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Il jihadismo? Prima di combatterlo va studiato

KENZO TRIBOUILLARD
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Parla padre Paolo Dall'Oglio, per trent'anni in Siria, espulso dalle autorità di Damasco nel 2012 per il suo aperto sostegno ai ribelli

Il jihadismo è una realtà culturale, politica e militare in via di rafforzamento, e che non può essere ignorata, nemmeno sul piano teologico. Ne è convinto padre Paolo Dall'Oglio, gesuita italiano che ha vissuto trent'anni in Siria per poi essere espulso dalle autorità di Damasco nel 2012 per il suo aperto sostegno ai ribelli che lottano per rovesciare il regime di Bashar al-Assad.

La galassia jihadista, ha osservato il sacerdote, “è un soggetto culturale, religioso, politico e militare considerevole”. “È un attore politico e militare il cui peso va tenuto in conto, visto che ha vinto in Iraq, sta vincendo in Afghanistan, non sarà vinto in Mali e rende impossibile una soluzione in Somalia” (Sirialibano.com, 15 aprile).

In questo contesto, a suo avviso bisogna in primo luogo “operare a livello di intelligence per evitare conseguenze ancora più gravi e far fallire i suoi progetti di universalizzazione del terrore”, ma si deve agire anche sul piano sociale, aiutando le società civili islamiche ad assumersi “le loro responsabilità sul territorio”, come ha affermato di recente al Forum euromediterraneo della Fondazione Anna Lindh a Marsiglia.

Per il sacerdote, ci sono due tipi di jihadismo: “uno disponibile al dialogo” e un altro rigidamente dogmatico, “più difficile da gestire, una palude in cui si trova di tutto, servizi segreti, mafiosi, estremisti. Una palude da cui dobbiamo tirare fuori i ragazzi, i nostri figli: ragazzi religiosi, che hanno bisogno di discorsi religiosi, e che certo non trovano in carceri come Guantanamo”. Di fronte a questo fenomeno, serve anche “uno sforzo teologico” delle tre religioni monoteistiche, affinché studino come confrontarsi con l’islamismo e il jihadismo politico.

Il fenomeno interessa anche la Siria, Paese in cui padre Dall'Oglio ha vissuto a lungo e sconvolto da due anni da una sanguinosa guerra civile. “Nella prima fase mi sono battuto per un intervento diplomatico”, per evitare che i grandi conflitti internazionali “si combattessero sul corpo vivo dei siriani”, ha confessato il sacerdote, ricordando di aver poi sostenuto la necessità di una presenza non violenta delle ONG, “quando tutto era ancora possibile, cioè fino all’estate del 2011”, finché non è giunto il momento del “diritto all’autodifesa e del dovere del soccorso ad un popolo in disgrazia”. Per questo suo schieramento con i ribelli vive oggi in esilio, da dove ha pubblicato “La rage et la lumière” (ed. de l'Atelier), un libro-testimonianza sulla sua vita e la sua analisi del conflitto siriano visto dall'interno.

“Il popolo siriano ha detto definitivamente di no al regime torturatore, barbaro e mafioso di Bashar Al-Assad”, afferma. “Dopo due anni di tragedia”, a suo avviso ci si rende sempre più conto che in Siria si gioca qualcosa di globale: “vediamo all'opera l'America post-Bush, il neo-sovietismo, le tensioni micidiali tra sunniti e sciiti, la confessionalizzazione di tutta la regione, la paralisi europea per ragioni interne all'Europa. E come tante altre società arabe, ci chiediamo quale potrebbe essere la compatibilità tra una politica islamista e una democrazia matura e pluralista” (La Vie, 7 maggio).

Per il sacerdote, la guerra civile in Siria svolge il ruolo di un “conflitto tipo”, anche in Europa. Quando ne parliamo, “parliamo di noi stessi”, osserva, perché “c'è questo enorme interrogativo: quale ruolo bisogna attribuire alla comunità musulmana? E che cosa facciamo perché i musulmani possano partecipare alla democratizzazione del mondo, all'organizzazione della pace mondiale, ai riequilibri demografici, economici e ambientali del mondo? Oppure vogliamo fare la democrazia contro l'islam? L'ambiente contro l'islam? L'organizzazione politica del mondo contro l'islam o malgrado l'islam? Sarebbe un'illusione”.

Sembra un paradosso che un sacerdote difenda la scelta delle armi militando per e nell'opposizione siriana. Padre Dall'Oglio lo spiega dicendo di aver lavorato per quindici anni “per l'emergere di una società civile in Siria e per una trasformazione democratica matura e pacifica”, ma di aver “fallito”. “L'Europa e tutta la comunità internazionale che hanno tanto sperato in una rivoluzione pacifica in Siria, hanno fallito. Sono i nostri giovani siriani, musulmani e cristiani, quelli che sono scesi in strada. Hanno imposto la rivoluzione. Hanno detto: basta! All'inizio, nella primavera del 2011, reclamavano semplicemente la libertà di opinione e di espressione. Non chiedevano la fine del regime, ma un'apertura coerente. Ma quando dei manifestanti sono stati uccisi e sistematicamente torturati nelle prigioni, si è imposta la necessità della rivoluzione, e di prendere le armi. Di fatto, non c'è alternativa”.

Il gesuita è d'accordo sul fatto che bisogna sempre cercare la soluzione pacifica “proponendo delle vie d'uscita”, “ma quando si è attaccati, bombardati, quando non si ha la possibilità di fuggire, si può anche cercare di salvarsi fisicamente dal regime difendendosi con le armi”.

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