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Stile di vita

I giovani e la Chiesa: ripensare la comunicazione

Aleteia - pubblicato il 18/04/13

“Fuori dal recinto”, un volume per le nuove generazioni, perché non si perdano

Le domande che tormentano maggiormente i giovani al giorno d'oggi sono: quale strada dobbiamo seguire per non perderci? Come possiamo vivere bene? Come possiamo condurre una vita felice? Quello che cercano è un modo per non essere travolti dalla noia, per sfuggire alla disperazione o alla rabbia, in poche parole per scoprire e inventare se stessi e quindi vivere in maniera appagante e autentica.

Nel libro “Fuori dal recinto. Giovani, fede, Chiesa: uno sguardo diverso”, scritto da Alessandro Castegnaro con Giovanni Dal Piaz e Enzo Biemmi, la preoccupazione primaria che emerge non è quella che la Chiesa abbia perduto i giovani, ma che essi non si perdano, non che ritrovino la Chiesa, ma che trovino se stessi.

E la Chiesa può e deve dare una risposta a queste domande. A volte si ha l'impressione che non sia realmente interessata ai giovani; per questo è necessario fare appello a quel genere di Chiesa che ancora può sentire una vicinanza con i giovani, ovvero quella delle parrocchie, degli oratori, dei gruppi, delle associazioni. “La 'piccola Chiesa' – si legge nel volume – che non pensa ai giovani come a truppe da spostare da una piazza all’altra del mondo per poter convincere e convincersi di essere ancora una 'Chiesa giovane', ma che soffre per loro, e anche della loro assenza, che celebra i loro disperati funerali, ma che vorrebbe vederli anche nelle loro feste, ascoltare le loro canzoni, che vorrebbe sentirsi rianimata dalle loro speranze e, nel loro futuro, ritrovare il proprio”.

PARLARE CON I GIOVANI E NON SOLO DEI GIOVANI. Il testo, spiegano gli autori, “nasce anche per reagire alla fastidiosa sensazione che molti – fuori e dentro la Chiesa – parlino dei giovani, ma pochi provino a parlare con loro”. Molte delle cose che si sentono dire, infatti, non sono altro che “proiezioni di un mondo adulto che non ha fatto la fatica di ascoltarli”. Si vuole quindi partire da un tentativo di ascolto dei giovani che ha utilizzato i metodi della ricerca sociologica e i cui risultati sono stati pubblicati in un rapporto del 2010 intitolato “C’è campo? Giovani, spiritualità, religione”. Un gruppo di giovani ricercatori ha svolto colloqui approfonditi con un certo numero di coetanei, e solo dopo averli ascoltati raccontare la propria vita ha affrontato il tema della loro esperienza religiosa, quando c’era e quando sembrava non esserci.

Nel testo emerge l'idea che è vero che i giovani italiani si stanno allontanando dalla Chiesa cattolica, ma anche che questo non è la conseguenza diretta della perdita di quelle disposizioni elementari che rendono possibile il sentimento religioso o “dell’esplodere tra di essi di un’ottusa incredulità”. La condizione giovanile è semmai caratterizzata dalla “compresenza di attrazioni contrastanti”, e i giovani stessi la concepiscono come “uno stato che è nel contempo di stallo e di apertura, e dunque come una condizione che può evolversi in direzioni imprevedibili”.

LA COSCIENZA IN PRIMO PIANO RISPETTO ALLA LEGGE. Avanza inoltre l’idea che tra i giovani ci siano modi di credere diversi rispetto al passato. “Il fatto veramente nuovo, anticipato dai giovani ma destinato a diffondersi e a diventare permanente”, sembra essere “lo spostamento della fonte della legittimità, in altre parole di ciò che permette di considerare plausibili, credibili, degni di rispetto e di attenzione un discorso e una proposta di senso, dall’esterno all’interno della persona, dall’esteriorità all’interiorità, dall’istituzione al soggetto, dall’offerta alla domanda di senso, dall’enfasi sulla legge all’enfasi sulla coscienza, in definitiva dall’obbedienza alla libertà”.

Questa impostazione sostiene che gli ostacoli nel rapporto con i giovani attuali non si spiegano se non parzialmente come effetto di una eclissi di Dio, essendo “in misura non trascurabile l’effetto di una difficoltà propria della Chiesa”. La Chiesa di oggi sembra infatti far fatica a trovare parole comunicabili ai giovani, il cui modo di sperimentare la fede richiede “modi inediti di concepire le persone dal punto di vista religioso, non come 'stati' fissi, definizioni stabilite una volta per tutte – i cattolici, i non credenti, i praticanti, i saltuari, i vicini, i lontani e via categorizzando – ma come processi, cammini, itinerari, storie, vite”.

Per questo, bisogna ripensare i modi in cui non “la religione viene trasmessa”, ma “si fa esperienza della fede”, e ciò implica innanzitutto un profondo mutamento di atteggiamento nei confronti dei giovani.

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