontefice nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni lancia l’invito a considerare come l’ambiente digitale non sia un mondo parallelo, ma sia parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani. Proprio in questo ambiente di relazioni aperte si condividono conoscenza, valori e significati che esprimono la ricerca dell’uomo e i suoi interrogativi di senso. Da qui l’invito chiaro e autorevole ai cristiani a coinvolgersi in maniera autentica e interattiva con le domande e i dubbi che gli uomini esprimono nel loro cammino di ricerca della verità, che il credente riconosce in Cristo. Se il Papa si è unito alla conversazione che avviene via Twitter è proprio per esprimere un segno di attiva partecipazione ai dibattiti, alle discussioni e ai dialoghi degli uomini del nostro tempo che oggi sono sempre più veicolati dai networks sociali.

© La Civiltà Cattolica 2013 I 220-233 quaderno 3903 (2 febbraio 2013)

NOTE:

1 Cfr anche C. M. CELLI, «La questione di Dio nel continente digitale», in Oss. Rom., 20 settembre 2012.

2 Le citazioni nel testo senza indicazione di fonte sono tratte dal Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni 2013.

3 Citazione tratta dalla breve presentazione che nel settembre scorso ha accompagnato la comunicazione del titolo del Messaggio.

4 C. GIACCARDI, «Fare più umano il Web si può: il Papa ci dà esempio e coraggio», in Avvenire, 2 dicembre 2012.

5 ID., «Attraversare le porte per abitare con fede il digitale», in Avvenire, 2 ottobre

20126 Discorso di Benedetto XVI alla Plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali del 2011 (in http://www.vatican.va). Cfr anche il nostro Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della Rete, Milano, Vita & Pensiero, 2012.

7 Conferenza Episcopale Italiana, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, n. 51.

8 Cfr il nostro «Liturgia e tecnologia», in Civ. Catt. II 2011 107-120 e la relativa bibliografia citata. Segnaliamo che l’intero fascicolo 5 (settembre-ottobre) del 2012 di Rivista Liturgica è dedicato al tema «La celebrazione tra tecnologie e virtualità».

9 In un discorso pronunciato in occasione dell’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura (10-13 novembre 2012) sul tema «Cultura della comunicazione e nuovi linguaggi».

11 A questo tema il quotidiano Avvenire il 9 settembre 2012 ha dedicato una pagina di riflessione dal titolo globale «Realtà. Duale, digitale o aumentata?» a tre voci: Nathan Jurgenson, Chiara Giaccardi e la nostra.

12 L. SANTAELLA – R. LEMOS, Redes sociais digitais. A cognição conectiva do Twitter, São Paulo, Paulus, 2010, 80-83. Cfr i nostri «“Twitter” cambierà la nostra vita?», in Civ. Catt. 2009 III 17-28 e «“Twitteratura”. Messaggi brevi e sapienza essenziale», ivi, 2010 III 119-126.

13 La nostra rivista ha tentato una lista a mero titolo esemplificativo in «Silenzio e parola: cammino di evangelizzazione. La 46a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali», in Civ. Catt. 2012 I 213-218.

14 A. SCELZO, «Parlare di Dio all’uomo ovunque egli sia», in Avvenire, 13 dicembre 2012.

15 Ne abbiamo parlato nei seguenti nostri articoli: «Il Vatican Bloggers Meeting», in Civ. Catt. 2011 II 492-500; «Il nuovo portale informativo del Vaticano», ivi, 2011 III 160-164; «Il nuovo sito internet della Congregazione per la Dottrina della Fede», ivi, 2012 II 274-277.

16 Cfr, ad esempio, A. VALERIANI, Twitter factor. Come i nuovi media cambiano la politica internazionale, Bari, Laterza, 2011.

17 Cfr A. SPADARO, Twitter Theology, Milano, 40K, 2012 (edizione digitale).

18 Cfr la nota diffusa durante le conferenza stampa di presentazione dell’account Twitter del Papa: http://www.news.va/fr/news/100293

19 La loro lista appare qui: http://www.cyberteologia.it/2012/12/twitting-cardinals- already-on-twitter-for-years/

20 Cfr «Come nasce un tweet del Papa», in Oss. Rom., 2 gennaio 2013.

21 Il concetto è stato espresso chiaramente anche nella nota diffusa durante la conferenza stampa di presentazione: http://www.news.va/fr/news/100293

22 Cfr l’editoriale di p. Federico Lombardi per Octava Dies, il settimanale informativo del Centro Televisivo Vaticano (http://www.news.va/it/news/il-papa-e- twitter-un-nuovo-servizio-del-vangelo-le).

23 Il testo si ritrova nella sezione news del sito della Radio: http://it.radiovaticana.va 24 http://www.news.va/fr/news/100293
25 Il dubbio è stato espresso lucidamente in M. FAGIOLI, «I tweet del Papa

e la catapulta di Bush», in L’Huffington Post, 11 dicembre 2012 (http://www. huffingtonpost.it).

26 http://www.news.va/fr/news/100293

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