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Dostoevskij, il profeta dell’altra vita

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Nell'epoca di Marx e Nietzsche, annunciava la vittoria di Dio nell'anima dell'uomo

Ne “Il dramma dell'umanesimo ateo”, padre Henri de Lubac ci presenta una radiografia dell'ateismo e degli umanesimi che ha suscitato e il dramma che rappresenta per lo spirito umano, con l'intenzione di spingerci a prendere coscienza della situazione spirituale del mondo in cui viviamo.

Nel corso dell'opera ci presenta le caratteristiche dell'ateismo contemporaneo, soprattutto dell'umanesimo positivista (Comte), di quello marxista e di quello di Nietzsche, le tre forme più diffuse e influenti di umanesimo nei secoli XIX e XX, con ripercussioni palpabili nel XXI. De Lubac sottolinea che l'ateismo contemporaneo è piuttosto un antiteismo, un profondo anticristianesimo, il cui fondamento comune è la negazione di Dio e il cui obiettivo principale sarebbe l'annichilimento della persona umana.

Nella terza parte di quest'opera, De Lubac ci presenta una figura eccezionale: Dostoevskij, ritenuto un genio inquieto, uno psicologo che getta luce sulla nostra natura e scruta con intensità le zone più profonde dello spirito umano, un profeta che annuncia il trionfo di Dio nel cuore umano e anticipa nuove forme di pensiero e di vita interiore.

Questa terza parte si intitola infatti “Dostoevskij profeta”. De Lubac parla così di Dostoevskij nel prologo della sua opera: “Marx non era ancora morto e Nietzsche non aveva ancora scritto il più brillante dei suoi libri quando un altro uomo, anch'egli un genio inquieto, ma più profetico, annunciava, con strani fulgori, la vittoria di Dio nell'animo umano, la sua eterna resurrezione”.

Dostoevskij è un romanziere, ma scopre che l'uomo non può organizzare la terra senza Dio; quando ci prova, non fa altro che organizzarla contro l'uomo, come si è visto soprattutto nel corso del XX secolo ma che egli ha anticipato in modo sorprendente.


IL PARAGONE CON NIETZSCHE. Un paragone sembra obbligato: quello con Nietzsche, che Lou Salomé ha descritto non solo come il profeta della morte di Dio, ma anche come il profeta dell'umanità senza prossimo. Entrambi sono attori privilegiati di questo dramma che si gioca nella coscienza umana: a favore di Dio o contro di Lui.

De Lubac ci informa che Nietzsche conosce l'opera di Dostoevskij nel 1887 e riferisce l'impatto profondo che ha rappresentato per lui questo incontro per l'affinità e la gioia che ha sperimentato leggendolo per la prima volta; l'entusiasmo originale si è andato tuttavia raffreddando con il tempo e si è trasformato in una repulsione violenta. 
De Lubac li descrive come “fratelli nemici”. Sono fratelli perché Dostoevskij è entrato per primo nell'universo solitario in cui Nietzsche si introdurrà in seguito.

Dostoevskij ha presentito la più terribile delle crisi, che Nietzsche si incarica non solo di annunciare, ma della quale è il grande artefice: la “morte di Dio”. Dostoevskij anticipa e prevede l'ateismo e il superuomo di Nietzsche, ma supera la tentazione alla quale questi soccombe. Va sottolineato che Dostoevskij si immerge nella grandezza dell'universo di Nietzsche, lo anticipa, sperimenta la sua vertigine, ma scopre il suo veleno e non si lascia abbagliare dai suoi fulgori.

Dostoevskij e Nietzsche hanno compiuto un'analisi spietata della nostra epoca. Hanno criticato il razionalismo e l'umanesimo occidentale; hanno denunciato l'idea di progresso, tanto cara all'uomo occidentale; hanno sperimentato un malessere molto simile davanti al regno scientifico e ai suoi sogni idilliaci; hanno ugualmente disprezzato la civiltà superficiale del nostro tempo, hanno scoperto la sua vernice e hanno fatto il possibile per renderla evidente, prevedendo la sua imminente catastrofe.

