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In economia si riscopra il bene comune

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Per Stefano Zamagni non basta che la società sia solidale, deve essere anche fraterna

Quello del bene comune è un concetto che andrebbe riscoperto in economia. Ne è convinto l'economista Stefano Zamagni, che ha scritto un libro intitolato proprio “L’economia del bene comune”, che ha ricevuto il Premio Internazionale Economia e Società promosso dalla Fondazione “Centesimus Annus – Pro Pontefice”.

Nel suo volume, Zamagni constata come la categoria di pensiero del bene comune, un tempo al centro della riflessione nell'economia, dal XVIII secolo sia addirittura scomparsa dal lessico economico. In questo contesto, il libro mira da un lato a capire come mai ciò sia accaduto “mostrando il risultato congiunto, a tal fine, di due fenomeni di grande portata storica: l'avvento dell'economia di mercato capitalistica e la predominanza, entro la scienza sociale, dell'etica utilitaristica”, dall'altro a comprendere il motivo per cui, nell'ultimo quarto di secolo, nella scienza economica si è diffusa la percezione dei limiti esplicativi a cui la disciplina si condanna “se insiste con il voler negare diritto di cittadinanza alla nozione di bene comune”.

Interrogandosi sulle origini di questo concetto, l'autore ricorda che è stata la scuola di pensiero francescana a dare alla parola “fraternità” il significato che ha poi mantenuto nel corso del tempo, “che è quello di costituire una sorta di complemento algebrico del principio di solidarietà”. Se quest'ultima è “il principio di organizzazione sociale che consente ai diseguali di diventare eguali”, la fraternità è “quel principio di organizzazione sociale che consente agli eguali di essere diversi”.

La “buona società”, osserva Zamagni, “non può accontentarsi dell'orizzonte della solidarietà, perché una società che fosse solo solidale e non anche fraterna sarebbe una società dalla quale ciascuno cercherebbe di allontanarsi”.

Orientati al bene comune sono anche i tre principi alla base dell'Umanesimo, a cominciare dalla divisione del lavoro, per “consentire a tutti gli esseri umani di partecipare al processo produttivo, anche a coloro meno dotati fisicamente o intellettivamente”. In secondo luogo c'è l'idea di sviluppo, “intesa come impegno della generazione presente di provvedere in parte alle necessità della generazione futura e quindi come necessità dell'accumulazione”. Il terzo principio è “la libertà d'impresa e di conseguenza il principio di competizione come metodo per coordinare le decisioni prese da una miriade di soggetti e per favorire l'emulazione”.

Con la rivoluzione industriale e l'affermazione della filosofia utilitarista di Bentham, l'economia di mercato ha conservato i tre principi ma ha mutato il fine, che diventa il bene totale e non più il bene comune. “È possibile tornare a rendere civile il mercato?”, si chiede Zamagni. “ha senso sforzarsi di prefigurare un modello di economia di mercato capace di includere (almeno tendenzialmente) tutti gli uomini e non solamente quelli adeguatamente 'attrezzati' o dotati, e di avvalorare, nel senso di attribuire valore a entrambe le dimensioni dell'umano, sia quella espressiva sia quella acquisitiva, e non solamente alla dimensione acquisitiva come oggi accade?”.

“Aver dimenticato che non è sostenibile una società di umani in cui si estingue il senso della fraternità e in cui tutto si riduce, per un verso, a migliorare le transazioni basate sullo scambio di equivalenti e, per l'altro verso, ad aumentare i trasferimenti attuati da strutture assistenziali di natura pubblica, ci dà conto del perché, nonostante la qualità delle forze intellettuali in campo, non si sia ancora addivenuti a una soluzione credibile di quel trade-off” tra efficienza ed equità.

La condizione che va soddisfatta è allora “che possa affermarsi entro il mercato – e non già al di fuori o contro di esso – uno spazio economico formato da soggetti il cui agire sia ispirato al principio di reciprocità”, l'aspetto essenziale del quale è che i trasferimenti che essa genera sono indissociabili dai rapporti umani.

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