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Berlusconi condannato anche in appello al processo Mediaset: il nodo tra politica e magistratura

© Andreas SOLARO / AFP
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Per il filosofo politico Vittorio Possenti, il leader del Pdl ha dilazionato troppo questo “scontro” difendendosi “dai processi e non nel processo”

Naturalmente vale l'attesa dell'ultimo grado di giudizio, ma la questione dell'intreccio tra il presidente Silvio Berlusconi e la magistratura sembra arrivato ad un punto di svolta con la condanna al processo Mediaset a 4 anni, una multa milionaria e l'interdizione per cinque anni dai pubblici uffici. Una questione delicata che ha tenuto appesa l'Italia alle vicende di un capo partito, tycoon televisivo. Ma al di là della questione specifica, che rapporti ci devono essere tra i poteri dello Stato? Come definire una convivenza serena tra politica e magistratura?

Ne parliamo con il prof. Vittorio Possenti, ordinario di Filosofia politica all'Università Ca' Foscari di Venezia.

Professor Possenti, al di là della sentenza di II grado sul presidente Berlusconi, dopo vent'anni ci troviamo a ragionare su un tema delicato e spinoso come il rapporto tra poteri dello Stato, in questo caso tra politica e magistratura. È una questione “antica”? Cosa ne pensa?

Vittorio Possenti: E' una questione che ha a che fare con la natura stessa della democrazia e la sua tripartizione classica in esecutivo, legislativo e giudiziario. Credo che lo sviluppo molto tortuoso della situazione italiana, e in particolare tra i rapporti tra Berlusconi e magistratura e che essa risale forse a prima del suo ingresso in politica. L'impressione che si è avuta è che il presidente abbia tentato di dilazionare questo “scontro” difendendosi – come si usa dire – “dai processi e non nel processo”. Oggi in ogni caso il rapporto tra questi poteri sono tesi e spero che questi vengano resi più morbidi per il bene di tutti. È una contesa che si sta trascinando da troppo tempo. Come democrazia, non possiamo rinunciare né all'autonomia della magistratura né a quella dell'esecutivo: questa tensione tuttavia nei rapporti viene però da lontano, almeno dalla metà degli anni '70 sia nella lotta contro il terrorismo sia, ancor di più, nella lotta alla Mafia, con le sue infiltrazioni e collateralismi all'interno dello Stato e dei suoi Poteri.

C'è una prassi – almeno nei Paesi occidentali – che vede sostanzialmente l'abbandono da parte degli uomini politici delle cariche, quando esiste anche solo il sospetto di un comportamento scorretto. È un comportamento virtuoso o il limite di un sistema?

Vittorio Possenti: Attualmente la prassi per cui un politico in Italia si dimette per questioni di comportamento è decaduta. Di certo nella cosiddetta “Prima Repubblica” questo comportamento era più presente, ricordo un caso assai particolare, quello di Attilio Piccioni, co-fondatore della DC e tra i suoi primi segretari, che nella metà degli anni '50 venne coinvolto nello “scandalo Wanda Montesi”, che pure lo lambiva solo da lontano, e che si dimise dai propri incarichi di Governo per evitare che ci fosse anche solo l'ombra di un sospetto sulla sua persona. Fu completamente scagionato per la cronaca. Il fatto è che una volta era diffusa negli uomini politici una tensione morale per cui era essenziale dare un esempio di trasparenza e di disinteresse per essere e presentarsi come al di sopra di ogni sospetto. Negli Stati Uniti, per esempio, la pressione della opinione pubblica – che è molto forte –  aiuta questi comportanti, come anche in altri Paesi.

Uscendo ovviamente dal caso specifico e volando un po' alto, che rapporto ci deve essere tra potere e verità? In fondo anche la magistratura è un “potere” e la verità spesso si oppone al potere costituito.

Vittorio Possenti: In democrazia l'elemento della giustizia e della verità dovrebbero avere una preminenza, dopo di che “homines sumus” come diceva Lazzati: il potere del singolo si accompagna a una autorità e a una responsabilità. Tanto il magistrato quanto il politico sanno di dover rispondere anche alla coscienza oltre che alla legge. Certo c'è la pressione dell'ambizione, così come c'è il limite di sapere sempre e in dettaglio cosa sia il “vero” e il “giusto”. Se questo è semplice in termini generali è molto più complesso nell'applicazione ai casi concreti, spesso aggrovigliati in altre questioni particolari. Prendiamo ad esempio le questioni di bioetica: nei casi concreti i principi generali devono essere messi alla prova delle situazioni e della casistica. Questo vale anche per i politici e i magistrati devono saper discernere tra le sfumature. Ed è qui che nasce la dialettica: nessuno ha a priori una soluzione per ogni caso. La persona fa la differenza, sia nelle singole scelte sia nella applicazione, ma anche nel “come” si sia arrivati a quella situazione, inoltre il punto di vista sulla stessa questione, tra un politico e un magistrato è ovviamente differente. È in questa dialettica che si crea lo spazio della convivenza civile.

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