Entrambi hanno sperimentato l'angoscia di Dio, ma l'hanno rislta in modo assai diverso. Nietzsche ha scommesso sull'ateismo, Dostoevskij ha sperimentato la forza dell'ateismo, soprattutto per il problema dell'esistenza di Dio e il problema del male, per i quali ritiene che non ci sia risposta sul piano razionale, ma ha resistito alla loro vertigine.

Di fronte al problema del male, Dostoevskij crede fermamente che Cristo non sia venuto a spiegare la sofferenza né a risolvere il problema del male; Gesù ha preso il male sulle sue spalle per liberarcene.

Dostoevskij vede chiaramente che la domanda dell'ateo è questa: “Cosa può l'uomo? Cosa può un uomo?”. Nietzsche pensa che l'uomo avrebbe potuto essere un'altra cosa, avrebbe potuto essere di più, ma rimane in questa tappa tanto indegna. Per questo annuncia il “superuomo”, l'uomo trasformato in Dio, del tutto liberato dallo spettro divino.

Dostoevskij, al contrario, intraprende un cammino alla cui fine c'è il Dio fatto uomo, il mistero dell'Incarnazione. In questo percorso, Dostoevskij ha sperimentato l'abbattimento della sofferenza universale, il fascino del male e la vertigine dell'ateismo. È arrivato a considerare quest'ultimo come il terzultimo gradino che porta alla fede, alla quale, tuttavia, non tutti arrivano. Arriva ad affermare che è attraverso la morsa del dubbio che è giunto alla fede, alla lode del Dio vivo, quello che chiama il suo “Osanna”, con la maiuscola.

Per l'atteggiamento che assumono di fronte alla figura di Gesù, le differenze tra i due sono molto marcate. Il Dio che trionfa nell'anima di Dostoevskij è il Dio di Gesù. Il Dio negato da Nietzsche è lo stesso Dio. Entrambi si sono sentiti fortemente attratti dalla figura di Gesù, ma le loro reazioni sono state opposte: uno è stato a favore di Cristo, l'altro contro di lui. De Lubac ci presenta l'opinione di André Gide, che scopre in Nietzsche il sentimiento dell'invidia, volendo fare concorrenza al Vangelo. Una delle sue opere principali, “Così parlò Zaratustra”, è infatti una replica ai Vangeli, addirittura una parodia. In Nietzsche c'è una rivalità con Gesù, volendo presentarsi come una Sua antitesi formale.

Dostoevskij, deportato in Siberia, reincontra Cristo. Legge, rilegge e medita il Vangelo e vi si immerge, non solo nella Scrittura, ma anche nelle opere dei Padri della Chiesa. Sperimenta la forza del peccato, conosce l'agonia del dubbio, ma in questa lotta preferisce restare con Cristo. Per lui non c'è nulla di più bello, più profondo, più sintomatico, più ragionevole, più valoroso e più perfetto di Cristo.

In un mondo in cui il male diventa sempre più forte, Dostoevskij accede a una quarta dimensione, il regno dello Spirito, in cui è possibile vedere la luce di Cristo.

 Dostoevskij scopre con grande lucidità cosa accade se rifiutiamo Cristo: “Cosa metteremo al suo posto? Noi stessi?” Per lui la divinità di Gesù è estremamente importante, consapevole del fatto che se lo consideriamo solo come uomo non è il Salvatore e la fonte della vita.


IL FALLIMENTO DELL'ATEISMO. Nelle sue opere, Dostoevskij descrive in modo molto plastico i vari tipi di ateismo, da quello più comune all'ateismo mistico, ma De Lubac si concentra su tre tipi di ateismo: a) l'ideale spirituale dell'individuo che si eleva al di sopra di ogni legge (l'ideale dell'“uomo-Dio”),  b) l'ideale sociale del rivoluzionario che vuole assicurare, senza Dio, la felicità di tutti gli uomini (l'ideale della “torre di Babele”) e c) l'ideale razionale del filosofo che rifiuta ogni mistero (l'ideale del “palazzo di cristallo”).


a) L'“uomo-Dio”. È l'ideale dell'uomo superiore (contrapposto all'uomo comune che non deve fare nient'altro che obbedire), chiamato a proferire una parola nuova, a trasgredire la legge, alla distruzione del presente in nome di qualcosa di meglio. Tutto gli è permesso, incluso il crimine. Non è comunque una strada senza uscita, perché ci sono vie di fuga da questo feroce carcere dell'ateismo: il pentimento, il desiderio di vivere e l'esame di coscienza, che portano al riconoscimento della verità sull'uomo, riconoscendo la propria impotenza, e a rinunciare a farsi Dio. È sintomatico che l'ateismo porti alcuni al suicidio (Stavroguin e Nietzsche), perché questo epilogo fatale indica il suicidio spirituale dell'essere che ha rifiutato l'Essere e ha preteso con superbia di prendere il suo posto. È significativo questo paragrafo che riassume questo tipo di ateismo: “Visto che non esistono né Dio né l'immortalità, è permesso all'uomo di farsi 'uomo-Dio', ed è venuto al mondo solo per vivere in questo modo. Da questo momento, a cuor leggero, potrà liberarsi dalle regole della morale tradizionale, alla quale l'uomo era sottomesso come uno schiavo. Per Dio non esiste legge. Ovunque Dio si trovi, quello è il suo posto”.


b) La torre di Babele. Con questa immagine, Dostoevskij presenta l'avventura socialista, che non è solo la questione operaia; è piuttosto la questione dell'ateismo, la sua incarnazione contemporanea. È la questione della torre di Babele che si costruisce senza Dio, non per raggiungere il cielo dalla terra, ma per portare il cielo in terra. Dostoevskij annuncia che l'avventura socialista può arrivare a diventare sistema di schiavitù e violenza, perché è una società senza Dio, in cui gli uomini sono rimasti soli e orfani. Se ciò non bastasse, insieme a Dio ha tolto loro l'immortalità. Sono pazzi furiosi, che si credono possessori della verità e credono con forza nell'infallibilità dei loro giudizi. In poche parole, si tratta di un progetto destinato al fallimento, perché se si costruisce senza Dio si deve ricorrere a Satana per edificarlo; per questo è un sistema che si costruisce contro l'uomo.

c) Il palazzo di cristallo. L'ateismo pretende di aver costruito un palazzo di cristallo in cui tutto è luce, avendo deciso che al di fuori di esso non c'è nulla. Si considera l'universo della ragione. Dostoevskij afferma chiaramente che questi sistemi (come il kantismo e il positivismo) hanno dimenticato un elemento: l'uomo. Questo palazzo di cristallo è in realtà un carcere oscuro. Non stupisce che Dostoevskij voglia fuggire da questo carcere, caratterizzato dalle verità imposte dalla scienza, da una vita razionalizzata fino all'estremo. Uno dei suoi personaggi dice: “Che bella cosa è la scienza! (…) Ad ogni modo, mi manca Dio”. Una cosa è certa: la fede è indistruttibile nel cuore dell'uomo. Gli atei possono esporre argomentazioni impeccabili: il vero credente non si confonde, anche se non sa cosa rispondere…



L'ESPERIENZA DELL'ETERNITÀ. L'ateismo fallisce nelle sue varie forme, disgrega l'essere e genera servitù, finisce nel suicidio collettivo e individuale. Persiste, ad ogni modo, il sentimento religioso, invincibile davanti a ogni dialettica. Dostoevskij cerca di aprire il mistero delle cose divine, che per l'ateo non esistono. A quanti non vedono altro che parole nell'affermazione della fede, Dostoevskij parlerà in nome dell'esperienza. All'esperienza della terra opporrà l'esperienza dell'eternità. Dirà, come può, ciò che ha visto dal punto di vista della morte, ovvero dal punto di vista dell'eternità, letto alla luce della sua fede in Cristo e nella meditazione del Vangelo. Così ci comunica la speranza di liberarci un giorno da questi limiti. Non dimentichiamo che Dostoevskij è il profeta dell'altra vita, il profeta dell'eternità prossima, che crede nell'immortalità e aspetta la resurrezione.


“(…) risorgeremo, torneremo a vederci, torneremo a raccontarci allegramente tutto ciò che è accaduto (…)”.

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